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[MEDIUM] Alessandro Baricco e il suo Game

Ho deciso di leggere l’ultimo libro di Baricco. Avevo saltato I barbari, esattamente come ho saltato tutta la sua produzione editoriale. In realtà leggevo la rubrica che teneva sulla Stampa qualche decennio fa, e ai tempi avevo stabilito che mi era bastata questa esposizione. Succede però che il tema di The Game si intreccia con altre cose su cui sto cercando di trovare una quadra. È vero che “ars longa, vita brevis”, come diceva (in greco) Ippocrate e dice (in latino) Douglas Hofstadter; però è anche vero che non è bello eliminare pregiudizialmente qualcosa, e quindi ho pensato di dedicare qualche ora della mia vita a vedere come Baricco ha voluto trattare il tema. (Spoiler: pensavo molto peggio. Non consiglierei il libro come unica voce in capitolo, ma vale la pena di leggerlo se si ha già un’idea di quello di cui si parla: se lo si prende senza preconcetti, si scopre che non tutto quello che diamo per scontato è vero).

Qui però non voglio parlare tanto del contenuto del libro – una mia recensione più o meno decente la trovate qua – quanto piuttosto della “baricchitudine”. Mi interessa insomma raccontare come io ho decodificato il suo pensiero, perché ci sono varie cose che secondo me rimangono nascoste. Per prima cosa, Baricco scrive dannatamente bene. Su questo non c’è storia. Le sue frasi si snocciolano senza sforzo, e il lettore plana amabilmente su di esse senza sforzo alcuno. (Sono molto invidioso, sì). Questo è bellissimo, ma nel caso di un saggio c’è un piccolo problema: il lettore in questione si beve tutto senza porsi alcuna domanda sulla verità di quanto scritto. Come sappiamo bene, una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda. Sto dicendo che Baricco ha scritto una serie di fregnacce? No. Ne ha scritte, intendiamoci: ma andando avanti nella lettura mi sono accorto che spesso – qualche decina di pagine dopo quello che avevo rubricato come cazzata – Baricco scriveva esattamente l’opposto. L’idea che mi sono fatto è che è una palla che lui abbia scritto il libro buttando giù man mano il testo. Lì dietro c’è un lavoraccio, e la cosa mi fa incavolare ancora di più, perché sono convinto che lui abbia messo apposta buona parte degli erroracci per far fare al lettore il giro che lui voleva. Non è bello. Verso la fine lo ammette anche tra le righe, anche se non ha il coraggio di dire che i primi due capitoli sono in buona parte fregnacce e se ne esce con “è preistoria” con il consiglio di non rileggere quel testo.

Baricco è un filosofo: quindi per lui il Game ha una filosofia sottostante. Io non sono filosofo e anzi sono sempre stato una capra in filosofia: però non mi bevo il suo professarsi cartesiano con tanto di esempi, e preferisco fermarmi alla lettera. Il Game è Movimento – lo dice lui – quindi è eracliteo. Il problema è che se si parte da questo assunto occorre portarlo avanti coerentemente, cosa che Baricco del resto fa. Questo va benissimo quando concludi che la caratteristica fondamentale di questi “oltremondi” digitali sia la velocità e la leggerezza, che fanno portare a galla l’essenza delle cose anziché nasconderla in fondo come fa il nostro mondo analogico. (“Analogico” e “digitale” sono traduzioni mie, Baricco non usa mai questa terminologia, e anche questo secondo me è un segno: vuole spostare il terreno di gioco, e per farlo coglie una caratteristica diversa da quella tipicamente usata. Ottima mossa, perché costringe il lettore a rivedere tutti i suoi pre-giudizi). Questo però va molto meno bene quando decide di rinominare la post-verità “verità-veloce”, definendola come «una verità che per salire alla superficie del mondo – cioè per diventare comprensibile ai piú e per essere rilevata dall’attenzione della gente – si ridisegna in modo aerodinamico perdendo per strada esattezza e precisione e guadagnando però in sintesi e velocità». Baricco scrive molto meglio di me, ma il concetto è lo stesso che ho scritto nel capoverso precedente: «una bugia ben proposta funziona meglio di una verità nuda e cruda». L’esempio che fa, quello dei “vinili che hanno venduto più del digitale”, è paradigmatico: usa varie pagine per mostrare come quell’affermazione sia l’equivalente delle barzellette su Radio Erevan, perché quello che è successo è che nel Regno Unito in una specifica settimana le vendite di vinile hanno superato il fatturato della pubblicità collegata al download gratuito in digitale, e conclude che sì, la frase non rappresenta i fatti, ma permette però di scoprire tante cose. Palle. Le cose le scopri solo se stai ancora pensando come una persona pre-Game e vai a sfrucugliare. Anche la sua affermazione che in fin dei conti il termine “post-truth” esisteva già nei casi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein e nel doping di Armstrong non funziona: nel secondo caso non è nemmeno post-verità ma semplice negazione, e ai tempi della scenetta di Colin Powell il termine era stato usato una sola volta dieci anni prima in un libro che non era stato filato praticamente da nessuno. (Il secondo libro, che aveva anche il termine nel titolo, uscì l’anno successivo, e fu comunque filato poco).

Questa difesa baricchiana della post-verità, che funziona indipendentemente dai fatti, ha ovviamente una sua origine ben precisa, che si riassume in una parola: narrazione. (“Storytelling”, se siete molto anglofoni. Però questo è uno dei pochi casi in cui il termine italiano è riuscito a mantenere una certa qual forza). Baricco è un campione di narrazione, per negarlo occorre avere davvero una bella faccia tosta. Ha anche ragione quando afferma che non è necessario partire dai fatti per ottenere una bella narrazione: millenni di epica dovrebbero averlo reso chiaro. Però non può incrociare i flussi e applicare al mondo gli stessi schemi di un oltremondo ante litteram qual è la narrativa! Ok, l’ha fatto, e sono ragionevolmente certo che giocasse sul fatto che non se ne sarebbe accorto nessuno, né tra i suoi fan che si sarebbero bevuti tutto né tra i detrattori che invece l’avrebbero stroncato a priori e quindi senza un vero confronto sul testo. Ecco: forse questa sì che è verità-veloce!

Un’ultima nota, tecnica ma anche personale. Baricco ha cinque anni più di me, quindi siamo praticamente della stessa generazione. Però abbiamo vissuto una vita diversissima. È vero che io non sono un nativo digitale, ma sono attaccato a una tastiera da quando avevo quindici anni: faccio quasi parte del gruppo dei pionieri del digitale – attenzione: non dell’élite di cui lui parla: al più, esagerando, dei tecnici nascosti dietro le quinte . Baricco ha fatto un bel lavoro per entrare “da vecchio” nell’oltremondo: ma qualcosa rimane sempre. Ho sorriso quando ho letto «È la postura in cui sto scrivendo questo libro. [Non quella in cui, probabilmente, lo state leggendo: onore al libro cartaceo, che ancora resiste a qualsiasi mutazione].» Stavo naturalmente leggendo il libro nella postura uomo-schermo, quello del furbofono dove ho la copia in formato ePub. Possiamo poi dibattere se la versione elettronica di questo libro sia o no una mutazione e se le note che ho preso sullo smartphone siano la stessa cosa di quelle che una volta si scrivevano a matita sulle pagine: però quell’inciso è la prova che forse non tutto è ancora così liscio come lui cerca di convincerci…

[MEDIUM] È sempre colpa di Wikipedia

informazione e conoscenza non sono necessariamente correlate (da https://en.wikipedia.org/wiki/File:DIKW_(1).png )


Grazie (?) ad Antonio Pavolini ho scoperto questo articolo di Linkiesta: «La generazione Wikipedia è ignorante. E vota politici ignoranti». Occhei: solito titolo acchiappaclic che poi viene declinato nel corpo dell’articolo con l’ormai onnipresente effetto Dunning-Kruger e la citazione di Wikipedia come simbolo del male. Di per sé nulla per cui varrebbe la pena passare una mezz’oretta a scrivere un commento, nemmeno per rimarcare come con ogni probabilità la gente non guardi nemmeno Wikipedia per farsi la propria opinione totale definitiva, ma prenda qualcosa di orecchiato qua e là. Come dicevo sopra, la parola “Wikipedia” è semplicemente usata come acchiappaclic.

C’è però un passaggio dell’articolo che a mio parere è molto più interessante per comprendere come l’intelligencija si ponga davanti alla cultura. Cito:

Sono questi gli effetti, anch’essi paradossali, dell’età dei social e di Wikipedia. La disponibilità immediata di informazioni a vantaggio di chiunque non ha portato, come si credeva, a un generale accrescimento della cultura e della capacità critica. Al contrario, ha favorito il conformismo e la chiusura intellettuale e ha reso disponibile non una conoscenza diffusa ma una nociva infarinatura un tanto al kilo.

Ecco. Una frase come quella mostra un fraintendimento tipico, di cui ho scritto con Paolo Artuso nel nostro Scimmie digitali. Perché mai avere più informazione dovrebbe portare a una maggiore cultura? Se la cosa vi pare sensata, provate a pensare alla quantità di informazione contenuta nei computer. Direste forse che essi siano acculturati? La piramide DIKW spiega molto bene il concetto. La conoscenza si basa sull’informazione, ma è separata da essa. Le informazioni sono i mattoni che noi dobbiamo prendere e assemblare per formare la nostra “casa della conoscenza”, più o meno sgarrupata a seconda delle nostre capacità e del materiale che troviamo. Ma i mattoni da soli non bastano: come minimo ci vuole della malta per tenerli insieme. Fuori di metafora, la malta è la nostra materia grigia che deve essere messa in moto per comprendere le informazioni che vediamo, confrontandole magari tra di loro per avere un’idea di quali probabilmente sono errate – per tutta una serie di ragioni, dal basarsi su dati errati all’essere state create apposta per confondere. Naturalmente azionare la materia grigia è sempre un’operazione costosa: semplicemente un tempo si tendeva a essere conformisti seguendo quello che diceva il prete o il segretario del partito, mentre adesso ci sono più conformismi tra i quali scegliere… no, il verbo “scegliere” non funziona bene, perché richiede comunque fatica. Meglio “prenderne uno”.

Quello che forse potremmo dire è un’altra cosa: che la generazione Wikipedia pensa di dover avere una propria opinione su tutto, cosa che in effetti in passato non capitava, o almeno non capitava pubblicamente. Ma anche su questo io ho dei dubbi. Mi pare che più che esprimere opinioni ci si limiti a rilanciare pedissequamente quello che si trova in giro e piace, dai gattini agli insulti contro Laura Boldrini, dalle frasi leziose in stile Baci Perugina alla foto della prima pagina del libro su Matteo Salvini. Non parlerei nemmeno di infarinatura di conoscenza, insomma: non si sta superando il livello “conoscenza”. Io sono pessimista e temo che dovremo convivere con questo nuovo modo di agire, ma in ogni caso la disponibilità o meno di informazioni è irrilevante in questo contesto. Cultura capacità critica, se proprio le volete, ve le dovete gestire da voi.

P.S.: L’articolo originale di Justin Kruger e David Dunning è del 1999: prima che nascesse Wikipedia, ma soprattutto prima che Internet diventasse così pervasiva. Non diamo proprio tutte le colpe alla rete.

[CTL-ALT-DEL] signage

Non è che io capisca così bene a cosa servano queste pubblicità che arrivano direttamente dal cloud. Però se la prendi forse ogni tanto dovresti controllare se effettivamente i dati arrivano, no?

(Milano, Piazzale Istria, 12 maggio 2019)

[ERORI] apostrofi a casaccio

Il sistema di predizione del Samsung Note9 ha indubbiamente dei problemi. Questo è un esempio che ho preparato apposta, ma garantisco che generalmente se sto scrivendo “un altro” o qualunque altra combinazione di un + parola che comincia con vocale lui è felicissimo di propormi la combinazione apostrofata.
Mi chiedo solo se è un enorme baco di programmazione oppure un esplicito tentativo di rendere ancora più ignorante la gente…

[HOWTO] Non aggiornare una singola app Android

Dal primo marzo Google eliminerà la sua app Inbox, con la scusa che le sue caratteristiche principali sono state inserite direttamente in Gmail. Non sono così d’accordo, e ho cercato di scoprire se si potesse mantenere la versione attuale almeno per un po’, lasciando però l’aggiornamento automatico delle altre app. Non so se funzionerà, ma la soluzione è relativamente semplice. Da Google Play si cerca l’app e si clicca sui tre puntini in alto a destra. Da lì basta togliere la spunta agli aggiornamenti automatici.

[ERORI] Forun


Stamattina ero in Centrale con Jacopo ad aspettare la metropolitana, e mi sono accorto che hanno rifatto la banda gialla con le indicazioni. Solo che chi ha scritto il testo era evidentemente un pessimo digitatore, un po’ come me. Mi chiedo solo se Forun faccia rima con terun …
foto scattata il 12 febbraio 2019

[BOTTEGHE] 4 stelle


Una volta questa pizzeria/kebab milanese si sarebbe chiamata “5 stelle”, ma ormai QVI NON SI PARLA DI POLITICA…

[cartelli] Bici sì, bici no

Se guardate il codice della strada, scoprirete che mentre una bicicletta non può circolare su un marciapiede (o sulle strisce pedonali, se per questo) può farlo in un’area pedonale: i velocipedi sono ammessi per default.
Devo ammettere che non sono riuscito a capire cosa sia raffigurato in questo cartello. In alto c’è indicato che non è permesso andare in bici, in basso però si direbbe che le bici sono ammesse. O lo sono solo per carico e scarico? Misteri insondabili. Tanto qui non ho la bici.

(foto scattata a Chiavari il 23 agosto 2018)

[MEDIUM] Direttiva europea sul copyright: fatti e opinioni

Copywrong, di GDJ - https://openclipart.org/detail/219802

Ora è terminato tutto il cancan sulla votazione all’Europarlamento per decidere se la direttiva per il copyright sul mercato unico digitale era a posto così e pronta per il trilogo, oppure sarebbe stato opportuno discuterla in plenaria. È arrivato forse il momento di mettere qualche puntino sulle i, presentando i temi del contendere in modo spero chiaro. Ho scelto esplicitamente di separare la prima parte (i fatti, scritti nel modo più neurto possibile) dalle mie opinioni, che sono personali e non necessariamente condivisibili. In questo modo spero possiate farvi un’idea un po’ più chiara dei temi della contesa.

Cominciamo da una premessa, anzi due. È doveroso che il lavoro creativo sia giustamente rimunerato: nessuno tra coloro che hanno espresso il loro parere contrario alla direttiva afferma che si può copiare liberamente materiale prodotto da altri senza il loro esplicito permesso (ed eventualmente pagando i diritti d’autore: sono due cose distinte). In generale, quando parliamo di copyright ammettiamo implicitamente che ci debba essere stato lavoro creativo. Ricordo però che almeno in Italia gli autori non hanno quasi mai il copyright sulle proprie opere. Se non ci credete, prendete un libro, un disco o un film e vedete cosa c’è scritto vicino alla ©. Naturalmente il titolare dei diritti (quello dopo il ©, appunto) paga l’autore per avere il diritto di pubblicare l’opera: sono le royalties, il compenso per la cessione dei diritti economici d’autore (per la legge italiana, i diritti morali - vale a dire la cosiddetta proprietà intellettuale - è inalienabile). E anche nel caso in cui i diritti siano pagati a forfait una volta per tutte e non in percentuale sugli acquisti, è vero che se l’editore non guadagna abbastanza poi non potrà più pubblicare; quindi in futuro ci perderà anche l’autore. Ricordiamoci però che non è vero che il copyright è degli autori. Ah: ricordiamoci anche che “copyright” è una parola ombrello, e ci sono tantissimi diritti, economici e no, che possono essere gestiti ognuno separatamente. In Italia per esempio il diritto morale - quello che dice “quest’opera è mia” – è inalienabile: la proprietà intellettuale rimane a te e basta. Invece in teoria uno potrebbe cedere a un editore i diritti per la pubblicazione della propria opera in versione cartacea ma non elettronica, oppure tenersi quelli per un’eventuale trasposizione cinematografica o teatrale (tecnicamente “opere derivate”; anche la traduzione lo è, il che significa che non si può tradurre un libro senza che il detentore dei diritti sia d’accordo).

Passando agli articoli della direttiva, notiamo che rispetto alla sua formulazione iniziale è stata rimossa l’eliminazione di un diritto di copyright. Il cosiddetto diritto di panorama dà la possibilità a tutti (e quindi toglie al creatore dell’opera il copyright relativo) di fotografare monumenti e palazzi sulla pubblica via e fare un uso commerciale di queste foto (gli usi personali erane già ammessi). Ora il diritto di panorama è possibile solo in alcune nazioni europee - l’Italia non è uno di questi; inizialmente era stato concesso, nel testo finale non se ne parla piú. L’articolo 11 invece aggiunge un nuovo diritto di copyright (“ancillary copyright“). Lo spirito della direttiva è che un aggregatore di notizie (si prendono titolo e un pezzetto di testo su un certo tema da più fonti) cadrebbe sotto il copyright di chi ha scritto le notizie originali, anche se ciascuno dei vari pezzi può essere usato singolarmente per il diritto di citazione. In informatica esiste già qualcosa di simile, i diritti sulle basi di dati, cioè sul lavoro fatto da chi ha messo insieme un certo numero di informazioni in modo creativo. Ricordo comunque che gli articoli presenti nell’aggregatore non possono già ora contenere il testo originale completo o comunque oltre il diritto di citazione perché in tal caso si violerebbe il copyright, e che il semplice hyperlink - la stringa che comincia con http:// e che una volta cliccata porta al sito remoto - sarebbe rimasto liberamente usabile. Infine l’articolo 13 non modifica la normativa sul copyright: ciò che è lecito o vietato continuerebbe a esserlo allo stesso modo. Quello che cambia è il modo in cui il copyright viene verificato. Ora lo è a posteriori: se io titolare di copyright trovo che tu sito hai un’opera sotto copyright ti ordino di toglierla. Con la direttiva sarebbe stato per default a priori: chi riceve dei contenuti deve verificare preventivamente che non siano sotto copyright, stringendo accordi con i vari detentori di diritti. La regola avrebbe previsto varie eccezioni, tra cui Wikipedia e GitHub, anche se la sua formulazione non era così chiara: Wikipedia è sì un progetto non-for-profit ma permette l’uso commerciale del materiale in essa contenuto, e quindi non è detto che l’eccezione sarebbe stata valida.

Fin qui i fatti. Spero che su di essi possiamo tutti essere d’accordo. Da qui in poi arrivano le mie opinioni, che potete accettare o no ma vi prego di leggere lo stesso. Cominciamo dal fondo, cioè dall’articolo 13. Ho forti dubbi che un controllo a priori funzioni su tutto il materiale sotto copyright, a meno naturalmente che si parli di Google che si memorizza tutto e se lo tiene in pancia. Come è possibile per un piccolo titolare di copyright fare accordi con tutti i siti che accettano file caricati dagli utenti? Consegna il materiale preventivamente, sperando che non vada in giro? (No, non basta avere una firma digitale sui contenuti. Basta sostituire un singolo frame del film oppure aggiungere un decimo di secondo di silenzio o ancora modificare leggermente la copertina per avere una checksum diversa senza modificare in pratica il contenuto). Viene chiesto di fare un controllo sui metadati? Vale la stessa cosa che ho detto qui sopra: semplicemente i motori di ricerca per recuperare i file piratati (ce ne sono, ce ne sono…) mostreranno anche i file che hanno leggere variazioni sul nome. Si chiederà ai piccoli siti di pagare Google per il servizio di controllo copyright? Spero proprio che non si voglia dare loro i soldi per pagare la Google Tax. Resto insomma dell’idea che sarebbe molto meglio far funzionare meglio la regolamentazione attuale a posteriori. Se io con un semplice Google Alert trovo ogni settimana nuovi siti che hanno una copia piratata dei miei libri, che ci vuole a un editore per fare la stessa cosa? Un’ultima cosa: immagino che i nostri giornali elimineranno tutte le foto “prese da Internet” nelle loro gallerie, il che in effetti non sarebbe un male… oppure pagheranno Facebook per il diritto di usare il nostro materiale. Ho controllato le condizioni d’uso: «Quando l’utente condivide, pubblica o carica un contenuto coperto da diritti di proprietà intellettuale (ad es. foto o video) in relazione o in connessione con i nostri Prodotti, ci concede una licenza non esclusiva, trasferibile, conferibile in sottolicenza, non soggetta a royalty e globale per la trasmissione, l’uso, la distribuzione, la modifica, l’esecuzione, la copia, la pubblica esecuzione o la visualizzazione, la traduzione e la creazione di opere derivate dei propri contenuti». Se non lo sapevate, sapevàtelo. (Se volete il mio parere, le frasi in grassetto non dovrebbero esserci. Ma visto che ci sono mi guardo bene dal pubblicare su Facebook qualcosa che valga davvero la pena. Per quanto riguarda questo specifico post, l’ho lasciato apposta con una licenza libera che permette anche l’uso commerciale, quindi non ci sono problemi di sorta.)

Ah già, questa non era la direttiva contro le fake news, quindi un testo come questo non sarebbe comunque stato toccato

Per l’articolo 11, io ritengo idiota che una raccolta automatica di brani di news senza nessuna creatività - è fatta automaticamente, in fin dei conti… - sia considerata un’opera protetta da copyright e quindi si vogliano chiedere soldi a Google News. Presumo che a questo punto Google farebbe come in Spagna e saluterebbe tutti, ma questo non è un mio problema. Detto questo, non ho nulla in contrario a priori al fatto che gli editori cerchino di farsi dare qualche soldo dagli Over The Top per concedere loro il privilegio di mandare traffico verso i loro siti. Sappiamo tutti che lo spirito della direttiva era questo. Bene. Allora scrivete questa direttiva in modo più specifico, e soprattutto indicando specificatamente cos’è un aggregatore di notizie e non dicendo “non si può fare nulla tranne queste nostre benigne eccezioni” (vedi il testo dell’articolo 13). Per quanto mi riguarda un aggregatore (a) contiene qualcosa in più di titolo e catenaccio della notizia stessa - quindi tutti i giornali che vivono di clickbait possono tirare un sospiro di sollievo - e (b) non contiene un testo originale. Quest’ultima parte serve per distinguere una rassegna stampa di approfondimento (per me ok) da una mera raccolta (che è sì fuori copyright, ma per cui gli editori possono chiedere soldi all’aggregatore). Poi resto dell’idea che se Google e amici dessero metadati invece che soldi saremmo tutti più felici, ma questa è un’altra storia.

Resta il punto più spinoso e proprio per quello generalmente messo sotto il tappeto dai media: il diritto di panorama. Io non riesco davvero a capire perché se c’è un edificio pubblico che tutti possono vedere mentre passano per la strada non sia possibile fotografarlo, quindi farne un’immagine a scopo didascalico e non artistico, senza il permesso di chi ha progettato quell’edificio. Come direbbe Magritte, “Ceci n’est pas un palais”, non foss’altro che perché è a due dimensioni e non tre -è qualcosa di diverso da un modellino, tanto per dire, e la foto ha comunque un contesto. Eppure non è così. Bontà loro, i nostri governanti al momento permettono le foto senza fini di lucro, di cui però Wikipedia non se può fare nulla. Altre nazioni sono molto più generose e ammettono il diritto di panorama, anche se a dire il vero l’europarlamentare Jean-Marie Cavada e i suoi amici avevano già tentato nel 2015 di abolirlo ovunque nell’UE, per evitare «che i monopoli americani come Facebook e Wikimedia sfuggano al pagamento dei diritti ai creatori» (lo ha detto lui, al limite potete lamentarvi della mia traduzione fatta ad occhio senza che io parli francese). Detto in altri termini, il concetto di diritto d’autore per queste persone è qualcosa del tipo “se vuoi regalare il tuo lavoro creativo, fa’ pure, non te lo impediamo; ma devi avere la possibilità di impedire qualunque riuso anche indiretto del tuo materiale senza che ti paghino per il disturbo”. Il mio concetto, e credo quello della maggior parte dei wikipediani, è “il lavoro creativo è sacro, ed è giusto che chi lo faccia abbia il diritto di farsi pagare per il riuso; ma la documentazione del lavoro creativo dovrebbe essere libera per chiunque, e se qualcuno riesce a farci dei soldi buon per lui”. (Nota a margine: Arnaldo Pomodoro ha dato a Wikipedia una licenza esplicita per postare immagini di una qualunque sua opera esposta in un ambiente pubblico. Presumo che abbia compreso che è tutta pubblicità). Per la cronaca, il concetto degli Over The Top dovrebbe essere qualcosa tipo “regalaci il tuo materiale: a te non serve, ma noi sappiamo come farci dei soldi su, soldi che ci teniamo tutti noi”.

Se siete arrivati fin qui, dovrebbe esservi chiaro che il problema per me non è il concetto copyright, ma la sua applicazione attuale, che non è più a favore dell’autore salvo in pochi casi eccezionali. Sarebbe per esempio interessante sapere quanti iscritti alla SIAE ricavino più di 13000 euro l’anno (mille al mese più tredicesima, come un operaio specializzato) di royalties. Il guaio è che la narrazione è nelle mani di chi in effetti sul copyright ci guadagna eccome, anche se autore non è, e quindi non vuole che si stia a pensare a cosa succede davvero. Ecco, cercate invece di azionare il cervello.

[postato originariamente qui]

[FUN] i pasdaran di Di Maio

Eccoli in una rara foto che sono riuscito a scattare.

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