Ieri il Buongiorno di Massimo Gramellini raccontava quella che poi si è saputa essere la bufala del commissario alla maturità che si è sentito chiedere di far bocciare il figlio perché altrimenti non avrebbe potuto fare il cameriere in pizzeria. Io tendo a evitare di leggere i giornali, quindi non avevo capito che la bufala era presente su vari giornali: avevo semplicemente visto il link postato da qualcuno e creduto fosse una delle solite provocazioni di Gramellini.
Saputo il tutto, stamattina sono andato apposta a vedere cosa avrebbe scritto: devo dire che se l’è cavata bene. Non tanto per scrivere subito di essere “dell’agenzia Pirla”, né per la frase finale «Continuerò a coltivare la mia ingenuità: fa comunque meno danni del cinismo» (ueh, stiamo parlando del Gramellini, se non mi aspettassi un po’ di retorica vivrei in un altro pianeta). È però riuscito a dire che ha sbagliato, e cosa avrebbe dovuto fare, e non si è nascosto dietro un dito. Non è così banale, in mezzo a gente (non solo giornalisti, e nemmeno politici, e direi neppure solo italiani) che per prima cosa inizia a dire che è stata fraintesa, che le cose sono diverse da come sembrano, che le cavallette. Quindi, tanto di cappello.
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Previti contro Wikimedia Foundation, Inc.
Il 20 giugno scorso il tribunale di Roma ha emesso una sentenza (12261/2013) in un processo intentato da Cesare Previti contro la Wikimedia Foundation. Nella causa, Previti sosteneva che la versione della voce su di lui nell’edizione in italiano di Wikipedia fosse “pettegolezzo pseudo giornalistico alimentato dallopera di soggetti […] assolutamente inattendibili”, contenendo affermazioni inesatte e diffamanti, e che quindi Wikimedia Foundation dovesse essere responsabile di fronte alla legge italiana per aver fornito un luogo che consente la pubblicazione di contenuti presumibilmente diffamanti. Il giudice ha respinto l’accusa, affermando che «ai sensi delle leggi italiane, la Wikimedia Foundation è un fornitore di hosting piuttosto che di contenuti e come tale non può essere ritenuta responsabile dei contenuti scritti dagli utenti individuali».
La sentenza è solo di primo grado, ma è molto interessante – oltre che essere stata rapida, essendo stata avviata il 30 gennaio. Innanzitutto la prima citazione era stata fatta non solo a WMF ma anche a Wikimedia Italia: gli avvocati di Previti hanno poi però riconosciuto che noi non abbiamo nulla a che fare con la gestione delle pagine dell’enciclopedia. La seconda cosa è che nella sentenza viene esplicitamente scritto che «[Wikimedia] offre un servizio basato proprio sulla libertà degli utenti di compilare le voci dellenciclopedia: è proprio questa libertà che esclude lobbligo di garanzia e che trova il suo bilanciamento nella possibilità lasciata a chiunque di modificarne i contenuti e di chiederne la cancellazione […]»: dunque, non solo si fa vedere che Wikipedia afferma esplicitamente di non poter garantire la veridicità dei dati, ma che un’ulteriore garanzia è data dalla possibilità di correggere eventuali errori trovati (naturalmente se la voce non è protetta).
Ciò che forse non è chiaro è che il tribunale non è (giustamente) entrato nel merito delle affermazioni riportate nella voce. Vorrei che fosse ben chiaro che se effettivamente ci sono delle frasi diffamatorie, chi le ha scritte ne è responsabile penalmente, e presumo che WMF avrebbe fornito eventuali log per poter risalire all’utenza: ma non era questo l’oggetto del contendere. Spero che questa sentenza sia un buon viatico per la causa Angelucci che si trascina ormai da quattro anni (e dove tra l’altro le affermazioni contestate erano titoli di articoli su Corriere e Repubblica…)
Aggiornamento: giuro che mentre scrivevo non avevo saputo di questa notizia.
Aggiornamento 2: (28 giugno) sempre per i casi della vita, Luca Sileni mi ha segnalato come il giudice ha applicato gli articoli 16 e 17 del decreto legislativo 70/03 (Responsabilità nell’attività di memorizzazione di informazioni-hosting; Assenza dell’obbligo generale di sorveglianza), promulgato dal governo Berlusconi 2.
Kal dos Santos e le notizie che non si leggono
Domani (venerdì 28 giugno) alle 18:30 si terrà in largo Fratelli Cervi a Milano un presidio di sostegno sensibilizzazione promosso dallAssociazione Culturale Arci Mitoka Samba dopo l’aggressione subita il 19 giugno scorso dal percussionista brasiliano Kal dos Santos: potete leggere un resoconto dei fatti sul sito del Mitoka Samba.
Dos Santos non lo conosco, ma la zona sì, visto che ci passo in bicicletta tutti i giorni per andare in ufficio. Ma ci sono altre due cose che dal comunicato non traspaiono e mi paiono preoccupanti allo stesso modo. La prima è che – anche nel caso che dos Santos avesse in effetti dato uno schiaffo a quel bambino – continui a sembrare una cosa normale andare “a farsi giustizia da soli”. La seconda è che di tutta questa storia non si è letto nulla sulle pagine locali dei giornali. Io sono un tipo che pensa sempre male, ma ho come il sospetto che se gli aggressori non fossero stati italiani se ne sarebbe parlato eccome: e questo non mi pare affatto bello.
puccyness
Visto che la prossima settimana ci traslocano di ufficio, sto buttando via pacchi di roba che non ho toccato in tutti questi anni.
Aprendo una borsa, ho trovato la documentazione di un corso di Project Management che ho fatto il 13 e 14 giugno 2002. La docente del corso è quella che un anno e mezzo dopo divenne mia moglie. (Sì, ci siamo conosciuti all’Aquila, all’allora Scuola Superiore Guglielmo Reiss Romoli).
Ci sono anche i miei appunti, scritti con una grafia incredibilmente leggibile, con chicche tipo la frase
[esercitazione, ma io facevo il guardone]
(nel senso che l’esercitazione era su un problemino di problem solving: quando l’insegnante spiegò il problema io commentai “lo conosco, quindi non posso mettermi a fare lavoro di gruppo per risolverlo!”) Ero già un rompipalle dieci anni fa: ma questo lo immaginavate, vero?
Attacco spam sul blog
È da ieri che sta arrivando un attacco molto più pesante del solito (non ve ne accorgete perché cancello subito i commenti). Anzi gli attacchi sono due, perché uno è in italiano quasi corrente mentre il secondo è come al solito in inglese. Quello che stupisce è che stiano usando post nuovi, addirittura quello di stamattina su Europeana (che al momento ha commenti bloccati per ovvie ragioni).
Vi terrò informati.
Europeana e fondi
Europeana ha pubblicato un appello (in inglese, francese e tedesco, chissà come mai non in italiano) perché si tenga conto di loro nel budget complessivo dell’Unione Europa per gli e-progetti, che a quanto pare a partire dal 2015 sarà tagliato da 9 miliardi a uno (e dovrebbe ottenere fondi via le “Telecom Guidelines of the Connecting Europe Facility”… già il nome mi preoccupa).
Europeana, se non lo sapete, è una specie di aggregatore di contenuti culturali europei. Le petizioni non servono a molto, e non sono nemmeno certo che il semplice modello di Europeana (che non spinge le istituzioni a rendere disponibile il loro materiale per tutti gli usi) sia quello migliore. Però ho ancora dei dubbi sulla capacità degli strumenti puramente automatici (leggi Google) a indicizzare questo tipo di contenuto in maniera intelligente: qui abbiamo l’opposto del SEO. In definitiva, fate quello che volete, ma almeno siate informati.
Emilio Colombo
Per morire ha scelto il giorno peggiore: tutti i titoloni dei giornali sono stati per la condanna in primo grado di Berlusconi per la faccenda Ruby (di cui eviterò con cura di parlare). Non è giusto nei suoi confronti, considerato che Emilio Colombo era l’ultimo dei Padri Costituenti, ed è riuscito persino a sopravanzare il divo Giulio in questa speciale classifica di vita. Non è nemmeno giusto dimenticare il suo impegno europeista, ricordato comunque da tutti i coccodrilli insieme al suo uso di cocaina (“per scopi terapeutici”, e indubbiamente l’ha tenuto su sino all’ultimo, direi).
Quello che i coccodrilli mi pare abbiano taciuto è che al tempo dell’inchiesta sulla droga a Palazzo Madama erano anche uscite voci su una sua presunta omosessualità; omosessualità che di per sé non sarebbe stata un problema, se non fosse che Colombo è stato un notabile della vecchia DC e questo non andava affatto bene. (Intendiamoci: se fosse stato un notabile del vecchio PCI non sarebbe andato bene lo stesso, mi sa).
Ma voglio ricordare Emilio Colombo quando a marzo il fine costituzionalista Simplificius Calderoli cercò di fregare il presidente pro-tempore del Senato pensando che il vecchietto sarebbe finito in stato confusionario, e venne rintuzzato con facilità estrema. Poi dicono che la coca non fa bene :-) (beh, ovviamente ci vuole robba bbuona, mi sa)
Se fossimo in un paese serio
Giovedì scorso Giovanna Cosenza scrive questo post, su cosa è capitato a due suoi studenti che hanno avuto la disavventura di cercare di chiedere informazioni (per un esame universitario) a Tim. Cosenza racconta giustamente cosa i due studenti le hanno riferito, e fa giustamente notare che sarebbe meglio che una grande azienda fosse molto più attenta al suo comportamento – che è una cosa diversa dal fornire o no i dati – verso questo tipo di richieste.
Giovedì sera mi capita di vedere quel post. Telecom Italia è un’azienda molto grande, tanto per dire persino l’ufficio stampa non è monolitico: faccio presente la cosa alle mie conoscenze aziendali, e venerdì mattina so per certo che Cosenza è stata contattata. Non so ovviamente cosa sia poi successo, quello non è il mio lavoro ed è giusto che non abbia visibilità al riguardo. Quello che so è che ad ora il post non ha alcuna indicazione che la situazione è in movimento (movimento che può anche essere negativo, intendiamoci), tanto che un commento di stamattina sul blog ha come testo
Lho postato sulla pagina FB della Tim – Vediamo se ce lo lasciano. E se rispondono!
(e giustamente chi ha commentato non può sapere che hanno già risposto venerdì mattina, a meno che non abbia doti divinatorie)
Il post di Cosenza termina con un classico artificio retorico:
«Se fossimo in un paese serio unazienda telefonica importante accoglierebbe la richiesta di due studenti con attenzione e curiosità, ne siamo convinti. E di sicuro nel giro di pochi giorni fornirebbe le statistiche richieste, o almeno parte di queste nel caso fossero in ballo dati sensibili. Ma siamo in Italia, e qui le cose vanno così.»
Anch’io voglio fare il piccolo retore: Se fossimo in un paese serio, un professore universitario che segnala un pessimo comportamento di un’azienda dovrebbe anche aggiungere cosa è successo in seguito. Non certo cancellare il post se le cose poi finiscono bene: le cose sono partite male, e il diritto all’oblio per quanto mi riguarda è una idiozia. Ma far sapere che anche se con le cattive le cose sono cambiate dopo la segnalazione questo sì: il lettore ha diritto ad avere un’informazione completa (e notate che non sto chiedendo nemmeno di sentire l’altra campana). Ma siamo in Italia, e qui le cose vanno così.
Aggiornamento (1. luglio) dopo dieci giorni è stato pubblicato un aggiornamento su come la vicenda è proseguita. Tutto bene – dal punto di vista della comunicazione del blog, intendo: per quanto riguarda la comunicazione Telecom/Tim non mi sembra il caso di esprimere giudizi – allora? No. Chi per caso facesse una ricerca e capitasse sul post originario non saprà mai che è successo dell’altro. Eppure non ci vuole molto: lo sto facendo io adesso con questo aggiornamento, che chiaramente è separato dal testo originario ma permette al lettore di farsi un’idea completa. Cosenza ritiene meglio avere un post separato? Ne ha pieno diritto e direi che abbia anche perfettamente ragione, ma se la piattaforma WordPress non aggiunge automaticamente i trackback ribadisco che una riga di aggiornamento con il link al nuovo post non è così complicata.