_Renascence_ (ebook)

(disclaimer: ho ricevuto questo libro via LibraryThing Early Reviewers)

L’idea alla base del libro (Leigh Goodison, Renascence, Sheffield Publications 2017, pag. 243, € 0,99) è interessante, anche se non troppo originale: la Terra sta morendo, e alcuni giovani sono inviati nello spazio per trovare sostanze che potranno essere usare per far rinascere il pianeta. Peccato che il risultato sia deludente.

La sospensione dell’incredulità che occorre per leggere il titolo è molto alta, partendo dai viaggi galattici che dovrebbero avvenire tra pochi anni e arrivando all’invalidamento della teoria della relatività. Ma in fin dei conti questa è fantascienza e non ho nessun problema ad accettare queste premesse, se la storia funziona. Questo purtroppo non è il caso. I primi capitoli sembrano scritti per dei bambini che non sanno nulla; d’accordo preparare lo sfondo del libro, ma è molto meglio aggiungere man mano i particolari nel corso del testo anziché fare una specie di testo da sussidiario. L’OWL, il consiglio che regge quello che è rimasto il pianeta, è necessario per la trama ma rimane una specie di deus ex machina; si accenna ad alcune possibili liti interne (sempre necessarie alla trama) in maniera inconcludente. Il personaggio di Lucian è inutile, ma viene ogni tanto rievovato. Reynard è presentato in vari modi diversi, con un cambio netto da un capitolo all’altro e senza nessuna spiegazione – almeno che io abbia capito – di quali siano le sue vere motivazioni. L’unico personaggio con un minimo di spessore è la protagonista Zeta. Il risultato finale è che ho trovato davvero difficile seguire la storia, perché non sono mai riuscito a farmi un’idea di dove l’autrice voleva arrivare.

Laura Boldrini e le vie legali

La presidente della Camera Laura Boldrini ha deciso che comincerà a passare alle vie legali contro coloro che continuano a insultarla via Facebook.

Primo mio pensiero: ma allora non serviva fare chissà quale legge ammazzainternet come continuavano a dirci? Si poteva fare già con le leggi attuali? (Il pensiero è retorico, lo sapevo perfettamente come lo sapevamo in tanti. E presumo lo sapessero anche parecchi politici)

Secondo mio pensiero: poteva decidersi molto prima. Quando si è una delle prime cariche dello Stato si ha il dovere di proteggere non solo il proprio nome, ma anche quello della carica. Il fatto che la stragrande maggioranza di quelli che scrivono e diffondono certe sconcezze siano dei minus habens è irilevante; al più in sede penale si potrà concedere loro le attenuanti generiche in quanto parzialmente incapaci di intendere e volere.

Terzo mio pensiero: Boldrini fa bene a non oscurare i nomi di chi scrive. Io lascerei addirittura i link alle loro pagine Facebook, ma si sa che sono un iconoclasta. Non è per mettere queste persone alla gogna: tanto – vedi il punto sopra – non se ne accorgerebbero nemmeno. Trent’anni di imbarbarimento ci hanno portato a questo. Ma almeno potrei scoprire qualcuno da evitare.

Ps: anche se si fosse del tutto contrari a quanto faccia Boldrini, c’è modo e modo per dirlo.

Pastone

Ieri sera mi è capitato per caso di avere la tv accesa e sintonizzata su un telegiornale (il tg3 delle 23 o giù di lì). A dire il vero io stavo leggendo, ma non ho potuto fare a meno di accorgermi che continua ad esserci l’abitudine del pastone politico, anzi dei pastoni perché ce ne sono stati due su due diversi argomenti, che non ricordo nemmeno.
Mi rammentavo dei pastoni di venti anni fa: una sfilza di dichiarazioni dei vari esponenti dei vari gruppi politici, in un ordine che è rigidamente stabilito secondo qual è l’attuale governo (il famigerato “panino”) il tutto accoppiato da immagini di repertorio del relativo esponente. Dopo quattro lustri non è cambiato nulla se non che forse ci sono più politici. Quello che però non capisco è se effettivamente ci sono telespettatori che stanno a sentire questo trito teatrino, oppure è solo un tributo da pagare alla politica.

_Punto : Fermiamo il declino dell’informazione_ (libro)

«Quod est post-veritas?» Chissà se Ponzio Pilato avrebbe potuto pronunciare questa frase dopo aver udito la narrazione delle gesta di quell’ennesimo profeta ebreo che però a differenza dei precedenti sembrava essere particolarmente odiato dalle autorità religiose locali. Diciamocelo: mentire è un’attività nella quale noi tutti siamo particolamente versati, ma in questi ultimi anni sembra che essa sia giunta a un livello ancora superiore, tanto che si è sentito il bisogno di coniare un nuovo termine di stampo orwelliano.
Ecco che Paolo Pagliaro, in questo breve saggio (Paolo Pagliaro, Punto: Fermiamo il declino dell’informazione, Il Mulino – Voci 2017, pag. 127, € 12, ISBN 9788815270498), ci offre una panoramica di cosa è cambiato: i grandi attori di Internet come Google e Facebook hanno sottratto pubblicità ai media tradizionali che sono stati costretti a inseguirli nel propalare narrazioni – il famigerato storytelling – anziché fatti; nel frattempo la politica, che già di suo non è mai stata così amante della verità, si è gettata a pesce nel nuovo paradigma di (dis)informazione. Pagliaro ci fa notare come tutto ciò dipende in prima battuta dall’unica cosa che è rimasta costante se non in calo in questa epoca di ipertrofia dell’informazione: la nostra attenzione, che è quindi diventata un bene prezioso e viene catturata sparandole sempre più grosse nella speranza che noi ci fermiamo per qualche secondo in più (e vediamo qualche banner pubblicitario, ça va sans dire).
Ecco: una pecca del libro è che anche Pagliaro è inconsapevolmente cascato nello stesso peccato che ha giustamente presentato. Nel testo sono mostrate tante fake news, raccontate molto bene e affiancate a quello che è davvero successo. Ma sarà proprio così? Una delle regole – di fondamentale buon senso – presentate nel libro per evitare di fare da cassa di risonanza dice di diffidare di una notizia se non c’è l’indicazione dell’autore o della fonte. Io mi sarei aspettato una sezione finale di note con una sfilza di riferimenti a quanto scritto: invece la bibliografia (solo cartacea, come se la carta fosse sinonimo di qualità) non ne riporta traccia. La speranza è che il lettore si sia così tanto appassionato da diventare un detective e cercarsi da solo le confutazioni qui presentate (e accorgersi delle imprecisioni, come la data della definizione di post-truth come parola dell’anno da parte dell’Oxford Dictionary o la definizione di Eric Schmidt che si riferiva alla produzione di informazione fino al 2003). Ma in quanti lo faranno?

Il single sign-on di LinkedIn

Mi è appena arrivato un messaggio da LinkedIn con titolo “maurizio, here is your link to sign in to LinkedIn” e testo che comincia con “Here is the one-time sign in link you requested”. Sì, arriva da LinkedIn. Ma i dati della richiesta sono

Date: August 9, 2017, 2:23 PM (GMT)
Operating System: Windows 7
Browser: IE
Approximate Location: Aubervilliers, Seine-Saint-Denis, France

A dire il vero non sono ancora le 14:23 GMT, e mi stupisco che qualcuno usi ancora Internet Explorer. Ma chi diavolo vorrebbe entrare sul mio account dalla Francia?

(Interessante notare che LinkedIn richieda che con il SSO si entri dallo stesso device che ha fatto la richiesta, tra l’altro. Ah, per sicurezza la password l’ho cambiata)

Carta Nazionale dei servizi

Ieri sera mi è arrivata una busta intestata SOGEI. Mi sono preoccupato un po’, ma quando l’ho aperta ho scoperto che era semplicemente la nuova Carta Nazionale dei Servizi. Nazionale, sì. Noi in Lombardia avevamo sempre avuto una tessera regionale (oltre che quella nazionale), ma ho scoperto che «Dato il livello raggiunto dai servizi socio–sanitari nazionali, Regione Lombardia ha avviato il progetto di convergenza della CRS verso la TS–CNS. Ai cittadini lombardi con la CRS in scadenza, quindi, verrà recapitata la nuova Tessera Sanitaria – Carta Nazionale dei Servizi da utilizzare comodamente da casa.» Diciamo che se fossi un funzionario di un’altra regione mi arrabbierei un poco.

Ma veniamo all'”utilizzare comodamente da casa”. La letterina che era allegata alla tessera specificava che avrei potuto chiedere il pin, da usare “comodamente” con un lettore di smart card, oppure una password comprensiva di codice “usa e getta” (one-time password) che sarebbe arrivata via telefono, e sarebbe basato andare in un’Unità Ospedaliera. Il mio ufficio è attaccato al Fatebenefratelli: in tredici minuti sono andato, ho fatto le pratiche, sono anche passato al bancomat e sono rientrato. Questo è bello. (Un po’ meno bello scoprire che con SPID avrei comunque potuto fare tutto). Entro, metto la password provvisoria, scrivo la password definitiva, accetto l’accettabile, e guardo il mio fascicolo sanitario: vuoto. Però posso aggiungere nel “taccuino” le informazioni sanitarie e condividerle con il mio medico di base: così ho inserito la scansione degli ultimi esami del sangue Avis, esami che naturalmente sono stati fatti al Niguarda ma che a quanto pare non possono essere messi automaticamente (e in formato elettronico nativo, non scansionato), nel senso che non è previsto da nessuna parte che io possa dare l’ok all’operazione. Bene, ma non benissimo.

Marcinelle

Che Salvini attacchi Mattarella per il ricordo della strage di Marcinelle e contestuale associazione con i migranti che sbarcano in Italia è una non-notizia. Molto più interessante da commentare – a parte la forma sintattica: chi scrive questi discorsi deve avere fatto un addestramento speciale… – la frase iniziale del presidente della Repubblica: «L’8 agosto di 61 anni fa a Marcinelle, dove persero la vita, tra gli altri, 136 nostri connazionali, si consumò una sciagura che ha lasciato un ricordo indelebile nella memoria europea.»

I miei ventun lettori sono sicuramente persone molto acculturate e quindi sanno cosa successe a Marcinelle nel 1956. Probabilmente sanno anche come mai c’erano così tanti minatori italiani: nel 1946 Italia e Belgio avevano firmato un protocollo che prevedeva che venissero inviati nel nord Europa tanti minatori (formalmente 50.000, in pratica più di 60.000) in cambio di forniture di carbone, di cui avevamo estremo bisogno per le nostre industrie.

Probabilmente se non ci fosse stata quell’esplosione in miniera (che uccise parimenti italiani e belgi: il protocollo era stato firmato non perché il Belgio volesse lavoratori di serie B da mandare in miniera, ma perché non c’era sufficiente manodopera) nessuno parlerebbe di quel protocollo. Inoltre è vero che l’Unione Europa deriva in ultima analisi dall’idea della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, e insomma il carbone ha un posto fondamentale. Ma pensate davvero che il ricordo di Marcinelle sia indelebile, anche solo in Italia e in Belgio? Io no. Capisco la necessità di retorica, e anche il tentativo di riportare la storia nel contesto attuale; ma per quanto mi riguarda sarebbe stato meglio un taglio che ricordasse le morti ma ponesse più l’accento sull’integrazione e quindi sul futuro anziché sui ricordi che fanno parte del passato.