I conti della pensione

Ieri Repubblica – ma trovate la notizia un po’ su tutti i quotidiani – ha pubblicato un articolo che riprende uno studio della Uil, secondo cui gli italiani stanno in pensione per meno anni rispetto agli altri europei. Come nelle migliori tradizioni italiane, nessuno mette un link per tale studio: d’altra parte tipicamente questi articoli sono rielaborazioni di notizie d’agenzia, e nemmeno loro tipicamente mettono i link, come si può vedere per esempio nel lancio Adnkronos.

D’altra parte un utente un minimo sgamato non fa troppa fatica a trovare il link allo studio Uil: partiamo dunque da qui. Anche in questo caso troviamo semplicemente scritto «DATI MISSOC 2016, EUROSTAT 2015» senza alcun link per andare a verificare indipendentemente i dati, quindi la nostra ricerca deve proseguire. Prendiamo per esempio le donne in UK, che secondo lo studio godrebbero di quattro anni e tre mesi di pensione in più delle donne italiane (calcolando la differenza tra minore aspettativa di vita e minor numero di anni per andare in pensione). La tabella in effetti dice che in Italia le donne vanno in pensione a 65 anni e 7 mesi mentre in UK lo fanno a 60 anni. Peccato che questa – almeno per quanto riguarda il Regno Unito – sia una palla. I primi dati che ho trovato in rete affermano che l’età attuale è 63 anni e mezzo (in crescita ancora maggiore che in Italia, ma di questo ne parleremo dopo); Wikipedia ha una tabella che mostra come nel 2016 l’età di pensionamento era intorno ai 63 anni (cresce nel corso dell’anno, quindi non posso dare una risposta più precisa non sapendo dove è stato fatto il conto). Aggiungiamo il fatto che non esiste solo la pensione di vecchiaia (almeno in Italia ma penso anche all’estero) ma anche quella di anzianità, e il fatto che è vero che la nostra età pensionabile cresce ma lo fa anche, e forse di più, quella britannica.

Riepilogando, io capisco che un sindacato, sopratutto in Italia dove la maggior parte degli iscritti è pensionata, cerchi di portare acqua al proprio mulino. Ma farlo in questo modo è solamente torturare il buonsenso… che effettivamente però difetta parecchio al giorno d’oggi.

Come sfruttare una buona idea

Su Twitter è apparsa questa immagine di Krsto Lazarevic‏ che mostra fianco a fianco un poster del 1938 che pubblicizzava il Winterhilftwerk nazista e un manifesto elettorale croato di quest’anno, con il commento “come vedete, non hanno nulla in comune”. In effetti, il ragazzo a sinistra non ha la camicia bruna e i suoi capelli sono più scuri; inoltre il disegno pare più sciatto.

Io sono una personcina malfidata; soprattutto in caso di reductio ad Hitlerum preferisco cercare conferme indipendenti: in questo caso è stato piuttosto facile. Il manifesto nazista è di Max Reimer, e lo potete vedere nel sito del Lebendiges Museum Online tedesco. Per quanto riguarda l’immagine croata, l’ho trovata sul sito del partito HSP (copia archiviata), e da quel poco che Google Translate mi fa capire è il poster di un candidato di Korčula (Curzola per i nostalgici) alle elezioni locali croate nella regione del sud. In effetti la chiesa lì disegnata mi pare tanto quella della cittadina nota almeno ai croati come patria natia di Marco Polo.

D’altra parte, “Dio / Patria / Famiglia” sono sempre un bel terzetto, no?

I dati dell’ARPA piemontese

Il polverone sollevato dal mio post sui grafici farlocchi mi ha fatto venire l’uzzolo di controllare come sono calcolati i dati di inquinamento in Piemonte, e ho fatto delle scoperte interessanti.

I report giornalieri sui livelli di PM10 li trovate su questa pagina del sito dell’ARPA piemontese. Non occorre essere dei maghi dei numeri per accorgersi che sono quasi tutti uguali, il che significa che c’è qualcosa di strano. Be’, si può immaginare che non ci siano chissà quante centraline sul territorio regionale e quindi si aggreghino i comuni, cosa che di per sé ha anche un suo senso: non è che da una via all’altra cambi chissà cosa. E in effetti se si va a leggere il Protocollo operativo per l’attuazione delle misure urgenti antismog si trova che «I comuni dell’area metropolitana torinese (Torino, San Mauro, Settimo T.se, Borgaro T.se, Venaria, Collegno, Grugliasco, Rivoli, Orbassano, Beinasco, Nichelino e Moncalieri) […] sono considerati come un’unica entità al fine dell’attuazione del cruscotto». Così tutti questi comuni hanno come valore di riferimento il più alto misurato dalle quattro centraline di Torino Rebaudengo (nord-est), Torino Rubino (ovest), Torino Lingotto (sud), Beinasco (sud-ovest). Perfetto. Peccato che poi ci siano i dati degli altri comuni della provincia che sembrano tutti uguali. Come mai? Perché da Alpignano a Ciriè a Ivrea si prendono per buoni i dati di Leinì (con backup Torino Lingotto se quelli non sono disponibili). Ciriè con Leinì lo capisco anche, ma pensare che Alpignano e Ivrea possano essere modellati dalla stessa stazione meteorologica è come pensare che Dora Riparia e Dora Baltea siano lo stesso fiume, solo chiamato diversamente nei vari dialetti subalpini.

È possibile che i dati di quei comuni non servano a niente, e allora mi chiedo perché li abbiano messi nel cruscotto. Ma se i sindaci li usano per eventuali blocchi, sanno almeno di cosa si sta davvero parlando?

Change.org e gli indirizzi venduti

Afferma l’Espresso (non state a guardare il titolo, ma leggete l’articolo con attenzione) che se uno firma una petizione su change.org che fa parte di una “campagna sponsorizzata” e lascia la spunta sulla casella “segui questo argomento” dà alla Change.org Inc. il diritto di vendere il tuo indirizzo email al promotore della campagna, che pagherà da 85 centesimi a 1 euro e mezzo per sapere chi sei. (Non so quante altre informazioni vengono date all’acquirente: tenete conto che ogni utente di change.org ha un suo profilo con non solo le petizioni che ha firmato ma anche dati presi da altre basi dati, tanto per dire quante informazioni su di voi possono avere).

Io non è che mi fidi più di tanto degli scoop dell’Espresso, ma effettivamente la pagina Sponsorizza sulla piattaforma ha delle frasi sibilline: «Entra in contatto con i tuoi nuovi sostenitori direttamente via email o telefono, creando campagne multicanale di raccolta fondi e di sensibilizzazione» e «Ricevi ogni giorno i nuovi sostenitori direttamente nei CMS compatibili. Così puoi raggiungerli velocemente.»

Nell’informativa sulla privacy abbiamo questo: «Utilizziamo i dati dell’utente per consentirgli di partecipare a eventi e promozioni simili e per gestire queste attività. Alcune di queste attività hanno regole supplementari, che potrebbero contenere ulteriori informazioni su come utilizziamo e divulghiamo le informazioni che riguardano l’utente, quindi invitiamo l’utente a leggere attentamente tali regole supplementari.» (e tra l’altro usano i pixel tag per fregare chi cancella i cookie, vi avviso).

Ma soprattutto trovato che «Solo a discrezione dell’utente e dietro suo specifico consenso, possiamo condividere informazioni sull’utente con i nostri inserzionisti, incluso il suo indirizzo e-mail, l’indirizzo postale e la petizione sottoscritta. Possiamo anche condividere il numero di telefono dell’utente, ma solo se vi acconsente distintamente. L’inserzionista può quindi utilizzare queste informazioni per comunicare con l’utente e inviare materiali promozionali che possono essere di suo interesse. Noi non controlliamo il contenuto o la frequenza delle comunicazioni che si possono ricevere dai nostri inserzionisti.». Ora, io ho appena fatto un rapido giro su change.org, piattaforma che non ho mai usato perché non credo nelle petizioni online, e non ho trovato petizioni esplicitamente sponsorizzate. Però in effetti non mi stupirei che questa petizione di Marco Travaglio (“Referendum costituzionale. Firma per le ragioni del No e per bloccare l’Italicum”), che nel famigerato riquadro spuntato “Segui questo movimento” ha come testo aggiuntivo “Resta aggiornato sul movimento più ampio, ‘Dalla parte della Costituzione e della Democrazia'”, sia sponsorizzata dal movimento in questione. E quello è l’unico punto in cui tu utente puoi dare un consenso specifico.

Per ultima curiosità, nei Termini di servzio (che stranamente per l’Italia sono aggiornati al 12 gennaio 2015, mentre la versione inglese è del 13 gennaio 2016) ho trovato questo: «Tuttavia, l’utente ci autorizza a condividere questi contenuti con chiunque, distribuirli su qualsiasi piattaforma e qualsiasi media, e apportare modifiche o correggere gli stessi se lo riteniamo opportuno (ad esempio a fini di chiarezza e di ottimizzazione).». Nulla da dire sul permesso che si prendono di condividere i contenuti. Ma change.org, senza chiedere il nostro permesso, può “ottimizzare” e “chiarire” quello che abbiamo scritto, e magari farlo diventare l’opposto di quello che intendevamo. Non mi stupirei che quella della possibilità di modifica fosse una clausola standard, ma non si sa mai.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole: se usi uno di questi servizi “gratuiti” chi ti dà il servizio ci guadagna eccome, il che di per sé non sarebbe nulla di male se non fosse che probabilmente chi paga sei tu. Vale la pena di farlo per dire “ho firmato anch’io”? Ognuno decida per sé.

Qualche numero su Salvatore Aranzulla

«Nel corso degli anni, i miei lettori hanno provato a creare una pagina su Wikipedia che parlasse di me – racconta Aranzulla riferendosi alla enciclopedia online più famosa del mondo – , hanno riportato le mie pubblicazioni, le partecipazioni a programmi radiofonici, le interviste. E le performance del mio sito. Puntualmente, però, la pagina veniva rimossa.»

Così Salvatore Aranzulla dice su sé stesso nell’articolo di Virginia Della Sala, che occupa tutta pagina 19 dell’edizione odierna di Il Fatto Quotidiano e ha un lancio in prima pagina. Bene: qui potete vedere quando è stata cancellata la voce “Salvatore Aranzulla” prima di adesso. Nove volte tra il 7 e l’8 maggio 2006, un’ulteriore volta il 17 maggio 2006, una il 30 gennaio 2016. E tra l’8 maggio 2006 e il 30 gennaio 2016 non ho trovato nessuna istanza nel log delle versioni cancellate. Evidentemente Aranzulla e io abbiamo idee diverse su cosa significa “negli anni”; ed evidentemente – anche se la cosa è del tutto indipendente dalla sua rilevanza, che la cosa sia ben chiara – io consiglierei di non fidarsi delle sue affermazioni se non sono certificate da una fonte indipendente. (Nota: dopo aver chiesto a chi ne sa molto più di me di Wikipedia, mi è stato spiegato che in quei dieci anni nessuno avrebbe potuto scrivere una voce su Aranzulla: non sarebbe potuta essere rimossa per questa ragione. È anche vero che non ho mai sentito nessuno lamentarsi della cosa: però non posso affermare che nessuno ci abbia mai tentato)

aranzulla7 aranzulla6Che Aranzulla abbia una “potenza di fuoco” enorme è indubbio: qui a sinistra potete vedere il numero di accessi alla voce di Wikipedia in occasione della procedura di cancellazione della voce. Trovate il grafico salvato anche su web.archive.org (i dati di traffico misurati dalla Wikimedia Foundation sono eliminati dopo tre mesi, ma al momento potete guardarli anche voi direttamente). A destra in compenso trovate per confronto quanti accessi c’erano stati da quando la voce era stata creata il 7 maggio scorso, sempre con una copia salvata su web.archive.org. Aggiungo subito che io non ho accesso ai log, quindi non so da dove arrivino gli accessi. Di nuovo, tutto questo non ha nulla a che fare con la rilevanza o meno della voce. Però avere un po’ di dati a disposizione aiuta sempre a farsi un’idea delle cose, no?

La bufala dell’accisa sulla benzina per la guerra in Etiopia

Partiamo da un fatto assolutamente reale: in Italia le accise sulla benzina sono altissime (e ci si paga anche l’IVA sopra, il che dal mio punto di vista pare un obbrobrio: sarebbe molto più serio aumentarle una volta per tutte di quella percentuale e renderle esenti). L’Oil Bulletin dell’Unione Europea segnala che al 25 aprile scorso su un litro di benzina ci sono 72,84 centesimi di accise, il valore più alto in UE se si eccettuano Olanda e Gran Bretagna (!).

Credo che abbiate letto tutti che le accise sulla benzina in Italia arrivano sin dalla guerra in Etiopia del 1935/36, quando ci fu un aumento di 1,9 lire al litro. L’ultima volta che mi è capitato di leggere questa notizia è stato su Internazionale della scorsa settimana, che traduceva questo articolo di Annalisa Merelli su Quartz. Ma è proprio così?

Innanzitutto ho scoperto che le accise sono un’unica voce, e quindi non è possibile suddividerle come si è sempre fatto in queste liste. Beh, direte voi, quello non è certo un problema: basta andare a cercare quando sono stati introdotti i vari aumenti. Certo. Però si può anche fare il conto a rovescio. Una ricerca sul sempre benemerito archivio storico della Stampa mi ha fatto trovare un articolo del 12 settembre 1936 – XIV dal titolo LA BENZINA DA OGGI A LIRE 2,24 AL LITRO e testo che inizia così: «Roma, 11 notte. Con R.D.L. che viene oggi pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale del Regno, la tassa di vendita sulla benzina che in data 21 luglio u.s. era stata già ridotta da lire 361 a lire 240 per quintale, viene ricondotta alla misura normale di lire 161 vigente prima del 30 agosto 1935.» (Poi l’articolo spiega che la benzina costa comunque di più per «l’obbligo che, a datare dal 20 febbraio u.s. è stato imposto ai fini della politica dei carburanti nazionali, di miscelare la benzina carburante col venti per cento di alcool assoluto di produzione nazionale.») Tra l’altro non mi torna nemmeno molto il valore di 1,9 lire al litro: il peso specifico della benzina è circa 0,7, quindi un quintale di benzina sono circa 140 litri e 200 lire per quintale fanno 1,4 lire per litro.

Insomma nel 1935 c’è stato un aumento delle accise (e che aumento! il prezzo della benzina era quasi raddoppiato!) ma almeno quelle accise sono state poi tolte. Peccato che tutti copino l’uno dall’altro la stessa lista… e ho come il sospetto che nessuno andrà mai a verificare i dati.

Speranza di vita e pensioni

Avete probabilmente letto che nel 2015 l’aspettativa di vita degli italiani si è leggermente ridotta rispetto all’anno precedente. Così ad occhio è un effetto abbastanza logico dell’incremento del numero di morti, ma non è di quello che volevo parlare.
In giro si sente infatti dire che se l’aspettativa di vita calerà allora anche l’età pensionabile inizierà a ridursi, visto che ora è appunto basata sull’aspettativa. Però ho trovato questo estratto che afferma esplicitamente

Se la variazione della speranza di vita dovesse risultare negativa, non viene però effettuata alcuna modifica anagrafica (l’età pensionabile non si riduce). Peraltro, indipendentemente dalle variazioni rilevate, il requisito anagrafico per conseguire la pensione di vecchiaia sarà comunque adeguato nel 2021 in modo da raggiungere l’età di 67 anni (art. 24, co. 9, D.L. 201/2011 conv. in L. 214/2011)

Insomma, #stiamosereni.

Il mistero Barbarella

Nella notte tra sabato e domenica, causa gatta vomitante, non riuscivo a prendere sonno e così mi sono ridotto a leggere sul tablet la colonnina infame di Repubblica, scoprendo che era morta la pornostar Barbarella (che la terra le sia lieve). Il “piccolo” problema è che la fotogallery iniziava con “E’ morta a 52 anni la pornodiva Barbarella, al secolo Virna Aloisio Bonino. A darne la notizia, la seconda data di Wikipedia (28 maggio 1963 – 3 dicembre 2015)”, e io sono sobbalzato. Sono andato a vedere la voce di Wikipedia: la fonte per la morte di Barbarella è… l’articolo di Wikipedia. A questo punto, ho controllato quando era stata inserita la data della morte: è avvenuto il 21 dicembre scorso, da parte di un anonimo che ha compiuto solo e unicamente quella modifica all’enciclopedia. Modifica che si sarebbe dovuta cancellare immediatamente perché senza fonti: ma evidentemente non c’è più così tanto interesse per le pornodive degli anni ’90 – tanto per dire, il sito ufficiale indicato (http://missbarbarella.com/) non esiste più e bisogna andare qui – e così la presunta data della morte è rimasta e ora è stata ufficializzata dalla stampa.

Per la cronaca, ora il testo è diverso, visto che recita “A darne la notizia, su Facebook, le ex colleghe Ilona Staller, meglio nota come “Cicciolina” e Jessica Rizzo.”>; ma io ho lo screenshot. Ma il mistero resta fitto lo stesso, perché se vedete
il post di Ilona Staller è datato 22 gennaio, quindi prima della fotogallery di Repubblica ma un mese dopo l’aggiunta della data di morte su Wikipedia e un mese e mezzo dopo la morte: per quanto ne possiamo sapere, Cicciolina era per caso andata a vedere la voce su Wikipedia, ha letto della morte della sua amica e ha giustamente pensato di scriverne un ricordo… oppure potete credere al Messaggero che scrive «Poi, lo scorso dicembre, un fugace sms ricevuto da Ilona Staller in cui il compagno di Barbarella la avvisava del ricovero d’urgenza dell’ex collega, ma senza le indicazioni dell’ospedale.». A questo punto crederei davvero più all’anonimo compagno dell’attrice che abbia voluto farlo sapere: ma in ogni caso quella segnalazione come fonte non può valere.

Qualche anno fa, lo sport preferito da molti giornali era segnalare come Wikipedia avesse scritto una bufala, indicando che una qualche persona era morta mentre era viva e vegeta. Ho sempre avuto qualche dubbio su come un giornalista fosse così fortunato da accorgersi della modifica fatta da un anonimo alla voce nei due minuti prima che qualcuno rimettesse le cose a posto: ma in fin dei conti l’enciclopedia rimaneva affidabile. Ora invece sembra che arrivi la tendenza a considerare Wikipedia fonte primaria… e questo è pericolosissimo. Wikipedia non può essere fonte primaria: a parte che è contro i cinque pilastri dell’enciclopedia, rovinerebbe del tutto la ricerca dell’affidabilità, che è il suo compito assieme a quello della raccolta della conoscenza.