[HOWTO] abilitare il God Mode in Windows

Grazie a Janis, ho scoperto che esiste la possibilità di avere comodamente salvato in un folder un buon numero di scorciatoie ad operazioni di sistema su Windows (10 e 11). Le istruzioni le trovate qui, ma la cosa è molto semplice: create una nuova cartella nel desktop e la rinominate GodMode.{ED7BA470-8E54-465E-825C-99712043E01C}. Il nome sparirà, l’icona cambierà aspetto, e vi troverete tutti i link ai settaggi comodamente ordinati per categoria. Il bello è che potete anche copiare questi settaggi sul desktop, se non avete voglia di dover sempre aprire la cartella.

Resta una domanda: perché mai Microsoft deve fare le cose in questo modo?

[TESTI] I numeri nella Bibbia

Riporto qui un testo che ho preparato per il concorso indetto da biblia.org e che trovate qui con altri contributi.


In un’opera ampia e complessa come la Bibbia è naturale trovare moltissime occorrenze di numeri, proprio come li troviamo nella vita di ogni giorno. C’è però una differenza fondamentale: nella Bibbia troviamo infatti numeri usati semplicemente per indicare un valore – il libro dei Numeri comincia facendo il censimento delle tribù israelite: anche immaginando che i valori siano stati gonfiati, indicano semplicemente una popolazione – ma in molti altri casi i numeri scelti hanno un significato figurato. Questo significato però non nasce per caso: spesso è possibile trovare un motivo per cui a un certo numero viene associato un concetto specifico, tipicamente partendo da qualche considerazione pratica. Nel seguito presento alcuni esempi, con una possibile spiegazione. Chi volesse cercare altri esempi può usare un dizionario delle concordanze, come questo di IntraText oppure quello de La nuova via, per trovare altre occorrenze.

Cominciamo con il numero sette, che è il primo ad apparire nella Bibbia come termine di un processo di conteggio (Gn 2,2-3). Questo numero è immediatamente associabile alla settimana, cioè al più breve periodo di tempo superiore al giorno. Un mese lunare dura infatti poco più di 28 giorni; dimezzando due volte questa durata otteniamo appunto una settimana. Il 7 contiene dunque in sé il concetto di ciclo: il fratello che pecca sette volte in un giorno e si pente sette volte (Lc 17,3-4) indica appunto il dovere morale di continuare a perdonare. Ma sette sono anche i sigilli aperti dall’Agnello nell’Apocalisse, e il 7 appare praticamente sempre in quest’ultimo libro. Affine al 7 è il quattordici, che troviamo per esempio in Mt 1,1-17 nel numero di generazioni da Abramo a David, da David alla deportazione in Babilonia e da questa a Cristo. Il Nuovo Testamento continua a dare al 7 questo significato; viene però anche letto come la somma 3+4, che come vedremo nel seguito rappresentano rispettivamente Dio e il mondo: ecco dunque come il numero 7 è visto come l’opera di Dio nel mondo. Lo si vede per esempio anche nella definizione del canone cattolico: le Lettere sono divise in tre gruppi di sette (quelle paoline principali, quelle di altri apostoli, e quelle paoline “ecumeniche”, compresa la lettera agli Ebrei che venne probabilmente attribuita a Paolo per completare anche quel ciclo. Il numero otto, essendo quello successivo al 7, è l’indice di un nuovo inizio. (Ecco tra l’altro perché i battisteri hanno forma ottagonale!) Per esempio, bisogna circoncidere i figli maschi l’ottavo giorno dopo la nascita; il tempio della visione di Ezechiele (Ez 40) contiene molti riferimenti al numero 8; l’ultima apparizione di Gesù risorto nel vangelo di Giovanni (Gv 19:26) arriva otto giorni dopo la risurrezione.

Un altro numero il cui significato nasce da considerazioni legate al mondo esterno è il dieci. Noi abbiamo dieci dita nelle mani e quindi siamo abituati da millenni a pensare per decine: nella Bibbia il 10 ha connotazioni simili al 7, ma più che il risultato di un processo è un simbolo di totalità. I comandamenti sono dieci, ma sono dieci anche le vergini che aspettano lo sposo (Mt 25,1-13), i lebbrosi guariti da Gesù (Lc 17,11-19), le dramme che una donna possedeva prima di perderne una (Lc 15:8).Il 7 e il 10 possono trovarsi insieme, sia nella raffigurazione del drago e della bestia nell’Apocalisse, che moltiplicati tra di loro per ottenere settanta che è un simbolo di universalità, come il dover perdonare settanta volte sette in Mt 18,22, o gli uomini scelti da Mosè in Nm 11,24-25, ma anche i discendenti di Noè elencati in Gn 10. In alcuni manoscritti, sono 70 anche i discepoli inviati da Gesù a predicare (Lc 10,1), anche se la lezione più comune parla di 72 discepoli; similmente la traduzione greca dell’Antico Testamento (la “Septuaginta”) in alcune fonti è stata compilata non da 70 ma da 72 studiosi, sei per ogni tribù di Israele. La vicinanza dei due valori ha probabilmente portato a una certa qual confusione tra i copisti: ma la loro origine è completamente diversa.

Il numero dodici ci fa immediatamente pensare agli apostoli, e subito dopo alle tribù di Israele. In entrambi i casi il numero viene immediatamente ripristinato: con l’elezione di Mattia dopo il suicidio di Giuda Iscariota, e con lo sdoppiamento della discendenza di Giuseppe in Efraim e Manasse a causa della scelta di non assegnare una terra a Levi la cui tribù era destinata al sacerdozio. Questo ha una ragione molto pratica: infatti il 12 (e ancora più il 72 di cui ho accennato sopra) è un numero facilmente divisibile in parti uguali. Da un gruppo di 12 unità si possono infatti ottenere gruppetti di 2, 3, 4 e 6 unità: ecco perché per esempio le uova si compravano a dozzine. Le 12 stelle sul manto della Madonna (Ap 12,1) hanno la stessa origine, ricordando sia le tribù che gli apostoli. Dal 12 otteniamo anche il numero dei Santi nell’Apocalisse: 144000, cioè 12 (tribù)*12*1000. Ci sono poi altri numeri altamente divisibili nella Bibbia: per esempio in Ap 11,3 e Ap 12,6 si parla di un periodo di 1260 giorni, vale a dire 42 mesi di 30 giorni; Cr 9:13 parla di 1760 giorni, cioè 2*2*2*2*2*5*11.

Il numero tre è tipicamente associato alle manifestazioni della divinità. Naturalmente nella tradizione ebraica Dio è uno solo e non c’è il concetto di Trinità: però il tre appare lo stesso nelle manifestazioni. Abramo in Gn 18,2 vede davanti a sé tre uomini, e Michele, Raffaele e Gabriele sono i tre arcangeli. Forse l’associazione deriva dall’atemporalità di Dio: una delle traduzioni del nome che Dio rivela a Mosè in Es 3,13-15 è per l’appunto “io sono colui che era, che è e che sarà”. Anche i Magi portano tre oggetti a Gesù, indicando così la sua divinità. Il tre può però anche essere visto come 1+2, l’essere cioè “a destra e a sinistra” della persona importante, come la moglie di Zebedeo che in Mt 20,21 chiede a Gesù che i suoi figli Giacomo e Giovanni stiano accanto a lui nel suo regno o Mosè ed Elia che appaiono a fianco di Gesù nella Trasfigurazione; anche la crocefissione in un certo senso rispecchia questo tipo di visione, così come il periodo tra la morte e la resurrezione, che è stato di poco più di un giorno e mezzo ma viene considerato essere di tre giorni contando la fine del venerdì fino al tramonto, il sabato e la notte successiva che è già domenica per gli ebrei.

Come accennato sopra, il quattro viene solitamente associato al mondo, come del resto capita ancora oggi quando parliamo dei quattro angoli del mondo. Il numero 4 fa venire in mente un quadrato, una delle due figure più riconoscibili assieme al cerchio, e il quadrato è simbolo di stabilità. Ci sono parecchie occorrenze del numero quattro nell’Antico Testamento, ma è indubbio che lo troviamo più spesso nel Nuovo Testamento, e specialmente nell’Apocalisse. Gli evangelisti sono naturalmente quattro, e li ritroviamo in Ap 4,6-7, “quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola”. Ma sono quattro anche i cavalieri dell’Apocalisse (Ap 6,2-8), che devasteranno il mondo.

Tra i numeri che invece sono legati alla vita umana, infine, il più importante è probabilmente il quaranta. Sal 90,10 afferma che la vita dell’uomo è “settant’anni, ottanta per i più robusti”; 40 è la metà di 80 e pertanto indica un momento di passaggio, l’equivalente del “mezzo del cammin di nostra vita” dantesco. Quaranta sono i giorni del diluvio; quaranta sono i giorni in cui Mosè è rimasto sul monte per ottenere le tavole con i comandamenti; quaranta sono gli anni di peregrinazione del popolo ebraico nel deserto. Gesù ha digiunato per quaranta giorni, oltre a essere rimasto in terra quaranta giorni dalla risurrezione all’ascensione. In tutti questi casi, come si può vedere, c’è sempre il concetto di testare la fede o la resistenza di una persona o più in generale del popolo. L’altro punto in cui ricorre il 40 è infatti Dt 25,3, dove la fustigazione del colpevole sarà eseguita con “non più di quaranta colpi”, che nella pratica diventano 39 per essere certi di non sbagliarsi a contare e superare inavvertitamente il limite.

[HOWTO] mettere un testo in Word nell’ultima riga di una pagina

Qual è un sistema per avere una riga di testo in fondo a una pagina (ma non nel footer)? Si crea una text box (alt-NZTX con la versione inglese), si toglie il suo outline, e si indica il suo alignment come Bottom relative to Margin. (vedi qui)

[VARIE] Pausa caffè

No, non parlo del mio libro 🙂 Oggi, dopo più di un anno e mezzo, sono tornato in uffficio. A dire il vero non è nemmeno il mio ufficio e ci sarò una sola volta la settimana, ma è un inizio.
Mi sono trovato una macchinetta del caffà nuova, ovviamente con i prezzi rincarati, e con la selezione delle bevande attraverso un touch screen… che mentre la macchina prepara la bevanda ti fa leggere l’oroscopo o giocare a memory. Per la cronaca, finisce molto prima il memory che il cappuccino.

[BOTTEGHE OSCURE] Pubblicità nera

black friday tutto l'anno Capisco che oramai “Black Friday” sia un’espressione dal significato piuttosto vuoto. Ma io continuo a pensare che non sia una grande idea associarlo a un’agenzia di pompe funebri…

[14 settembre 2021, viale Troya]

[WIKIPEDIA] Il decreto attuativo della direttiva copyright: non benissimo

[Questa è la mia bozza originale per il post “Decreto attuativo della direttiva copyright: i punti critici”, che trovate sul blog di Wikimedia Italia. I concetti sono gli stessi.]

Come ricorderete, la delega per la trasposizione della direttiva europea sul diritto d’autore è stata approvata dal Parlamento lo scorso aprile, all’interno della legge di delegazione europea 2019-2020. Tale approvazione non era però l’atto finale: nella legge infatti si dava incarico al governo di emanare un decreto attuativo, cioè specificare come la direttiva deve essere effettivamente applicata. Il Ministero della cultura ha dunque preparato uno schema di decreto, e ha approntato un calendario di audizioni in videoconferenza che si sono tenute il 15 e il 16 luglio scorsi.

Inconcepibilmente, né Wikimedia Italia né Creative Commons Italia, che pure erano state audite durante la discussione sulla legge di delegazione europea, sono state convocate: addirittura non ci era neppure stata segnalata l’esistenza di questa bozza, che abbiamo scoperto per caso dai social media. Il MEI ha poi pubblicato sul proprio sito il testo su cui enti e associazioni auditi potevano presentare le proprie osservazioni. Dopo una nostra vibrante protesta presso il ministero, abbiamo ottenuto la possibilità di inviare per scritto le nostre considerazioni, che riassumiamo qui sotto.

Premettiamo che un decreto attuativo deve rispettare un certo numero di vincoli: chiaramente deve essere coerente con il testo della direttiva europea che viene attuata, ma deve anche rispettare le specificazioni che il parlamento ha indicato nella legge di delegazione. Tra le scelte fatte dal ministero, ce ne sono alcune apprezzabili: per esempio la definizione di “breve estratto” di articolo di giornale, che non è misurato in lettere o parole ma è definito come «qualsiasi locuzione che non sia dotata di autosufficienza esplicativa, e che, pertanto, non dispensa dalla necessità di consultazione dell’articolo giornalistico nella sua integrità.» Purtroppo però altri punti sono stati scritti in un modo che a nostro parere non rispetta lo spirito, e a volte neppure la lettera, della direttiva. Entrando nel dettaglio, ecco alcuni punti in cui pensiamo che il testo dovrebbe essere emendato.

● Non viene specificato un modo univoco per indicare che il titolare dei diritti di una base dati non cede il diritto di estrazione di parte del testo. Esistono già standard de facto, come il file robots.txt, che sono facilmente utilizzabili; non usarli rende inutilmente complicato il lavoro di estrazione, che non può essere compiuto automaticamente.
● Definire un’opera fuori commercio solo quando non è disponibile nei canali commerciali da dieci anni sarebbe punitivo nei confronti delle opere scientifiche, che hanno una vita utile più breve di quelle di narrativa. Abbiamo quindi proposto un semplice emendamento migliorativo: «modificare l’articolo 102-undecies, comma 2, ultimo periodo, inserendo dopo le parole “dieci anni” le seguenti: “, ad eccezione delle opere scientifiche per le quali il termine è ridotto a tre anni, oppure le opere che non sono mai state in commercio”».
● In generale, la trasposizione degli articoli sulle opere fuori commercio appare violare il testo della direttiva, in quanto non introduce un’eccezione obbligatoria ma solo dei processi molto complicati per la concessione di licenze, in netto contrasto con la liberalizzazione, come se si cercasse di aggirare tutte le procedure di semplificazione che la direttiva fornisce a livello di Unione europea. Per fare l’esempio più eclatante, l’art. 8(2) della direttiva obbliga il legislatore nazionale a consentire agli istituti l’uso di opere fuori commercio, anche in caso di inesistenza o inazione di un organismo di gestione collettiva pertinente, cioè obbliga a introdurre una nuova eccezione o limitazione al diritto d’autore, che invece è inspiegabilmente assente nella bozza.

Una trattazione a parte merita l’articolo 1 del d.lgs. I testo afferma che «Alla scadenza della durata di protezione di un’opera delle arti figurative il materiale derivante da un atto di riproduzione di tale opera non è soggetto al diritto d’autore o a diritti connessi, salvo che non costituisca un’opera originale» e a prima vista parrebbe una trasposizione diretta dell’articolo 14 della direttiva europea sul copyright. Ma la direttiva parla di opere visive (“visual art” nel testo originale inglese), che comprende le «opere della scultura, della pittura, dell’arte del disegno, della incisione e delle arti figurative similari, compresa la scenografia» (art. 2, n. 4 della legge 633/41) ma anche «i disegni e le opere dell’architettura» (definite nell’art. 2, n. 5 della legge 633/41, che non viene citato). Potremmo insomma liberamente fotografare la fontana del Nettuno in piazza della Signoria a Firenze, ma non Palazzo Vecchio… Immaginiamo che questa sia semplicemente stata una svista del legislatore. Più grave è l’ambiguità che risulta dal non avere contestualmente indicato il superamento delle direttive del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Tecnicamente il Codice non definisce i canoni per l’uso delle immagini indicati agli articoli 107 e 108 come connessi al diritto d’autore, ma la direttiva nasce per la liberalizzazione dell’uso di tali opere. Si rischia insomma un’ennesima procedura d’infrazione. Aggiungiamo infine che la direttiva copyright invita i paesi membri a “riaprire” le eccezioni opzionali della direttiva InfoSoc, tra cui quella sulla libertà di panorama; non vi è traccia di tale liberalizzazione che sarebbe invece utile per valorizzare il nostro patrimonio culturale.

Ci auguriamo che le nostre considerazioni possano essere recepite dal ministero, e contribuire a una buona legge che sia utile per tutti!

[HOWTO] Aggiungere sottotitoli a un video

Anna mi ha chiesto di aggiungere i sottotitoli (italiani) a un video di YouTube (in inglese), per permettere ai suoi partecipanti diversamente anglofoni di capire cosa diceva un formatore. Ecco cosa ho scoperto.

  • I sottotitoli (i file .srt) di per sé si possono scrivere anche con un editor di testo; la loro sintassi è davvero semplice.
  • YouTube ha un sistema di comprensione del parlato davvero buono, almeno per l’inglese: lo si può usare per avere un punto di partenza già avanzato.
  • Per scaricare i sottotitoli, ho trovato molto utile il sito downsub.com. In pratica si va al link del video, gli si mette davanti la stringa “subtitle.to/”, si apre la pagina e si scaricano i sottotitoli.
  • Per editare i sottotitoli (o anche crearli da zero, se il video è fatto da voi), ho usato Subtitle Edit. Il programma permette persino di mostrare lo spettrogramma se si vogliono sincronizzare perfettamente i testi; altrimenti si può fare come me e lavorare direttamente sul file con le posizioni. Il programma non è il massimo della semplicità, o almeno io non ho scoperto come spostare automaticamente il sub successivo se ne allungo uno, ma è comunque usabile.

[HOWTO] ridurre le dimensioni di un PDF con gs

Avete un pdf troppo grande? Non volete usare i servizi online? Se avete installato ghostscript (gs) potete comunque farlo. Il comando necessario è

$ gs -sDEVICE=pdfwrite -dPDFSETTINGS=/ebook -q -o output.pdf file.pdf

dove PDFSETTINGS serve per decidere quanto comprimere:

/screen selects low-resolution output similar to the Acrobat Distiller "Screen Optimized" setting.
/ebook selects medium-resolution output similar to the Acrobat Distiller "eBook" setting.
/printer selects output similar to the Acrobat Distiller "Print Optimized" setting.
/prepress selects output similar to Acrobat Distiller "Prepress Optimized" setting.
/default selects output intended to be useful across a wide variety of uses, possibly at the expense of a larger output file.

Anche ps2pdf può funzionare.

(fonte: StackExchange)

[WIKIPEDIA] La nuova vita degli archivi Alinari: bene, ma non benissimo

[pubblicato originariamente sul blog Wikimedia.it]

Gli archivi Alinari sono una delle maggiori raccolte di immagini fotografiche, con reperti che coprono un secolo e mezzo di storia. È stata dunque una bella notizia sapere che non sarà disperso: all’inizio del 2020 la regione Toscana ha acquisito la collezione completa, con un valore complessivo dell’operazione di circa 15 milioni di euro, e nei mesi successivi ha completato l’opera ottenendo anche i diritti sulle immagini già digitalizzate. I numeri sono impressionanti: più di cinque milioni di esemplari, di cui tre milioni e mezzo fanno parte dei loro fondi fotografici, partendo dai dagherrotipi per arrivare alle immagini attuali, e quasi un milione e mezzo di foto e album provenienti da donazioni. Infine ci sono anche circa 250.000 libri e riviste di fotografia. Le opere attualmente in formato digitale sono poco più di 200.000, e la Fondazione creata ad hoc e che avrà sede a villa Fabbricotti dovrà fare un lungo lavoro di digitalizzazione, oltre all’imperativo restauro e cura delle immagini che si stanno deteriorando. I piani per la fruizione sono ambiziosi e prevedono un museo fisico, oltre a un innovativo sito web.

Tutto bene, insomma? Beh, non proprio del tutto. Leggendo un articolo apparso un paio di settimane fa sull’inserto Robinson di Repubblica, si scopre che il neopresidente della Fondazione Alinari per la Fotografia ha promesso «Apriremo gli archivi a chiunque ne vorrà fare un uso culturale». Andando più nel dettaglio, si ipotizza la «cessione gratuita del diritto di riproduzione per utilizzi culturali, ma con pagamento di una quota di servizio (che potrà scendere a pochi euro per uno studente alle prese con la tesi), e una sorveglianza sugli usi commerciali, per evitare il rischio della banalizzazione. Insomma, non un self-service, ma una gestione culturale.» Lasciamo per il momento da parte l’ossimoro “cessione gratuita dietro pagamento di una quota”, e guardiamo a quello che succede nel mondo. Nell’articolo, Michele Smargiassi nota che ci sono due modelli: quello delle agenzie stock come Getty, che si fanno pagare (bene) per praticamente tutto, e quello della Library of Congress statunitense, che in omaggio alla visione americana “i contribuenti hanno già pagato con le loro tasse” consente a tutti l’uso libero di tutto il loro catalogo di immagini storiche, anche in alta definizione. La terza via proposta si limita a quanto pare a “facciamo pagare un po’ di meno”; non pare neppure prevista un’esenzione per usi non commerciali, visto l’esempio della tesi di laurea che è stato fatto. Diciamo che è una terza via piuttosto sbilanciata…

Questa visione nasce dalle idee del ministro della Cultura Dario Franceschini – non so se ricordate la “Netflix della cultura”. Secondo Franceschini la cultura, o almeno quella italiana che è “la più migliore del mondo”, deve diventare una fonte diretta di guadagni. Potremmo essere caritatevoli e considerare che in fin dei conti questo approccio è migliore dell’appaltare a Google la digitalizzazione, ma a me la cosa pare una magra consolazione. Se proprio c’è qualcuno convinto che questa è finalmente la volta buona dopo tanti insuccessi e abbiamo trovato il sistema di fare più soldi con la cultura che quelli che ci costa mantenere la struttura burocratica corrispondente, non sarebbe possibile fare una vera terza via e liberalizzare l’uso di immagini con una dimensione massima di 1000 pixel, ovviamente citando la Fondazione Alinari come titolare dei diritti per le immagini ad alta risoluzione?

[WIKIPEDIA] Libertà di panorama in Italia: ultimi aggiornamenti

[post pubblicato sul blog di Wikimedia Italia]

Mentre continua l’esame della legge di delegazione europea, che dovrà anche implementare la direttiva europea sul copyright approvata l’anno scorso, il Parlamento si sta occupando anche di altri temi collegati alla possibilità di libera condivisione delle opere prodotte dalle persone. La Commissione Cultura della Camera dovrà infatti deliberare sulla Risoluzione, presentata da Gianluca Vacca, che prevede di inserire nell’ordinamento italiano la cosiddetta libertà di panorama: cioè relativa a tutti gli usi di oggetti fatti apposta per stare sempre nella pubblica via. Una statua o un ponte sarebbero pertanto ok, mentre un’installazione temporanea o un quadro in una pinacoteca che si vede dalla finestra rimarrebbero nella situazione attuale.

Le proposte di Vacca consistono: 

  • nel favorire rimozione dei cosiddetti diritti connessi, nel caso di riproduzione di opere delle arti visive di pubblico dominio, non aventi carattere originale;
  • nel favorire la libera divulgazione di immagini di beni culturali pubblici visibili dalla pubblica via, per qualsiasi finalità, anche commerciale, nel rispetto della normativa sul diritto d’autore; rispetto alla libertà di panorama completa, pertanto, resterebbero comunque escluse le opere per cui vige il diritto d’autore.
  • nel chiarire e se necessario adottare iniziative normative in modo da permettere la libera riproduzione e divulgazione di immagini di beni culturali pubblici per mezzo delle licenze Creative Commons più libere;
  • nel riconoscere formalmente la facoltà dei singoli direttori MiBACT di concedere l’utilizzo di immagini in rete, attraverso licenze Creative Commons di libero riuso, anche commerciale.

Vacca propone infine di costituire un gruppo di lavoro che valuti l’impatto culturale ed economico sotteso all’applicazione delle licenze Creative Commons nella digitalizzazione e condivisione del patrimonio culturale. In realtà sono state presentate varie risoluzioni da parte di esponenti di vari partiti, le quali riprendono alcuni di questi punti: la Commissione cultura ha scelto di accorparle tutte.

In un’audizione informale svoltasi il 10 novembre, due tra gli esperti convocati hanno presentato un punto di vista simile a quello che Wikimedia Italia sta portando avanti da anni. Daniele Manacorda, già professore ordinario di Metodologie della ricerca archeologica presso l’Università degli studi Roma Tre, ha spiegato come occorra distinguere tra le opere che per loro stessa natura sono uniche e le loro riproduzioni. Per Manacorda è giusto chiedere un canone per l’uso privato delle sale di un museo come luogo per un incontro, e anzi sarebbe opportuno aumentare tale canone; l’uso privato riduce infatti la fruizione del bene per tutti. Nel caso di una riproduzione non artistica, invece, la liberalizzazione serve proprio ad aumentare la fruizione del bene senza toglierlo a nessuno. Christian Greco, direttore del Museo egizio di Torino che ha già permesso l’uso commerciale delle immagini del museo, ha portato un esempio pratico che smentisce la vulgata secondo la quale con la liberalizzazione dell’uso delle immagini si perderebbe una fonte di introito per i musei. Nel suo caso – e si sta parlando di uno dei principali musei italiani – Greco ha rinunciato a circa 13.000 euro l’anno di diritti; ha però potuto destinare a un altro scopo la persona che era dedicata alla gestione di questi diritti, il cui costo annuo è quattro volte tanto. In definitiva il bilancio del museo è migliorato, anche senza contare i guadagni indotti dalla maggiore pubblicità che ora può avere, visto che le immagini di quanto in esso contenuto circolano molto di più.

Era prevista anche un’audizione informale di Wikimedia Italia, oltre che di altri soggetti interessati; purtroppo però è stata rimandata per motivi tecnici e in questo periodo il Parlamento è impegnato con la legge di bilancio. Speriamo di poter aggiungere anche la nostra voce; soprattutto speriamo che anche l’Italia si aggiunga alle nazioni europee che permettono di condividere le immagini delle opere artistiche pubbliche per renderle sempre più note.

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