Quando facevo le elementari (trentacinque anni fa, insomma…) tra i miei fumosi ricordi c’era quello del pusher che fuori dalla scuola, guardato a vista dai bidelli, ti regalava l’album delle figurine e il primo pacchetto. A quei tempi le “figu” erano solo e unicamente quelle dei calciatori made in Panini, forse non è inutile dirlo. Ho anche qualche flash sul pacchetto di figurine comprato la domenica (20 lire la busta?) ma nulla sull’avere effettivamente mai completato un album: l’idea era quella che le figurine servivano per giocarci (lanciarle più vicino possibile al muro, oppure dare una manata a un mucchietto lasciato per terra e prendersi quelle che venivano rovesciate) o al limite per la litania del “celo celo manca” ultimamente riciclata dal Gianni Morandi.
Ma si sa che i tempi cambiano: l’album delle figu me lo sono trovato oggi sulle scale della metro insieme alla free press, e con dentro le prime sei figurine per iniziare l’opera. L’unica cosa che non è cambiata è che l’editore continua ad essere Panini. Per il resto, a parte che puoi ordinare le figurine che ti mancano via internet, mi pare che lo spazio bianco ai margini della figurina si sia ridotto – la figurina stessa mi pare più piccola, ma quello può essere un effetto del mio essere cresciuto.
Ma resta l’ultima domanda, e a quella non so proprio come rispondere. Ma le figurine non dovrebbero essere appannaggio dei bambini? E allora, perché mai le danno agli adulti?
effervesciamo!
Anna e io abbiamo due idee diverse su come deve essere un’aspirina: lei la vuole effervescente, io no. Dal mio punto di vista una pastiglia infatti si inghiotte, generalmente senz’acqua. A casa ho trovato solamente aspirine effervescenti: ne ho prese due tra ieri e oggi, mi sono scocciato e mi sono detto “vabbè, tanto a pranzo vado al Fiordaliso e me ne compro una confezione”. Sbagliato. Non c’era il generico, non c’era l’aspirina, non c’era nemmeno il Bufferin.
Fortuna che di farmacie ce ne sono tante e prima o poi spero di trovarne una che non sia succuba di questo sistema sfrizzolino, ma mi domando il motivo di tanto odio verso le pastiglie (che non siano blu)…
una giornata iniziata male
Già ho dormito da cani stanotte, tra brividi di freddo e raffreddore; già stamattina quando mi sono alzato stavo pensando se andare in ufficio in auto e non con i mezzi – poi ho avuto un leggero miglioramento, e ho deciso di inquinare di meno. Arrivo a Famagosta, guardo l’orologio, e penso che posso rischiare di prendere il 15 e non aspettare dieci minuti che parta l’AMP. Sbagliato: in piazza Abbiategrasso scopro che il 15 arriverà dopo solamente 26 minuti. Faccio un po’ di conti, e me ne vado al Lidl più o meno da quelle parti, visto che c’erano i biscotti a 99 centesimi e le ricaricabili da 2500 mAh a 2 euro e 99. So che mi ci vorranno ventotto minuti, e infatti mi vedo passare davanti il famigerato tram mentre stavo ritornando alla base; ma faccio conto che il successivo sarebbe arrivato quasi subito, come in effetti è stato. A Rozzano era attaccato al precedente… mantenendo 18 minuti di ritardo sulla sua tabella. Perlomeno non hanno soppresso la corsa.
non solo Saddam
Nel processo che ha portato alla condanna a morte di Saddam Hussein, la massima pena è stata comminata non solo al Raiss ma anche ad altri due imputati: il fratellastro Barzan al-Tikriti e l’ex presidente del Tribunale Rivoluzionario Awad al Bandar. A quanto pare, i due non erano poi “così importanti”: sono pertanto rimasti un paio di settimane nel braccio della morte, e sono stati giustiziati stamattina, nonostante tutti gli appelli che sono stati fatti perché la pena venisse sospesa e commutata in ergastolo.
Appelli che però dalle nostre parti non mi pare di avere visto più di tanto, né sui giornali né sui blog. Probabilmente è più facile parlare di qualcuno (tristemente) famoso, o magari si pensa che tanto quegli altri non sono poi così importanti: insomma una di quelle cose che mi dà tanto fastidio. Capisco di più quelli che dicono “è giusto che certa gente sia messa a morte”… almeno sono coerenti.
Passo a MT3.3?
Io sono notoriamente molto pigro, e quindi il mio blog gira da almeno due anni sotto Movable Type 2.661 (prima avevo un sistema molto fatto in casa che avevo trovato in giro: d’altra parte nel 2001 non è che ci fossero molti blog).
Una volta avevo anche pensato di passare a WordPress, ma il tentativo è abortito quasi subito: qui comincia ad esserci troppa roba – questo post è il 2779mo – e a me personalmente non attira molto la struttura di WP dove ogni pagina è generata volta per volta. Intendiamoci, saranno anche fisime, ma me le volete lasciare?
Le alternative sarebbero quindi (a) lasciare tutto così, che funzionicchia – tranne il problema che i commenti sono sempre un’ora indietro, e non sono ancora riuscito a capire il perché – oppure (b) passare a Movable Type 3.3, che essendo aggratis per uso personale può essere usato senza problemi. La fregatura è che a mia conoscenza solamente il GNeri e la vicina di pianerottolo usano MT, e mi piacerebbe avere qualche commento in più. Che ne pensate?
1921 Classe della vittoria (libro)
Della seconda guerra mondiale se ne sta parlando parecchio, in questi ultimi anni: forse perché con l’inevitabile avanzare in età di chi la guerra l’ha vissuta si vuole cercare di fissare per quanto possibile le immagini e i ricordi. Questo agile libro (Neri Mietti Norega, 1921 Classe della vittoria, Edizioni Angolo Manzoni, pag. 125, € 9, ISBN 88-88838-66-X) racconta la guerra vista in prima persona da un giovane ufficiale dell’esercito italiano, che se vogliamo è stato relativamente fortunato, essendo stato in servizio sul fronte jugoslavo e non in Libia o in Russia. Non sono quindi narrate eroiche imprese: ma forse proprio per questo la lettura ti prende ancora di più, anche per lo stile assolutamente personale che giudica indubbiamente i fatti, ma non vuole dare nessun pre-giudizio. Basta vedere le ultime pagine, in cui Mietti Norega si chiede cosa avrebbe fatto se avesse dovuto scegliere tra l’adesione ai repubblichini e la fucilazione, e risponde “Forse sarei andato nella RSI”, con un’onestà che gli fa onore. Quello che forse stona un po’ sono le spiegazioni, specialmente all’inizio, sulla situazione italiana del tempo: la loro freddezza me le ha fatte sentire come qualcosa di estraneo. Ma questo non toglie nulla al valore del libro.
Tabelle orari ATM
(Pre Scripto: visto che qui continua ad arrivare gente che cerca gli orari ATM, faccio loro notare che c’è il sito ufficiale…)
Lo so, scrivo sempre le stesse cose: ma non è colpa mia se le situazioni al contorno non cambiano mai.
Ieri sera per andare a teatro abbiamo pensato di non prendere la metro che ci costringeva a cambiare, ma il 7 che fa il percorso diretto casa-teatro. Guardo sugli orari in linea: i passaggi sono indicati alle 18:59, 19:09, 19:19. Faccio un po’ di conti, vedo che prenderlo alle 19:09 ci fa arrivare con qualche minuto di anticipo, e dico agli altri di trovarsi per le 18:55. Loro ci sarebbero anche stati, io invece no: per colpa di un’incomprensione hanno lasciato passare il tram che era appunto passato alle 18:55 e aspettato me. Io stupidamente, dopo essere arrivato alle 18:59, non ho poi detto “saliamo sull’11 che sta passando”, con l’idea di cambiare in via Farini e prendere il 3 o il 4. Risultato: il 7 successivo è passato alle 19:16. Fortunatamente Loris era andato per conto suo e come al solito era in congruo anticipo, così ha ritirato lui i biglietti: noi siamo arrivati alle 19:32 sfruttando al secondo l’usuale ritardo del Piccolo per infilarci ai nostri posti subito prima che iniziasse lo spettacolo.
La ciliegina sulla torta è stata che il tram che abbiamo preso, secondo il suo display, era perfettamente in orario, il che significa che (a) ATM continua a tagliare corse senza dire nulla e (b) anche quando non lo fa, le tabelle indicate sul sito sono del tutto farlocche. Giusto per completare l’opera, al ritorno, dopo avere cenato, il display elettronico indicava *; quello dall’altra parte segnava 17 minuti, e dopo cinque minuti, vedendo che l’altro segnava 12 e il nostro asterisco, abbiamo deciso “al diavolo, prendiamo la metro che almeno fa più caldo”. Probabilmente la vettura che mancava all’andata continuava a mancare.
PS: venerdì mattina sono arrivato in ufficio con un 15 che indicava “ANT 7”. Questo significa che, anche ammesso che non si fosse perso qualche tram, il successivo sarebbe arrivato dopo quasi venti minuti: otto di tabella più sette di anticipo più qualche altro minuto di ritardo indotto dal fatto che più gente doveva salire. E in questo caso non era certo colpa del traffico… dove sono i manager?
Vita di Galileo (teatro)
Ieri sera abbiamo fatto un’allegra brigata di cinque persone (Anna, io, Marina, Simona e Loris) per andare allo Studio a vedere il brechtiano Vita di Galileo nell’allestimento coprodotto dal Piccolo e dai cosentini di Libero Teatro, sotto la regia di Maximilian Mazzotta. L’opera deve piacere così tanto a quelli del Piccolo che invece del solito “libretto” accompagnatore di otto pagine di cui quattro di pubblicità ne abbiamo ben trentadue. Che posso dire invece io? mah. Gli attori, quasi tutti giovanissimi, sono bravi. L’idea di farla al centro del teatro e non sul palcoscenico, con tutti tranne Alessandro Castriota Scanderbeg – Galileo seduti in un cerchio e che si alzano man mano, è vincente: la struttura dello Studio aiuta molto. Anche mettere uno schermo in alto per fare vedere le immagini degli astri – o magari della Cappella Sistina – non è stato male. Far fare a delle donne le parti dei cardinali e del Papa è un po’ strano, ma nella struttura della rappresentazione ci stava benissimo.
Però ci sono alcune scene che sono balletti, musical persino, che ho francamente trovato poco comprensibili, e che spezzavano la continuità senza un vero senso; più sensato vedere a volte i vari personaggi ruotare intorno a Galileo come pianeti, chi in un senso chi nell’altro. Poi non ho per nulla capito – e non sono stato il solo – i momenti come quello iniziale dove Galileo è fermo in mezzo alla scena e tutti gli altri fanno vari rumori. Quelli della campagna? la vita di città? La scena si è ripetuta tre o quattro volte, quindi un senso ce l’aveva di sicuro. Basterebbe scoprire quale. Rispetto al libretto brechtiano, sono state tagliate alcune scene: l’opera dura complessivamente ottanta minuti.
Chi volesse vederlo a Milano, lo troverà fino al 21 gennaio con una successiva reprise tra il 26 febbraio e il 4 marzo; la compagnia è comunque in tournée per l’Italia.