Atleti trans

Le dichiarazioni di Caitlyn Jenner contro la partecipazione delle ragazze trans negli sport femminili hanno sicuramente fatto un po’ di scalpore (anche se nemmeno troppo qui in Italia, dove abbiamo altre cose a cui pensare).

Sicuramente non si può dare della terf a Jenner. In fin dei conti lei ha gareggiato (e vinto l’oro olimpico…) come maschio. Il problema nelle gare sportive di atletica è che ci sono indubbie differenze fisiche tra maschi e femmine. Poi è chiaro che se io avessi dovuto gareggiare tra le donne sarei comunque finito in fondo alla classifica, ma quella è un’altra storia. Proviamo a vedere la cosa in un altro modo. Se una donna fosse stata imbottita di ormoni maschili fin da piccola, pur senza farle cambiare sesso, sarebbe corretto farla gareggiare con le altre donne?

Ad ogni modo, ricordo ai più giovani che è quasi mezzo secolo che si parla di questi temi. Mi sa che alla fine si decideranno a fare campionati trans…

Fedez, Rai e tutto il resto

Sono due giorni che la diatriba tra Fedez e la Rai per l’intervento del primo nel concertone del primo maggio promosso dal secondo sta riempiendo tutti i media. Posso tranquillamente confessare che non ho nessuna idea di chi abbia ragione e chi torto, non intendendo usare i miei poveri neuroni per valutare i dati che si trovano in giro.

Mi limito quindi a due domande. Per la prima credo di non essere così originale: ma la gente è davvero così interessata a queste cose? (no, non voglio sapere la risposta, lasciatemi sperare). La seconda è forse un po’ più interessante. La Rai non poteva limitarsi a non far vedere il pezzo di Fedez?

Notizie francesi

Penso che tutti abbiate letto che la Francia ha arrestato sette ex-terroristi italiani che se ne stavano tranquilli e beati oltralpe sfruttando la cosiddetta “dottrina Mitterrand”: in pratica se si comportavano bene sarebbero stati lasciati in pace. Evidentemente i tempi sono cambiati. In effetti non è che ci sia stato tutto questo clamore sulla notizia, il che forse fa pensare che quella stagione sia davvero terminata.

Invece una notizia che a quanto pare non è proprio apparsa sulla stampa italiana è quella dell’incendio doloso di un asilo a Lilla, notizia che ho scoperto dalla mia bolla Facebook (ognuno ha le bolle che si merita). Quando sono arrivati i pompieri per spegnere l’incendio, sono stati attaccati con “mortiers” (che un mio amico francofono mi ha spiegato non essere mortai ma razzi per fuochi d’artificio; sempre qualcosa di incredibile, eppure rimasto assolutamente sconosciuto qui da noi.

È proprio vero che tutta la libertà che pensiamo avere quando parliamo delle notizie che accadono nel mondo in realtà non ce l’abbiamo; rimaniamo sempre nella gabbia delle solite poche notizie “di moda”…

GDPR e “legittimo interesse”

Io generalmente non perdo troppo tempo a verificare ogni volta tutta la pappardella sulla privacy che ogni sito ci appioppa. (Sì, anche le mie Notiziole hanno una pappardella sulla privacy, purtroppo è obbligatoria. Spero di averla preparata nella maniera meno intrusiva possibile, tanto non prendo nessun dato e i cookie servono solo al lettore se vuole commentare salvandosi i suoi dati). Diciamo che finché non mi vengono chiesti nome e altri dati, amen. So bene che incrociando tante fonti si può sapere troppo di me, ma l’alternativa è smettere direttamente di leggere. Anna invece controlla ogni volta cosa viene chiesto: mi è capitato così di scoprire che ormai la maggior parte dei siti mette come default la non accettazione dei dati… salvo quelli sul legittimo interesse. La cosa mi ha incuriosito, così mi sono messo a cercare qualcosa in più.

Innanzitutto, già la vecchia legge italiana sulla privacy aveva una zona grigia. Se per esempio non avevamo firmato alla banca il consenso al trattamento dei nostri dati per le operazioni di sportello, non potevamo in teoria nemmeno prelevare soldi al bancomat. Dopo un po’ di tentennamenti, si giunse al concetto di “consenso strumentale”. Se stai usando il bancomat per prelevare soldi, si suppone che tu stia dando il consenso per quella singola operazione, visto che altrimenti non potresti avere i soldi. Diciamo che probabilmente in fior di giurisprudenza la cosa sarebbe stata forse impugnabile, ma per una volta il buon senso aveva prevalso.

Stavolta invece la situazione mi pare meno chiara. Come spiegato qui, il GDPR elenca sei casi in cui possono essere trattati i dati personali: richieste contrattuali, obblighi legali, interessi vitali, pubblico interesse, consenso… e legittimo interesse. Le spiegazioni dei vari casi si trovano nei Considerando del regolamento GDPR; quelli che trattano il legittimo interesse sono i Considerando da 47 a 49. Il 49 parla di dati di traffico, il 48 del passaggio tra consociate, il 47 fa tutto un pippone che termina con “Può essere considerato legittimo interesse trattare dati personali per finalità di marketing diretto.” E qui casca l’asino.

Ammetto di non aver seguito tutto l’iter di approvazione del regolamento GDPR, ma mi sa che questa frasetta sia stata infilata come cavallo di Troia. Di per sé, non significa nulla: quel “può” non dà nessun diritto e come spiega il sito itgovernance.eu citato sopra chiunque può fare un DSAR (data subject access request), e ottenere un record completo dei dati trattati e del motivo per cui sono stati raccolti. Peggio ancora: se noi non siamo d’accordo sul fatto che ci sia un legittimo interesse, è il gestore dei dati che deve dimostrare che è così. Certo, ci sono casi citati anche nel Regolamento che non danno dubbi: prevenzione di frodi, network security, verificare possibili azioni criminali o timori per la sicurezza pubblica. Ma non credo proprio che i consensi che ci sono chiesti rientrino in queste casistiche; lo fanno solo per venderti cose, confidando sul fatto che vedere la differenza tra “uso normale” e “legittimo interesse” ci faccia pensare che il secondo sia più o meno obbligatorio.

In definitiva, mi sa che abbia ragione Anna a togliere in modo certosino la spunta a tutti questi “usi legittimi”…

Eterogenesi dei fini (editoriali)

L’AIE ha pubblicato una nota nella quale segnala come nel primo trimestre 2021 ci sia stata una crescita di oltre il 26% sia del numero di copie vendute che dei ricavi per i libri stampati (quindi non si sta parlando di ebook). Grande soddisfazione, ovviamente, anche senza considerare il fatto che l’anno scorso nella seconda metà di marzo i libri si potevano solo comprare online. Però…

Come David Allegranti segnala su Twitter, tra i numeri si legge come la percentuale di vendite online (che rappresentava il 27% nel 2019 e il 43% nel 2020) sia ancora cresciuta al 45% in questo primo trimestre 2021. Intervistato per il Sole-24Ore da Andrea Biondi, il presidente AIE Ricardo Franco Levi parla di “eterogenesi dei fini” a proposito degli effetti della riduzione dello sconto massimo dal 15% al 5% con la legge dello scorso febbraio. Per Levi, «il taglio dello sconto era stato pensato per togliere un vantaggio ai grandi operatori del commercio online […]. I dati indicano che così non è stato. I grandi operatori dell’online hanno venduto ancora più di prima beneficiando interamente della riduzione dello sconto, cosa che non è stata possibile agli altri punti di vendita che già applicavano alla propria clientela sconti molto più bassi».

Per amor di verità, l’anno scorso Levi era contrario alla legge: ma d’altra parte l’AIE raggruppa gli editori, mica i librai, come si può anche capire dall’ultima frase riportata che è un contorsionismo niente male: è ovvio che a parità di copie vendute il guadagno è maggiore se lo sconto praticabile è minore, ma non è che questo porti a un vantaggio competitivo per l’online rispetto alle librerie fisiche. Resta comunque il punto fondamentale: lo sconto praticato non c’entra con la scelta del luogo di vendita, come del resto noi pochi lettori forti ci dicevamo già allora.

Quello che può importare è invece la distribuzione relativa tra gli editori: i piccoli e medi editori sono passati da una percentuale del 47,5% di vendite nel 2019 al 50,9% del 2020 arrivando al 54,1% nel primo trimestre 2021. E quello sì che probabilmente è favorito almeno in parte dall’online, per la semplicità di trovare la copia di un libro che ci interessa senza essere bloccati dai bancali pieni di copie dell’ultima “fatica” dei soliti noti. Vabbè, il mondo è sempre interessante!

I terroristi di ilmeteo.it


Spero che nessuno dei miei ventun lettori usi ilmeteo.it per alcunché. Questa azienda (nel footer c’è scritto “Iscrizione registro delle imprese di Padova”) non è mai stata interessata a fare previsioni del tempo, ma solo a produrre titoloni perché la gente vada a leggere i suoi articoli e quindi dargli soldi con la pubblicità. Solo che dopo un po’ la fantasia comincia a difettare, e dopo una sfilza di “sciabolata vichinga”, “invasione scandinava”, “aggressione temporalesca sull’Italia” correvano il rischio di ripetersi. Per fortuna loro è arrivato il Covid, e una nuova serie di titoloni su temi molto più tristi.

Solo che, come mi ha segnalato il mio amico Stefano Scardovi, hanno passato il segno. Ecco qua il titolo: VACCINI: SEGNALAZIONI GRAVI da oltre il 7 per cento delle DOSI, gran parte da ASTRAZENECA. I DATI dell’AIFA (Il maiuscolo è loro, e chi sono io per toglierglielo?) Il 7% delle dosi significano una persona ogni 14: è una catastrofe. E in effetti leggendo l’articolo (mi è toccato farlo…) scopriamo che di queste segnalazioni “il 92,7% si riferiscono a situazioni non gravi, che si risolvono completamente” mentre “[quel]le gravi corrispondono al 7,1% del totale”. Peccato che queste percentuali si riferiscano alle segnalazioni, che sono state “46.237 su un totale di 9.068.349 dosi somministrate” (grassetto loro). Pertanto i casi gravi sono stati “36 eventi ogni 100 mila dosi somministrate” (stavolta il grassetto è mio). Peggio ancora: l’articolo continua con “indipendentemente dal tipo di vaccino, dalla dose (se prima o seconda) e dal possibile ruolo causale della vaccinazione”. Ma allora perché la gran parte delle segnalazioni arriverebbe da AstraZeneca? hanno fatto più vaccini? Macché. Sempre dall’articolo si legge che la maggior parte dei casi gravi è collegata a Pfizer, per l’ottima ragione che sono loro la maggior parte delle dosi inoculate.

Detto in altre parole, siamo ben oltre il clickbait, che sarebbe stato qualcosa come “migliaia di segnalazioni gravi dopo il vaccino!!!11!” Qui abbiamo un titolo scientemente fuorviante, sfruttando il fatto che saranno in pochi a leggere l’articolo. A me piacerebbe che qualche avvocato li denunciasse per procurato allarme…

Grandi risultati informatici della sanità lombarda

Martedì Jacopo ha dovuto fare un tampone (negativo) perché la pediatra voleva essere certa che un suo sfogo cutaneo non fosse legato alle nuove versioni di Covid. Il laboratorio a cui ci ha mandato (Synlab) è privato, come nella miglior tradizione lombarda. Fatto il tampone (con notevole difficoltà legata al divincolarsi del giovane) danno ad Anna un foglio con le istruzioni per scaricare il giorno dopo il risultato. Fin qui tutto perfetto: non c’è alcuna ragione per dover tornare a ritirare un foglio. Ieri mattina provo a collegarmi al sito: ci ho perso venti minuti. In pratica ogni pagina a cui cercavo di accedere si caricava in un minuto o due, sempre che non andasse in timeout e dovessi rilanciarla.
Mi chiedo come sia possibile avere una connessione a scoiattoli per un sito. Gliel’avrei anche detto compilando il modulo di feedback che mi proponevano, ma è finito in timeout anche lui…

registro elettronico hackerato

Se avete figli o nipoti a scuola, probabilmente sapete che in questi giorni molte scuole non hanno a disposizione il registro elettronico, perché Axios è stata oggetto di un attacco (ransomware, per quanto mi pare di aver capito: quindi con i contenuti crittografati e pertanto illeggibili, e con la richiesta di soldi (in bitcoin, tipicamente) per ottenere la password e poterli recuperare. Non che io sia così certo che la password venga davvero consegnata :-) Axios è la piattaforma usata dall’istituto comprensivo dove i gemelli frequentavano la scuola elementare, quindi la conosco almeno come utente.

A parte la scarsa sicurezza di queste piattaforme, che potrebbe avere come effetto il moltiplicarsi degli sforzi da parte degli studenti per riuscire a penetrare nel registro e cambiarsi i voti, e sperando che il gestore facesse molti backup resta un problema di base. Perché abbiamo dovuto copiare gli americani e privatizzare il gestore di questi strumenti didattici? Non si poteva fare una gara e scegliere lo stesso sistema almeno su base regionale?