ENIGMISTICA: quale treno prendere?

Dopo le polemiche per gli sconti che Italo ha offerto per il Family Day, c’è chi si è accorto che la concorrenza non era poi così lontana.

Italo? Ho là TI

MEDIUM: Accompagnamento per Tartaruga sola

[Il post è apparso originariamente a https://medium.com/@.mau./sonata-per-tartaruga-sola-1cef5988cfed#.m91h8stqm ]

Gödel, Escher, Bach, la monumentale opera di Douglas Hofstadter, contiene al suo interno vari Dialoghi tra alcuni personaggi, tra cui spiccano il piè veloce Achille, la signorina Tartaruga che già ai tempi di Lewis Carroll si divertiva a mettere in difficoltà il suo amico non solo in campo atletico ma anche in quello logico, il Granchio. Caratteristica di questi dialoghi è l’essere tipicamente modellati su un brano musicale di Johann Sebastian Bach: così abbiamo l’Aria sulla quarta corda, il Magnifigranc in REaltà (dal Magnificat in Re), e la Sonata per Achille solo, che prende il nome da una Sonata per violino solo e nella quale si legge la trascrizione di una telefonata tra la signorina Tartaruga e Achille… in cui però si legge solo il testo di quest’ultimo. In realtà il cervello umano ricostruisce la parte dell’interlocutrice, in un gioco di figura e sfondo che è lo stesso della litografia del 1957 di Maurits Cornelius Escher Mosaico II che fa anche parte del dialogo.

Quello che segue è il mio tentativo di usare il testo italiano della Sonata per Achille solo come se fosse un basso numerato: ai tempi di Bach era pratica abbastanza comune per l’accompagnamento al clavicembalo non scrivere tutta la parte ma limitarsi a quella di basso a cui si aggiungevano una serie di numeri che indicavano quale accordo dovesse essere suonato. Il tastierista doveva insomma improvvisare la melodia restando nei vincoli dati dal compositore. Cosa ho fatto in pratica? Ho scritto quella che secondo me è stata la parte della telefonata della signorina Tartaruga (e nel farlo ho scoperto un errore di traduzione… lo sfondo mi ha aiutato a trovare la figura). Buona lettura!

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Sonata per Tartaruga sola

La signorina Tartaruga prende il telefono e compone un numero.

Tartaruga: Buongiorno, carissimo Achille!

Tartaruga: Mi spiace dire che non sto troppo bene. Ho la testa che guarda di lato e il collo bloccato.

Tartaruga: Credo che la colpa sia stata l’avere tenuto piegata la testa per troppo tempo nella stessa posizione.

Tartaruga: Un paio d’ore come minimo.

Tartaruga: Stavo guardando un gruppo di animali. Un enorme gruppo di animali.

Tartaruga: Mah, diciamo che erano in genere animali fantasmagorici.

Tartaruga: Non potevo fare a meno di guardarli morbosamente, ma non riuscivo a soffermarmi su nessuno di essi perché un altro mi passava davanti agli occhi, uno più mostruoso dell’altro.

Tartaruga: Sì, ma la cosa peggiore è che in mezzo a tutti quegli animali c’era una chitarra!

Tartaruga: No, il violino.

Tartaruga: Ma è facile distinguerli! La chitarra ha i tasti, il violino no.

Tartaruga: Lo gradirei davvero, ma oltre al torcicollo ho anche un terebrante mal di testa.

Tartaruga: Ci ho provato, ma non riesco ad addormentarmi.

Tartaruga: Sì, ma se provo a farlo mi continua a ritornare in mente un indovinello che non riesco a risolvere e mi mantiene sveglia.

Tartaruga: Ne sarò lieta! L’indovinello richiede di trovare una parola che contenga le lettere ‘R’, ‘E’, ‘B’, ‘R’, ‘A’, ’N’ consecutive al suo interno.

Tartaruga: Purtroppo non sono nell’ordine giusto.

Tartaruga: Guardi, sono ore e ore che ci sto pensando su, e non sono riuscita a cavare un ragno dal buco.

Tartaruga: Non ci crederà, ma me lo ha proposto un santone che si trovava insieme a tutti quegli animali fantasmagorici — e alla chitarra.

Tartaruga: Sì, me l’ha confermato una lumaca.

Tartaruga: Se ne stava andando via con l’aria delusa, e allora siamo rimasti a parlare un po’.

Tartaruga: Ho il sospetto che peggio di così non potrei stare. Mi dica pure.

Tartaruga: Ah, questo è facile. La parola è “TE”.

Tartaruga: Caro Achille, come potrei sapere che cosa lei ha in mente? Tutto quello che posso sapere è il testo dell’indovinello che mi ha fornito, e la mia risposta rispetta perfettamente quelle condizioni.

Tartaruga: Ah, capisco. Mi lasci pensare un attimo… Trovato! La parola è “TEREBRANTE”.

Tartaruga: È per colpa del mio mal di testa terebrante. Mi è tornata in mente la parola e mi sono accorta che era la soluzione dell’indovinello.

Tartaruga: Oh, ho anche trovato la soluzione a quell’indovinello.

Tartaruga: Sicuro di non volerla trovare da solo? Magari le do un aiutino?

Tartaruga: Pensi a come una figura e uno sfondo si possono scambiare i ruoli.

Tartaruga: Aspetti, le faccio un esempio pratico. Ha presente la litografia Mosaico II di Escher?

Tartaruga: Ma è meraviglioso! Lo guardi e mi dica: vede tutti gli animali neri?

Tartaruga: Perfetto. Ora immagini che gli animali neri siano tolti dall’immagine. Cosa rimane in negativo?

Tartaruga: E viceversa. Quindi gli animali bianchi sono lo sfondo della figura con gli animali neri, e gli animali neri sono lo sfondo della figura con gli animali bianchi.

Tartaruga: È la stessa cosa. Nella soluzione c’è una figura e uno sfondo.

Tartaruga: No, non stia a pensarci. Piuttosto, vale ancora il suo invito?

Tartaruga: Le avevo detto che avevo un terebrante mal di testa, ma dopo aver risolto l’indovinello mi è miracolosamente passato.

Tartaruga: Così potrei ascoltare una delle sonate per violino solo di Bach, come mi aveva promesso.

Tartaruga: Sa, ho una teoria su come quelle sonate sono state davvero composte.

Tartaruga: Sì. Sono certa che non sono state pensate per violino solo, ma con un accompagnamento.

Tartaruga: Dal clavicembalo, naturalmente.

Tartaruga: Forse ha portato all’estremo la tecnica del basso numerato. A quei tempi l’accompagnamento al clavicembalo era lasciato all’estro dell’interprete: il compositore indicava solo il basso e gli accordi. Magari Bach ha pensato di dare ancora più libertà all’accompagnatore.

Tartaruga: Direi che in questo modo ognuno può immaginare l’accompagnamento che preferisce.

Tartaruga: Con un accompagnamento degenere, potremmo dire.

Tartaruga: Non ne vedo l’ora!

Tartaruga: Arrivederci anche a lei!

HOWTO: modificare la dimensione di una finestra terminale cygwin

Tutte le volte che installo cygwin scopro che il terminale (la cosa che uso di più) è 24×80, mentre io sono storicamente un patito del 25×80. Solo che non mi ricordo mai dove modificare la configurazione. Alla fine mi sono deciso: in fondo a /etc/bash.bashrc ho aggiunto le righe

ROWS=25
export ROWS
stty rows 25 cols 80
echo -ne '\e[8;25;80t'

e dovrebbe funzionare tutto.

MEDIUM: Wikipedia, libri e l’attendibilità

[post apparso originariamente su Medium, https://medium.com/@.mau./wikipedia-libri-e-l-attendibilit%C3%A0-in-discussione-6ad5ab922a21 ]

L’altro giorno, mentre cercavo in rete citazioni dei media sui quindici anni di Wikipedia, mi sono imbattuto in questo trafiletto di Leggo, che riporta un’intervista al direttore generale della casa editrice Loescher Marco Griffa. Nulla di così strano, considerando che Loescher è un marchio molto importante nell’editoria scolastica. Griffa ha subito spiegato che «Wikipedia è più facile, ma ha insegnato che bisogna verificare la fonte». Magari voi non ci crederete, ma io – come wikipediano di lungo corso – sono totalmente d’accordo con questa frase. I nostri sforzi sono ormai orientati non tanto a riempire di fatti e fattoidi l’enciclopedia – beh, c’è sempre chi lo fa, ed essendo Wikipedia costruita da volontari nessuno può negarglielo – quanto a far sì che il contenuto sia verificabile dal lettore, portando a corredo di una voce le fonti necessarie. Ricordo che Wikipedia nasce come fonte secondaria, il che significa che non può inventare nulla: le cosiddette “ricerche originali”, teorie che non hanno avuto una pubblicazione autorevole esterna, vengono immediatamente cancellate. Questo dovrebbe diventare chiaro per tutti gli utenti dell’enciclopedia: Wikipedia è una risorsa fantastica, ma vi richiede di fare un po’ di fatica anche voi e verificare la fonte delle informazioni in essa contenute.

Quello su cui non concordo è la conclusione che Griffa fa immediatamente seguire a quella frase: «prima, con i libri tradizionali, l’attendibilità non era in discussione». E chi l’ha detto? Chi è che darebbe le garanzie? Faccio un esempio banale. Ho appena letto un libro di matematica per ragazzi dove tra i vari temi trattati si accenna all’Ultimo teorema di Fermat e si racconta di come Wiles l’abbia finalmente dimostrato nel 1994. Si aggiunge però che prima della dimostrazione di Wiles il teorema era stato dimostrato solo per il caso di un esponente n=3. Tralasciando il fatto che Fermat stesso l’aveva essenzialmente dimostrato per il caso n=4, già nel XIX secolo si erano trovate dimostrazioni per molti valori di n: tra i numeri primi minori di 100, restavano fuori solo 37, 59 e 67. No, il libro non è pubblicato dalla Loescher, non preoccupatevi. Non mi interessa tirare fuori il nome del colpevole, ma semplicemente mostrare come l’attendibilità non è spesso assicurata non dico leggendo i media, ma anche con un libro che si suppone essere più curato e meditato. Perlomeno con il web possiamo immaginare di dovere stare all’occhio: con un libro potremmo abbassare la guardia ed essere fregati.

Poi, intendiamoci, capisco i problemi di Griffa: ha perfettamente ragione quando afferma che negli ultimi sei-sette anni l’editoria scolastica è stata obbligata per legge a produrre testi digitali quando il mercato non lo richiedeva. Quest’idea dei nostri governi di ogni colore del dover diventare digitali a tutti i costi non sono mica riuscito a capirla, a meno che non servisse a evitare il peso della cultura negli zaini dei ragazzi: fare uscire un libro digitale che sia una copia verbatim del testo già pubblicato sul cartaceo è poco utile, e confesso di non avere mai avuto tra le mani libri pensati per il digitale (i miei bimbi sono ancora troppo piccoli). Però vorrei lo stesso tranquillizzarlo e ricordargli che “libro digitale” non è la stessa cosa che “libro che va su Internet”. Quindi se le famiglie non hanno una connessione internet, non solo possono usare i libri digitali, ma soprattutto non possono usare Wikipedia e quindi il copincolla per fare le ricerche sarà ancora fatto con i vecchi mezzi…

MEDIUM: Gianni Riotta, Wikipedia e Gödel

[Post apparso originariamente su Medium, https://medium.com/@.mau./gianni-riotta-wikipedia-e-g%C3%B6del-8fd31993e56c ]

Venerdì 15 gennaio Wikipedia compirà 15 anni. In pratica, nel nostro pianeta due persone su 7 non hanno mai vissuto in un mondo senza Wikipedia. (In Italia solo una su 7, ma non è colpa della bassa penetrazione dei collegamenti Internet). Gianni Riotta ha scritto per La Stampa un articolo al riguardo, dove tra l’altro si lamenta che

Troppe voci dell’enciclopedia online sono controverse o spurie (il fondatore del Qualunquismo, Guglielmo Giannini, ricordato come «nonno della showgirl Sabina Ciuffini», ex valletta di Mike Bongiorno), la parte scientifica non divulgativa (provate a studiare il teorema di Gödel su Wiki: «Con il… teorema di Gödel si è dimostrato che tale teoria risulta completa per i soli assiomi logici, ossia: per ogni formula “R”, esiste una formula ad essa corrispondente “r” tale che: se sussiste; se non sussiste …).

Per il primo punto sollevato da Riotta non c’è molto da dire. La notizia è interessante per quelli della mia generazione, e credo anche per chi come Riotta non ha neanche dieci anni più di me; per quanto riguarda i giovani, probabilmente non conoscono né Giannini né Ciuffini né il qualunquismo inteso come movimento politico. Posso dargli ragione sulla collocazione della notizia, che era posta quasi all’inizio della voce; e infatti l’ho spostata in fondo, operazione che chiunque avrebbe del resto potuto fare. Il secondo punto è invece molto più interessante, ed è quello che mi ha fatto venire voglia di scrivere queste righe.

È vero: la voce di Wikipedia “Teoremi di incompletezza di Gödel” è incomprensibile, anche per chi ha conoscenze di matematica e logica di buon livello. Se ve la cavate l’inglese, vi conviene come capita spesso vedere la voce in quella lingua: la trattazione divaga qua e là, ma almeno dà un’idea un po’ più chiara di cosa sta succedendo. Magari prima o poi qualcuno riscriverà da capo la voce in maniera più comprensibile per il volgo: gli faccio in anticipo i miei più vivi complimenti, perché quel teorema è un casino. Qualche anno fa ho provato a scrivere una traccia della dimostrazione: se dovessi farlo oggi, credo che la rifarei da capo e non garantisco di ottenere un risultato migliore. E anche dopo aver riscritto una traccia del teorema, resterebbe tutta la parte sul suo significato, che è ancora più complicato da spiegare con semplicità eppure è la parte che sarebbe davvero importante.

Perché Riotta si è giustamente lamentato di quella voce, ma lo ha fatto per il motivo sbagliato. Wikipedia è un’enciclopedia, non un manuale. Uno che vuole studiare il teorema di Gödel dovrebbe andare a cercare su Wikiversity, che è il progetto della Wikimedia Foundation che per l’appunto

ha come obiettivo la produzione e la diffusione di materiale didattico (lezioni, esercitazioni, attività guidate, attività pratiche, documenti audio, etc.) al fine di consentire a tutti di imparare o di riapprendere in modo più indipendente possibile.

Se mai io avessi tempo di riscrivere la mia dimostrazione del teorema di incompletezza di Gödel, la metterei su Wikiversity e su Wikipedia lascerei solo il collegamento. E non ci sarebbe nulla di strano: come chiunque può verificare, la Britannica non dimostra il teorema, a meno che riesca a farlo nelle 195 parole che non sono visibili nell’anteprima. La Treccani non ha neppure una voce al riguardo nell’Enciclopedia vera e propria: parla del teorema nella voce dedicata a Gödel nel suo Dizionario di filosofia, e dà una dimostrazione del teorema nella sua Storia della Scienza. Non auguro a nessuno di dover studiarlo da quella pagina, ma vale lo stesso discorso fatto per Wikipedia: un’enciclopedia non è un manuale.

Morale della storia? Spero che Wikipedia continui a progredire (anche se non vi nascondo i miei dubbi: più roba c’è, più è difficile avere le competenze per migliorare molte voci). Ma spero che tutti capiscano che Wikipedia è un’enciclopedia, e non può essere tutto.

Cameron Sino cs-sl1000 X L

Il link è questo.

MEDIUM: La Stampa e le licenze Creative Commons

[Post apparso originariamente su Medium, https://medium.com/@.mau./la-stampa-e-le-licenze-creative-commons-7e9fc0c4c133#.xqcdt9jzy]


Come scrive il Post e si può vedere da questo tweet di Mario Castelnuovo, trend e mobile editor de La Stampa, gli articoli del quotidiano torinese non terminano più con la famigerata nota in calce ©TUTTI I DIRITTI RISERVATI, ma con una licenza Creative Commons, la CC-BY-NC-ND (si suppone nella versione 4.0, ma non ci è dato di saperlo); traducendo dal legalese, è possibile copiare gli articoli purché non a scopo commerciale e senza alcuna modifica, indicando la fonte (giornale e autore dell’articolo). La notizia è un déjà vu, a dire il vero: come raccontai al tempo, già nel 2006 i supplementi Tuttolibri e Tuttoscienze iniziarono ad essere pubblicati con una licenza CC-BY-NC-ND 2.5, anche se poi con gli anni il tutto si perse in chissà quale ristrutturazione del sito: l’anno scorso feci molta fatica a recuperare la versione elettronica di un articolo che avevo scritto per Tuttolibri, e la licenza CC non era mica presente. Ora comunque tutto il quotidiano dovrebbe avere questa licenza: ma è tutto oro quello che luccica?

Attualmente la legge sul diritto d’autore recita (articolo 65 comma 1 della legge 633/41, come modificato dal decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 68)

Gli articoli di attualita' di carattere economico, politico o religioso, pubblicati nelle riviste o nei giornali, oppure radiodiffusi o messi a disposizione del pubblico, e gli altri materiali dello stesso carattere possono essere liberamente riprodotti o comunicati al pubblico in altre riviste o giornali, anche radiotelevisivi, se la riproduzione o l'utilizzazione non e' stata espressamente riservata, purche' si indichino la fonte da cui sono tratti, la data e il nome dell'autore, se riportato.

Detto in altro modo, la frasettina magica in calce agli articoli serve per evitare la loro copiatura; se non ci fosse, saremmo più o meno nella situazione della licenza Creative Commons CC-BY-ND, e quindi sarebbe permesso anche l’uso commerciale del testo. La frasettina sarà forse anacronistica, ma è il semplice risultato di una legge anacronistica nonostante tutte le modifiche fatte nei decenni. Quello di cui ci si può lamentare è l’asimmetria, dove le foto “prese su internet” sono spesso la norma in barba ai diritti morali di chi le ha scattate e pubblicate, ma questo andazzo purtroppo è seguito quasi da chiunque. Usare una licenza Creative Commons insomma mostra soprattutto che ci si rende conto che il mondo non è quello del 1941 e magari insegna ai lettori che esiste anche un altro mondo oltre a quello dei paletti del copyright, e questa è sicuramente un’opera meritoria. Quindi un bravo a La Stampa.

Io non sono un talebano della libertà di copiatura, e ritengo che a seconda delle circostanze sia lecito e naturale scegliere una licenza specifica. Per esempio questo mio post, visto che Medium me lo permette e io in questo caso non vedo perché non farlo, è in CC-BY-SA; potete farne quello che volete, modificarlo e anche rivenderlo a qualcuno se ci riuscite – nel caso, vi faccio i miei complimenti – e tutto quello che vi chiedo è che segnalate che in origine l’ho scritto io e che diate anche voi questi stessi diritti sulla vostra opera. La Stampa deve pagare giornalisti, poligrafici e quant’altro: mi sembra corretto che chieda che non ci sia utilizzo commerciale dei suoi articoli da parte di altre persone. Potremmo magari chiederci dove inizia l’uso commerciale, e se avere un blog che mostra pubblicità AdWords rende impossibile riportare quegli articoli: ma spero che si usi il buon senso e si dia un’occhiata a quanto può valere quella pubblicità: tanto diciamocelo, anche se ci fosse un © grosso come una casa spesso non vale la pena di far partire un’azione legale.

Quello che però trovo un’inutile clausola, nel contesto degli articoli di un quotidiano, è la clausola ND, vale a dire l’impossibilità di creare opere derivate. Potrebbe forse avere senso per impedire la traduzione in un’altra lingua, se non fosse per il fatto che tanto ci sarebbe sempre la limitazione di uso non commerciale. Non ha senso nel caso di una citazione – una o due frasi prese da un articolo – perché la legge ha sempre permesso di farlo. In pratica l’unico vero uso della clausola ND è quello di impedire di rifare un nuovo articolo, con nuove idee e suggerimenti, partendo da un articolo già esistente e comunque espressamente citato. In assoluto, qualcosa che non capiterebbe praticamente mai e comunque darebbe pubblicità al quotidiano dove la notizia è apparsa in origine; in linea di principio, un modo per tarpare il flusso non tanto della comunicazione – basta l’articolo iniziale – quanto della creazione di nuova informazione. Sì, è vero, non capiterà quasi mai: ma proprio per questo non sarebbe bello dare un segnale davvero forte di apertura alla creazione di informazione?

MEDIUM: Sei su Wikipedia? Sii grassetto!

(articolo postato originariamente qui)

Un mese e mezzo fa l’ottimo Popinga mi scrisse su Facebook segnalandomi che «La voce Algebra di Boole su Wikipedia fa cagare e non ci si capisce un cazzo.» (Scusate il tecnicismo). Guardando la voce, il secondo paragrafo recitava così:

Matematicamente si dice algebra di Boole un qualunque reticolo dotato di proprietà, quali la distributività, l’esistenza di minimo e massimo e l’esistenza del complemento: l’algebra booleana risulta criptomorfa, cioè associata biunivocamente e in modo da risultare logicamente equivalente, a un insieme parzialmente ordinato reticolato. D’altra parte ogni algebra booleana risulta criptomorfa a un particolare tipo di anello, chiamato anello booleano. La struttura può essere specificata attraverso gruppi e anelli o attraverso i reticoli in modo del tutto equivalente.

Nella discussione, poi, è anche entrata la voce Parametro (matematica) che conteneva tra l’altro questo simpatico testo:

La definizione di parametro è la seguente: è una tangente razionale con valore infinito, tale che ogni volta che si definisce un parametro si possono attribuire all’incognita i valori che secondo il parametro prestabilito risultano lineari e compatibili con il resto del sistema.

Orbene, che dire di queste frasi? Se la vostra risposta è stata come quella di Popinga che ho citato all’inizio della frase siete in ottima compagnia: è quello che ho detto anch’io, che pure forse qualcosa di matematica la so (come del resto gli altri che sono intervenuti in quella discussione…) Il problema è però più generale, ed è per questo che ho pensato di scrivere questo pippone. Se avete fretta e non avete voglia di leggere, eccovi il bignami:

  1. Cose così non dovrebbero stare su Wikipedia
  2. Se le trovate, toglietele voi

Per la cronaca, ora quelle frasi non ci sono più: i collegamenti che avete visto sono alle versioni delle voci che erano in linea in quel momento. Wikipedia è peggio di un elefante, ricorda sempre tutto e lo espone se necessario. Ma veniamo finalmente al pippone.

Cominciamo con quella che potrebbe sembrare una banalità: Wikipedia in lingua italiana è solo una. (Stavo scrivendo “una sola”, ma poi mi sono visto una sfilza di “è una sòla” e ho lasciato perdere). Quello che intendo dire non è che non si possa creare un’altra enciclopedia libera, ma molto più banalmente che c’è un’unica versione di Wikipedia in lingua italiana, o se per questo in lingua francese, tedesca, cinese, swahili… In inglese non è così, esiste anche simple.wiki le cui voci sono scritte in un “inglese semplice”, qualunque cosa ciò voglia dire. Per un italiano probabilmente è anche più complicata, perché le parole inglesi difficili hanno spesso radici greche e latine e quindi assomigliano più alle nostre. Ma il punto non è questo: il punto è che noi italiani abbiamo solo it.wiki e pertanto dobbiamo far sì che una voce sia usabile (che è diverso da “comprensibile”) da tutti: nel nostro caso iniziale, da chi ha studiato le proprietà formali delle algebre di Boole e ha velocemente bisogno di verificare se se le ricorda bene, a chi si appresta a studiarle, a chi è un semplice curioso.
Come si può ottenere tutto questo? Semplice, con una struttura della voce a strati. Il primo paragrafo della voce, la “sezione zero” come si dice nel gergo di Wikipedia, quello che appare nella parte destra dei risultati di una ricerca con Google e il suo Knowledge graph… Il primo paragrafo, dicevo, deve spiegare quello di cui si parla nella maniera più semplice possibile. Hai poi tutto lo spazio che vuoi per essere più preciso, spiegare che le affermazioni iniziali sono solo un’approssimazione, entrare nel dettaglio: addirittura puoi andare a un livello ancora più dettagliato scrivendo sottovoci apposta che vengono citate all’interno della voce principale, che si limiterà così a un riassunto. Se guardate una voce molto ampia come Italia, per esempio, troverete una sfilza di sezioni che iniziano con un riquadro: “Lo stesso argomento più in dettaglio in …”

Bene. Riprendiamo i due estratti delle voci che ho riportato all’inizio. Per quanto riguarda l’algebra di Boole, probabilmente quello che è scritto ha un senso – almeno io sono riuscito a trovare in giro qualche uso di criptomorfismo e di reticolo – ma è indubbiamente un testo estremamente tecnico, che non trovi neppure nei testi del triennio universitario, ma al limite in quelli per la laurea specialistica. La mia soluzione – perché non mi sono limitato a discutere su Facebook ma ho agito – è stata semplice: ho spostato quella parte nella sezione “definizione formale” e ho riscritto il paragrafo introduttivo, sfruttando sia la versione di en.wiki che quelle precedenti su it.wiki. Il risultato non sarà probabilmente perfetto, ma credo che sia sicuramente migliore del testo originale. In fin dei conti il modello di Wikipedia è quello di un processo continuo, a differenza di quello che accade in una tipica enciclopedia: come si direbbe dalle mie parti ma non solo, “Pitost che nient, a l’è mej pitost”. (Da allora sono stati corretti un paio di miei refusi ed è stata meglio specificata l’ultima frase dell’introduzione, per la cronaca).
Nel caso del parametro, la soluzione è stata molto più semplice: ho deciso che quella frase era semplicemente una supercazzola prematurata e l’ho semplicemente cancellata. D’altra parte, una semplice ricerca mi ha fatto notare che l’utente anonimo che più di cinque anni fa (!) aveva aggiunto quella frase aveva anche fatto un’aggiunta parimenti incomprensibile sulla voce Variabile, modifica che però era stata poi eliminata tre giorni dopo nel quadro di una riorganizzazione della voce che evidentemente non era capitata in questo caso.

Ma torniamo a bomba al titolo di questo post. Perché ho fatto queste correzioni? Forse perché su it.wiki sono uno che conta? Macché. Qualunque utente, registrato o no che sia, avrebbe potuto fare quell’operazione esattamente nello stesso modo. Ho semplicemente seguito uno degli slogan di Wikipedia, “Be bold”, cioè “osa”, anche se scherzosamente noi diciamo “sii grassetto”. Ricordate, Wikipedia è un elefante e ricorda tutto: se facciamo qualcosa per sbaglio rimettere le cose come stavano prima è molto facile. (Ah, già che ci sono: in questi casi è sempre cosa buona indicare nell’oggetto della modifica o nella pagina di discussione associata alla voce perché avete fatto una modifica. In questo modo gli altri contributori sanno che se hai fatto qualcosa di non corretto l’hai fatto in buona fede, e garantisco che in questo caso nessuno si preoccupa più di tanto dell’errore). Cancellare qualcosa che chiaramente non va è davvero facile, perché non ci si deve preoccupare della sintassi di Wikipedia!
Certo, il caso della voce sull’algebra di Boole è un po’ più complicato, e posso immaginare che uno magari non si fidi a riscrivere del testo. Però perlomeno può aggiungere il Template C:, che è un modo per dire che la voce in questione è da controllare. I template in genere sono complicati, ma qui non ci vuole poi molto: la sintassi è

     {{C:motivo|argomento|mese anno}}

In questo modo aumentate la probabilità che qualcuno abbastanza “grassetto” si accorga che c’è qualcosa che non va e si appresti a correggerlo.

Perché ricordatevelo: non c’è nessuno che controlla le voci di Wikipedia. O meglio: sono gli utenti stessi che le controllano, ma ci sono semplicemente troppe voci. La messe è molta, ma gli operai sono pochi: ecco perché una frase incomprensibile può rimanersene bella in vista per cinque anni. Ho guardato velocemente le statistiche della voce Parametro (matematica) nell’ottobre scorso: in media ci sono stati sette-otto accessi al giorno. Magari molti di questi accessi sono stati automatici, ma è possibile che nessuno abbia mai davvero letto quello che c’era scritto (all’inizio, ricordo?) E per Algebra di Boole gli accessi superano i 150 al giorno. Tutta gente che poi ha mugugnato perché non si capiva un tubo, ma a cui non è venuto in mente che dei mugugni non se ne accorge nessuno se non sono evidenziati in modo puntuale? No, non basta dire “Wikipedia fa schifo” a meno naturalmente che tu non sia contento che Wikipedia fa schifo. Se cominci a dire “La voce X di Wikipedia fa schifo” forse qualcosa si muove: se migliori la voce di X di Wikipedia allora qualcosa si è sicuramente mosso – e hai tutti i diritti anche morali di dire che Wikipedia fa schifo.

LERCIO: IL PROFESSOR MENOCH E L’IPOTESI DI RIEMANN

IL PROFESSOR MENOCH E L’IPOTESI DI RIEMANN
Intervista esclusiva al professore nigeriano che aveva sostenuto di aver risolto il maggior mistero matematico

(Tucampacaval, Nigeria, 20 novembre 2015) Ieri ha suscitato scalpore la notizia secondo la quale il professore nigeriano Otteyemi Menoch aveva dimostrato l’ipotesi di Riemann: dopo poche ore la notizia è stata però smentita.
Intervistato, il professor Menoch ha rilasciato la seguente dichiarazione: «C’è stato una terribile incomprensione. Stavo preparando il mio solito batch di messaggi in stile 419, usando un algoritmo di mia invenzione per modificare in modo casuale il nome del beneficiario, e sono usciti fuori i cognomi Clay e Riemann, e la somma di un milione di dollari. Come facevo a sapere che il destinatario del mio messaggio non spiccicava una parola di inglese e ha capito che io avessi risolto l’ipotesi di Riemann?»
Menoch si dice preoccupato della pubblicità ricevuta: «Il mio è un lavoro complicato, ho bisogno della massima segretezza per trattare gli affari. Ma è vero che con questi numeri primi si fanno i messaggi segreti?»

(Nota: questo blog non ha alcuna relazione con il Vero e Unico Lercio, che può essere letto qui.)

HOWTO: Aggiungere un indirizzo alias su Gmail

Una volta era facile aggiungere un proprio indirizzo email (un alias) a Gmail e poi spedire da quell’indirizzo: lo si aggiungeva nei settaggi, ci si faceva mandare un messaggio di verifica per controllare se effettivamente quello era un indirizzo a nostra disposizione, e poi eravamo a posto. La scorsa settimana ho cercato di aggiungere un alias dopo qualche anno e ho scoperto che le cose sono completamente cambiate, perché ora bisogna indicare il server di posta da cui spedire i messaggi, cosa che non sempre è possibile. Ho cercato nell’help di Google, ma non c’era nessuna spiegazione: per fortuna la Rete è grande e ho trovato questo post che spiega come fare, e che riprendo qua per mia comodità.

Per prima cosa occorre andare su https://www.google.com/settings/security e verificare che l’autenticazione in due passi sia attiva. Non preoccupatevi se non volete averla: alla fine della procedura si può toglierla di nuovo. Da qui selezionate le impostazioni delle password per le app: ne create una nuova, etichettata con tanta fantasia GMAIL, e generate la password. Otterrete una password di sedici caratteri (e qualche spazio): copiatela.

A questo punto bisogna aprire le impostazioni di Gmail: cliccate sull’ingranaggio in alto a destra e selezionate “impostazioni”. Da lì, nel tab “Account e importazione”, cliccate su “Aggiungi un altro indirizzo email di tua proprietà”. Arriverà un popup, dove dovete inserire il vostro nome e l’indirizzo email che volete aggiungere, e dovete spuntare la casella “Considera come un alias”. Cliccando su Avanti, potete inserire i dati della connessione di posta via Google: server SMTP smtp.gmail.com, nome utente il vostro nome utente gmail, password quella che avete copiato sopra. A questo punto avrete finalmente la schermata dove farsi inviare un messaggio di test e inserire il codice di verifica ottenuto.

Diciamo che non è immediato, ma alla fine funziona 🙂

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