Decimi e centesimi

Io voglio bene al Post. Ci scrivo anche. Ma trovarmi tutto un articolo (copia archivio) in cui al posto di centesimi di secondo si parla di “decimi” – per dire, nell’ultima riga si parla di un 200 metri corso in “20 secondi 62 decimi”… – mi fa venir voglia di battere la testa contro il muro. È più forte di me.

Capienza (per organizzatori e questura)

Per colpa di Facebook mi sono trovato a leggere questo articolo di The Vision sulla morte dei centri commerciali. Naturalmente non trovo più il post originale, grazie alla politica di Zuckerberg “quello che hai visto si è perso come lacrime nella pioggia”; ricordo solo che qualcuno faceva notare che 32.000 metri quadri non erano poi tanti rispetto chessò al megacentro di Arese. Evidentemente Giulio Silvano, l’autore del pezzo, ha copiato l’introduzione del sito ma si è dimenticato di aggiungere la parolina magica “urbano” che rimette le cose nella loro giusta prospettiva.

Io mi limito a fare una divisione. Le 700.000 persone di capienza, divise per 32.000 metri quadri, danno circa 22 persone per metro quadro. In una manifestazione in cui ci si trovi tutti pigiati si contano tipicamente quattro persone per metro quadro: quindi non solo non ci si muove, ma bisogna anche fare cinque livelli di piramide urbana. (Quando si parla di metri quadri in genere si fa la somma delle superfici dei vari livelli: ad ogni modo sempre dal sito vedo che i livelli sono due). Così ad occhio Giulio Silvano ha preso un testo tipo quello scritto qui (“a catchment area of 700.000 users”, cioè un bacino d’utenza) e l’ha fatto diventare una capienza… il tutto senza chiaramente mettersi a fare una banale divisione se proprio non aveva voglia di accendere il cervello e vedere l’assurdità della cosa. Ecco il livello a cui ci troviamo.

Chi di conversioni di unità di misura ferisce…

Mentre stavo cercando dei riferimenti per il nuovo libro che sto scrivendo, mi sono imbattuto in questo vecchio articolo del Sole-24 Ore che racconta del fallimento della missione Mars Climate Orbiter, che precipitò sul suolo marziano perché “i dati erano inseriti in unità inglesi, mentre il software utilizzava le unià metriche”.

La cosa che mi ha fatto divertire è il trafiletto che accompagna l’articolo, uno di quei classici riempitivi che servono a divertire il lettore e di cui anch’io faccio uso smodato. Il trafiletto in questione raccontava dei problemi con le unità di misura per gli anglosassoni che non usano il sistema metrico decimale e faceva un esempio di conversione:

Nel sistema americano un miglio vale 5,28 piedi, e un piede equivale a 12 pollici.
A quanti pollici cubici equivalgono allora un miglio quadrato?

Notate nulla di sbagliato? Dovrebbe esservi immediatamente ovvio che un miglio è un po’ più di 5,28 piedi. Quello che con ogni probabilità è successo è che lo stagista della redazione online che doveva riempire la pagina era andato a cercare un esempio in inglese e l’ha rapidamente tradotto in italiano. Solo che gli inglesi scambiano il punto con la virgola; il separatore delle migliaia è per loro una virgola, mentre quello tra unità e decimali il punto. È così successo che i 5280 piedi per miglio erano scritti 5,280, numero che lo stagista ha coscienziosamente copiato carattere per carattere salvo eliminare lo zero finale che tanto nei conti è irrilevante. Simpatico, no?

Povera Italia

Non so se Matteo Salvini non capisca davvero nulla delle disequazioni. A dire il vero non trovo nemmeno la cosa così importante: detto tra noi, le disequazioni possono essere utili in diversi casi, dal banale decidere cosa comprare se si hanno pochi soldi ai problemi di programmazione lineare che permettono di ottimizzare le produzioni aziendali; ma i compiti con le disequazioni che si fanno a scuola hanno la stessa inutilità delle frasette contorte che devono essere tradotte in latino.

Quello che mi fa pena è vedere una persona che vorrebbe essere il presidente del Consiglio vantarsi della sua ignoranza vera o presunta, sapendo che migliaia di persone apprezzeranno questa manifestazione e quindi scegliendo volontariamente il populismo dell’odio per la matematica.

P.S.: complimenti al figliolo. Le disequazioni non sono di per sé difficili ma richiedono molta attenzione per non fare errori di distrazione.

Non di sola elettricità vive l’energia

Marco Marcon mi segnala questo articolo della Stampa (sì, forse è un caso ma mi pare che in questi mesi la qualità del quotidiano torinese sia peggiorata) a proposito del rapporto del Gestore dei Servizi Energetici (GSE), rapporto che potete trovare sul sito GSE. Il testo è fondamentalmente corretto, non foss’altro che perché è molto simile al comunicato stampa GSE: ma poi la Busiarda casca sul titolo.
«Un quinto dell’energia elettrica italiana è pulita. Ma non basta». Come Marco fa notare, nel corpo dell’articolo c’è scritto “Ogni 100 Kwh consumati complessivamente nei settori elettrico, termico e dei trasporti, quasi 18 sono verdi”, e possiamo essere buoni e arrotondare per eccesso i quasi 18/100 (che poi sono in realtà il 17,6%) a un quinto, anche se oggettivamente sono più vicini a un sesto; ma questa è l’energia totale. Se ci limitiamo all’energia elettrica, come scritto nel titolo, superiamo il 30%, come si può leggere a pagina 185 del rapporto linkato sopra. La domanda è insomma “perché hanno dovuto aggiungere la parola ‘elettrica’? Dovevano allungare il titolo?”

(p.s.: Tolgo la parola ad almeno un paio dei miei ventun lettori dicendo direttamente io che stiamo pagando l’energia rinnovabile otto volte il prezzo di vendita: 14,2 miliardi di euro di incentivi, contro 1,7 miliardi dalla vendita dell’energia ritirata.)

un chilo uguale un litro?

Il mio amico di lunghissima data Fabio mi ha mandato questa foto che ha scattato a una confezione di succo di mela venduto alla Coop. Come potete vedere dall’etichetta, gli ingredienti sono “succo di mela da concentrato”, il che significa che si prende il succo, lo si deidrata per diminuirne il volume, lo si manda nello stabilimento di produzione e si riaggiunge l’acqua tolta. Ma quanta acqua si aggiunge?

Leggendo quanto scritto dalla confezione, la prima risposta che viene in mente è “esattamente quella tolta”, considerando che da un Kg di mele si ottiene un litro di succo. Peccato che innanzitutto ci sono degli scarti: da buccia e torsolo non ricavi nulla. Ma inoltre – e questo lo si dovrebbe già sapere dalla fine delle elementari – la densità del succo di mela è maggiore di 1, perché è acqua più sostanze in sospensione che pesano di più (altrimenti finirebbero a galla anziché posarsi sul fondo). Quindi ci si mette più acqua di quella che viene tolta. Non è la fine del mondo, intendiamoci, ma possiamo dire che quella scritta è un po’ fuorviante?

Il Sole-24 Ore e i flicks

Loris Marcovati mi ha segnalato questo articolo del Sole-24 Ore (versione archiviata) che racconta come Facebook abbia “ridefinito il tempo” (e passi, sappiamo tutti che i titoli non sono rappresentativi del contenuto). Ma quando si legge «In termini matematici, 24 Fps (Frame per second) vuol dire che ogni fotogramma ha una lunghezza approssimativa di 0.0416666666666666 secondi o 4,166666666 nanosecondi» ci si chiede se qualcuno ha idea che (a) un nanosecondo è un miliardesimo di secondo, non un centesimo; (b) se decidi di usare il punto anziché la virgola decimale continui a farlo anche due parole dopo; (c) che mettere un po’ di numeri 6 a caso – sono anche diversi tra i due – non dà nessuna idea al lettore – io per esempio avrei scritto “0,041666… con il 6 periodico”. Il tutto in un articolo della sezione “scientifica”.

Capisco che al Sole-24 Ore siano abituati ai numeri interi o al limite ai centesimi, ma sarebbe poi bastato tradurre la prima frase dell’articolo originale, come Lele Forzani nota, per far capire qual è l’idea del flick: la più piccola unità di tempo maggiore di un nanosecondo per cui i formati audio e video comuni siano tutti formati da un multiplo intero di (mille) flick in modo da poter fare i conti in aritmetica intera e non a virgola mobile, che porta spesso a inesattezze di arrotondamento.

Ah, no: in effetti Luca Tremolada deve averlo tradotto, l’articolo. Matt Weinenberg scrive infatti su Business Insider (quello vero americano, non la versione de noantri) la frase «at a nice, even number», e qui abbiamo «un numero pulito, pari, senza virgole». Il caso è chiuso.