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matematto non praticante

L’olio di oliva tunisino

Su Facebook – e dove altro? – vedo gente che si lamenta perché l’Unione Europea ha deliberato di importare per il 2016 e 2017 35.000 ulteriori tonnellate di olio d’oliva tunisino senza imporre dazi.
Non entro nel merito della misura, nata ufficialmente per aiutare la Tunisia. Non entro nemmeno nel campo spinoso della qualità dell’olio tunisino, per l’ottima ragione che non so quale sia tale qualità. Mi limito ad osservare che l’Italia nel 2010 produceva il 17% dell’olio totale e nel 2005 ne consumava il 30%. È vero che i dati non sono direttamente confrontabili, ma direi che possiamo affermare senza troppi dubbi che Xylella o non Xylella noi siamo degli importatori d’olio, presumibilmente dalla Spagna. Diciamo che più che gli italiani dovrebbero essere gli spagnoli a preoccuparsi di vedersi eroso il mercato, e che chi vuole olio d’oliva italiano continuerà a trovarlo esattamente allo stesso modo di prima.
Poi c’è chi afferma che rischiamo di trovarci olio ufficialmente italiano ma che è un mischione con oli di qualità inferiore, ora che c’è anche il vantaggio di pagarlo di meno. Capisco bene questo timore. Mi chiedo solo se a costoro non venga in mente che il problema non è l’olio tunisino ma i produttori (e truffatori) italiani… o se più probabilmente se ne fregano.

Post Scriptum: incuriosito dal poster con i dodici Traditori della Patria piddini che hanno votato sì alla risoluzione sono andato a vedere il risultato della votazione (è la numero 4 a pagina 12). Ci sono stati 500 sì, 107 no e 42 astenuti.

Uso privato di blog privato

Io vivo a Milano ormai da quindici anni. Ma dal 1970 al 2001 (e saltuariamente ancora per un paio d’anni) ho abitato a Torino, in Borgata Lesna. Un microcosmo – chiuso tra ferrovia ed ex caserma ora centro di espulsione – dove tutti si conoscevano tra di loro e che sento ancora come mia casa. Potete immaginare come mi sono sentito ieri quando ho saputo che erano morte due persone che ho frequentato per decenni.
Carlo Oddone è stato il maestro elementare di mio fratello: ma considerando che anche mia madre insegnava all’Ottino e – pur non essendo nello stesso anno – collaboravano spesso per varie iniziative era una figura di casa da noi. Sempre tranquillo, una persona affidabilissima e generosa.
Adriano Bulgarelli è stato il mio medico della mutua per anni, anche dopo che mi ero trasferito a Milano: e le volte in cui mi capitava di passare in settimana a Torino non mancavo comunque di fare un salto nello studio per salutarlo. Era una persona meravigliosa, sempre di ottimo umore nonostante tutte le traversie anche fisiche che gli erano capitate.
Che dire? Anche queste sono le radici che si stanno man mano seccando.

Complimenti a “Willis Branscomb”

Se in un post dal titolo “Medie mobili” viene fatto un commento dal testo «La semplicità di costruzione e, nondimeno, la possibilità di ottenere segnali operativi dall’incrocio fra i prezzi e la loro media, o – come subito vedremo – direttamente fra due medie di diverso dominio temporale, hanno fatto delle medie mobili lo strumento grafico di gran lunga più utilizzato dagli analisti.», ancorché fuori tema, il commento potrebbe rischiare di passare: anche Akismet mi ha delegato il controllo.
Vabbè, avrete capito che è spam e che l’indirizzo email fidelPl@gmail.com probabilmente non esiste nemmeno (o se esiste non è mai stato indicizzato prima di oggi). Quello che mi chiedo è perché fare tutta questa fatica per mandare a un sito di assicurazioni auto americano.

_Professor Stewart’s Incredible Numbers_ (libro)

9781782831587Avete presente il libro di Piergiorgio Odifreddi Il museo dei numeri? Ecco, Ian Stewart ha scritto esattamente lo stesso libro ma in modo completamente diverso. Anche in questo caso (Ian Stewart, Professor Stewart’s Incredible Numbers, Profile Books 2016 [2015], pag. 352, Lst 7,99, ISBN 9781781254516) si parla di numeri, piccoli e grandi: ma non necessariamente interi, a differenza del libro di Odifreddi, né necessariamente reali o se per questo finiti. Ma anziché trattarli per mezzo di fattoidi e opere d’arte, Stewart scegli di limitarsi a qualche proprietà matematica e spiegarla – non “dimostrarla”, non è mica un manuale scolastico! – ricordando tra l’altro che quando i matematici trovano qualcosa di impossibile ma che pare loro interessante trovano sempre il modo di farla diventare possibile. Non so se la differenza sia dovuta alla diversa percezione degli interessi del pubblico italiano rispetto a quello anglofono; però ritengo che sarebbe molto più bello che anche da noi la divulgazione entrasse più nel merito dei temi e non si limitasse a stupire con effetti speciali. Ah, l’ultimo capitolo è dedicato a un numero molto importante, come vedrete: il 42.

Inventaire.io

Ho visto per caso l’altro giorno Inventaire pubblicizzato da una bibliotecaria wikipediana, ho provato a iscrivermi (come utente xmau) ma non sono ancora certissimo di quello a cui può servire.
Ha sicuramente un vantaggio, quello di usare e creare dati pubblicamente usabili (e scaricabili, in formato JSon e come database in formato PouchDB che per me è un nome completamente nuovo). Ha sicuramente uno svantaggio, quello di essere nato da un francese ;-) – si può leggere qualcosa nel tumblr dedicato. Però a vederlo così com’è in questo momento più che l’ennesimo modo per gestirsi i propri libri sembra tanto un sistema per scambisti (di ebook, anche se si può dire di voler prestare libri cartacei, tanto ci si può geolocalizzare), il che mi sembra un modo facile per creare massa critica ma che porti fuori strada.
Voi che ne pensate?

George Martin

È un po’ ironico che la notizia della morte di sir George Martin (quello senza R.R. in mezzo, tanto per essere chiari) sia stata data da Ringo Starr. Quando Martin siglò il contratto discografico con i Beatles, infatti, la formazione vedeva ancora Pete Best alla batteria, e il produttore disse a John e Paul che il loro compagno poteva andare bene per i concerti live dove tanto non si sentiva nulla, ma non per le registrazioni. Il duo probabilmente non aspettava altro, fece fuori Best (la cui idea di suonare la batteria era “facciamo casino”) e recuperarono il loro amico Ringo… che però si trovò il posto fregato dal session man Andy White per registrare Love Me Do. Vabbè, poi si sono spiegati.
George Martin aveva bisogno dei Beatles: la sua carriera come capo produttore alla Parlophone era abbastanza traballante e c’era bisogno di una spinta. Ma i Beatles avevano bisogno di George Martin. Erano bravissimi a creare melodie ed armonie, ma questo non basta per avere un disco valido. Ci sono mille minuzie a cui fare attenzione. La magia è stata trovarsi e capirsi, come si è visto per il secondo singolo: Martin spingeva per How Do You Do, scritta da altri, il quartetto contropropose Please Please Me e alla sua stroncatura “quel brano non funziona” risposero rifacendolo da capo con i risultati che poi si videro. Non sembra, ma non è affatto facile trovare un rapporto di questo tipo.
Insomma, non so se possiamo chiamarlo “il quinto Beatle”, ma sicuramente è stato un personaggio chiave, che ha avuto una lunga e interessante vita e la cui morte ha reso un po’ più tristi tutti noi fan del quartetto di Liverpool.

_Pedro, galletto coraggioso_ (film)

pedro Quando si hanno due gemelli di sei anni e mezzo, i film che si possono andare a vedere al cinema non è che siano poi così tanti: domenica abbiamo così provato questo cartone messicano, che evidentemente non è quello visto dai critici di FilmUp e MYmovies che raccontano due storie ben diverse da quella che abbiamo visto noi. Li posso capire, onestamente: sia io che Anna abbiamo trovato il primo tempo pesantissimo e credo che i suddetti critici abbiano fatto molto fast forward per non addormentarsi. Almeno il secondo tempo è stato un po’ più vivace, ma diciamo che all’inizio si poteva tagliare mezz’ora senza nessun problema. Nessuno si aspettava una trama con chissà quali colpi di scena, chiaro: ma almeno qualche gag in più ci poteva stare, oltre al contesto rap dei paperi e ai nomi dei santi sul calendario (non tradotti e nemmeno sottotitolati: credo li abbiano persi in molti). Anche la running gag degli sciacalli (?), che termina dopo i titoli di coda, era abbastanza trita. Diciamo che il sito spagnolo Abandomoviez che scrive “Lo sentimos, no tenemos frases célebres de esta película” ha proprio ragione :-)
Ad ogni modo i seiemezzenni si sono divertiti, e questo è l’importante.