Egregia redazione de “Il Giornale”, nel suo blog si domanda retoricamente perché «Dunque in Italia si può dire, e riderci sopra, che un politico è un caimano, una pitonessa, un piccione, non – come ha detto ieri Calderoli riferito al ministro Kyenge – un orango.» È molto improbabile che qualcuno dei lettori di quel blog legga anche queste miserrime mie notiziole, ma non si sa mai nella vita, quindi provo a spiegare loro la differenza, in maniera esemplificativa anche se purtroppo non esperenziale.
Se io scrivo “Alessandro Sallusti è una iena”, mi riferirei al suo stile di giornalista, che taluni potrebbero anche erroneamente definire “debole coi forti, forte coi deboli” ma in realtà è funzionale alla mission del quotidiano da lui diretto. Se io invece scrivessi “Quando vedo Alessandro Sallusti, mi viene in mente un porco” la mia similitudine sarebbe rivolta all’aspetto fisico. Ora, non so se qualcuno ride quando sente dire che un politico è un caimano o una pitonessa; però so chi ride quando dico che qualcuno assomiglia a un orango o a un porco: i miei gemelli che tra un mese compieranno quattro anni. Immagino che loro per un paio d’anni continueranno a ridere di queste cose, poi spero smetteranno: mica voglio che mi finiscano in camicia verde!
(p.s.: chi sarebbe il “politico piccione”?)
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Google Translate e le lingue
Questa è una banale curiosità, nulla di che.
Come forse saprete, in francese si lasciano degli spazi prima di parecchi segni di interpunzione. Mi è capitato di dover tradurre alcune frasi dal francese, e io le ho copiate parola per parola e spazio per spazio su Google Translate: il risultato è stato schifoso, ma sufficiente per permettermi di tradurre la frase correttamente. Quello che mi ha stupito è che io ho tra l’altro digitato
« Ou est François ? » Rougissant quelque peu,
e mi è ritornato
"Dov'è Francesco? "Blushing leggermente,
con una parola in inglese. Togliendo spazi, la parola torna ad essere “arrossendo”; però non ho davvero capito la logica di questa traduzione in una terza lingua!
Carnevale della Matematica #63: GOTO Mr. Palomar!
Il buon Mr. Palomar, oltre a raccogliere i contributi matematici per il Carnevale numero 63, ci mostra come Nanni Moretti non solo ha previsto le dimissioni di un papa; non solo ha previsto Ferrara Santanché e amici manifestare a favore del Caimano; ma è persino riuscito a parlare di quadrati magici in un suo film :-)
Andate e leggete!
Quizzino della domenica: Coriggetemi (2)!
L’espressione qui sotto indicata è indubbiamente errata. Però è possibile aggiungere un solo segmento e farla diventare corretta. Certo, direte voi, basta mettere una barretta sul simbolo di uguale per farlo diventare un simbolo di “non uguale”. Ma così sono capaci tutti. Se vi chiedo che il simbolo di uguale rimanga intatto, cosa fareste?
![[5+5+5=550]](https://i0.wp.com/xmau.com/quizzini/q110a.png?w=625)
(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p110.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Norbert Herrman, The Beauty of Everyday Mathematics.)
falsi amici
ho appena scoperto (qui) che “to castigate” non significa necessariamente “castigare”, ma anche “criticare pesantemente”. Poi dicono che i giornali non servono.
(E ora che ci penso, “castigat ridendo mores” ha proprio quel significato. Insomma gli inglesi hanno più ragione di noi)
La parola più lunga della lingua italiana
Se si chiede in giro “qual è la parola più lunga della lingua italiana”, quasi tutti risponderanno “precipitevolissimevolmente”. Qualcuno magari tirerebbe fuori il poppinsiano “supercalifragilistichespiralidoso”, che però è nato esplicitamente come parola non esistente (e tra l’altro, a differenza di quello che succede in inglese, in italiano non ha proprio nessun significato). Qualcun altro magari si lamenterebbe che precipitevolissimevolmente non è una parola italiana perché non segue le regole di produzione linguistiche: ma in fin dei conti Wikipedia ci fa sapere che era già stata usata nel 1677 (!) da Francesco Moneti nella sua Cortona Convertita (canto III, LXV), e che quindi ha una dignità letteraria. Wikipedia afferma anche che la “vera” parola più lunga è psiconeuroendocrinoimmunologia, riportata anche dall’enciclopedia Treccani: ma sono parole tecniche che sono subito abbreviate in una sigla, in questo caso PNEI.
Ho così provato a fare un esperimento pratico: prendere la copia del mio vecchio De Mauro, che ha i vantaggi (a) di essere in formato elettronico e (b) di avere la possibilità di ricerche sulle forme flesse, e cercare la parola più lunga “teorica” su quel dizionario. Sono così arrivato a irriflessivamentissimamente, indicato come superlativo di irriflessivamente: ventisette lettere, anche se non capisco bene come si possa fare l’avverbio di un superlativo di un avverbio. Qualcuno ha altri dizionari a disposizione per trovare altre parole “tetraploidi”?
Opere derivate
«La nostra legge sul diritto d’autore non permette di fare una trascrizione di un film protetto da copyright senza il permesso del titolare, e sicuramente non permette di renderla pubblica.»
No, non è il presidente della SIAE ad averlo detto, ma Paul Pinter, coordinatore nazionale della divisione che si occupa di reati contro la proprietà intellettuale nella polizia svedese. Come potete leggere sulla BBC, la polizia del paese scandinavo ha chiuso il sito undertexter.se, dove per l’appunto si preparavano e ci si scambiavano i sottotitoli (i “subs”) di film e telefilm, che poi si potevano aggiungere alle immagini originali per capire che diavolo dicevano i protagonisti.
C’è qualcosa di profondamente errato in tutto questo. I sottotitoli di un film, senza il film stesso, non servono a nulla. Se qualcuno si prende la briga di trascrivere un film e sottotitolarlo, significa che nessuno dei famigerati “titolari di copyright” ha pensato di poterci fare dei soldi su fornendoli lui questi benedetti sottotitoli, visto che prepararli è una faticaccia. Epperò non si ha il permesso di farlo :-(
Le grandi notizie
Ho letto (sul Post, non nella versione originale su Libero) questo articolo di Filippo Facci. Nulla di strano che la redazione dia dei caldi suggerimenti sui temi da trattare. Stiamo comunque parlando di editoriali, cioè di fuffa: se preferite, di come chi scrive decide di parlare a proposito di un tema. Non mi stupisco nemmeno degli argomenti suggeriti dalla redazione: ogni quotidiano ha la sua linea editoriale, e quella di Libero è molto nazionalpopolare. Diciamo che sono molto felice di non sapere assolutamente a cosa ci si riferisca con «La Melandri nel container» e «Brunetta contro Busi per le mutande della Ravetto», e anzi non sapere neppure chi sia la signora o signorina Ravetto. E no, non venitemelo a spiegare, grazie.
Però mi resta il dubbio, tra le notizie “commentabili” proposte dal Facci, dell’utilità di parlare della «benzina mai così cara» e di «un orso ucciso a fucilate in Molise»; una notizia ricorrente tutti gli anni come le tasse, e una notizia che ci fa al più ricordare che le montagne del centro-sud si stanno ripopolando di fauna. Davvero, però, parlare di Pd e gnocca o parlare del prezzo della benzina per me pari è. Faccio insomma mio a più alto livello il dubbio di Facci: «Bisogna privilegiare ciò che il pubblico deve leggere o ciò che il pubblico vuole leggere? Quanta informazione e quanto infotainment?». Ecco. Se ci fosse una vera separazione, con due sottositi per un giornale online e la colonna infame e i boxini morbosi che si trovano tutti su un sottosito (la home page principale può restare così com’è, ma i due sottositi avrebbero ciascuno la propria home), io sarei molto contento. Almeno a seconda del momento potrei scegliere l’uno o l’altro sottosito. Voi invece?