Non so se la versione pubblicata nel 2000 e ripubblicata nel 2013 di questo libro (A.K. Dewdney, The Planiverse : Computer Contact with a Two-Dimensional World, Copernicus 2013 [1983], pag. 272, ISBN 978-0387989167) sia più aggiornata rispetto all’originale del 1983 che mi sono comprato di seconda mano. Ma in fin dei conti già questa prima versione è molto interessante, perché porta alle conseguenze estreme quanto Edwin Abbott Abbott scrisse in Flatland. Quel libro era in effetti nato come una satira contro la società vittoriana, e gli abitanti bidimensionali non erano certo tratteggiati biologicamente oppure nella loro competenza tecnica. Qui invece Dewdney fa un lavoraccio, aiutato da tantissima gente che si era appassionata agli articoli sul planiverso pubblicati nella rubrica dei giochi matematici di Martin Gardner. La trama del romanzo è un po’ deboluccia, ma in realtà essa è solo un modo per mostrare, sfruttando un personaggio bidimensionale di nome Yendred, cosa si può fare in un mondo a due dimensioni. Il punto chiave è che non c’è abbastanza spazio, in tutti i sensi: un essere vivente non può per esempio avere un tubo digerente dalla bocca all’ano, perché si troverebbe diviso in due parti. Eppure l’ingegnosità degli ardeani, gli abitanti di quel mondo, permette loro di fare praticamente quello che facciamo noi, solo in modo diverso. Leggere il libro permette di capire che non sempre ciò che siamo abituati a fare è l’unica soluzione possibile, e dunque ci amplia i nostri spazi.
Ecco perché Twitter non può funzionare

Questo è un tweet che mi cita. Come potete vedere, il programma automatico che gira per conto di un’utenza che immagino cerchi di farsi un nome raccogliendo tutte le offerte che si trovano via web ha trovato due parole che indicano un prezzo scontato e quindi ha pensato bene di pubblicarlo, senza naturalmente accorgersi che quel post parlava di tutt’altro. Non è il primo caso di programmi automatici che ritwittano quello che scrivo, ma questo è stato così eclatante da farmi decidere a scrivere queste due righe.
Io non amo Twitter, e questo è noto a chi mi legge. Gli riconosco la capacità di essere un mezzo molti-a-uno: credo che sia il modo migliore che abbiamo in rete per capire cosa la gente pensa di un evento. Ma la probabilità che venga usato in altri modi è alta: quando vedi le risposte in quattro, cinque, dieci tweet è chiaro che lo stanno usano male. Ed è anche chiaro che #gli #hashtag #messi #alla #katzum portano a questi risultati che alla fine rovinano anche la credibilità di chi pensa di essere stato furbo a inventarsi un sistema automatico ;-)
Carnevale della matematica #89: GOTO MathIsInTheAir
Abbiamo un nuovo blog che ospita il Carnevale della Matematica! È MathIsInTheAir, che ha osato proporre come tema Odi et amo la matematica. Sì, noi matematici concediamo benignamente che si possa odiare la matematica :-) Mi pare il minimo che voi andiate a vedere come è stato trattato il tema…
Chiude la Celid
L’ho saputo ieri sera da Massimo Manca: la Celid chiude. All’improvviso, visto che qui si può leggere il comunicato stampa datato 11 settembre.
La Cooperativa Editrice Libraria di Informazione Democratica (questo è il nome completo) per la maggior parte di voi non significherà nulla, ma per un torinese come me è stata la libreria di elezione per quasi vent’anni. Paradossalmente non l’ho mai frequentata come studente universitario, anche perché studiavo a Pisa: ma quando entrai in Cselt, la Camlc – la cooperativa che gestiva la mensa – comprava anche i libri per i soci a prezzo scontato per l’appunto alla Celid, e così mi capitava molto spesso di andare nei sotterranei di Palazzo Nuovo e fare due chiacchiere con Massimo, facendomi anche consigliare qualche libro. Anche dopo che me ne andai a Milano e la Camlc fu sciolta [*] ho spesso continuato a passare da Palazzo Nuovo quando ero a Torino e avevo un’oretta di tempo. Dite quello che volete, ma il bello di una libreria è appunto il potere parlare con qualcuno, altrimenti tanto vale prendere i libri su Amazon. Poi non so, ci sarà stato anche il bel periodo in cui le cooperative erano davvero cooperative e cercavano di portare avanti gli ideali della sinistra… No, non guardate me. Ero amministratore della Camlc, ma ero notoriamente “l’ala destra”.
Ad aprile però la sede di Palazzo Nuovo è stata chiusa per rischio amianto, e visto che era quella che portava da sola metà fatturato i conti non sono più tornati, evidentemente. Spero solo che i dipendenti abbiano già trovato un nuovo lavoro, anche se temo che non saranno più librai: non è più un mestiere che tira.
[*] non c’è un rapporto di causa-effetto, anche se uno dei motivi per cui me ne andai dallo Cselt (la fine ufficiale del centro di ricerca per diventare una specie di acceleratore, senza che ne avesse le possibilità) fu quello che portò alla fine dello Cselt come azienda separata da Telecom e la fine dell'”anomalia” di una mensa gestita localmente e non con megacontratti sovraregionali.
_Notizie che non lo erano_ (libro)
Questo libro (Luca Sofri, Notizie che non lo erano : Perché certe storie sono troppo belle per essere vere, Rizzoli 2015, pag. 247, € 16, ISBN 9788817079266) nasce da una rubrica settimanale che appariva sulla Gazzetta dello Sport e che segnalava appunto la notizie che erano state pubblicate sui quotidiani anche blasonati ma non erano mai esistite davvero, nascendo magari da un equivoco e autoalimentandosi. La parte probabilmente più interessante è sparpagliata tra le pagine del libro, con i nomi dei giornali anglosassoni che indulgono spesso in tali notizie (Daily Mail, Sun, New York Post a cui aggiungerei la tedesca Bild) e con le frasi tipiche, nei titoli ma non solo, che sono il segnale che il giornalista sa bene che quello che scrive è da predersi molto con le molle: tutti i condizionali, per esempio, oppure le pseudointerviste che iniziano con “Io (virgola)”, o ancora la formuletta “è giallo” che di solito è il modo usato per smentire quanto scritto in precedenza, fischiettando per darsi un contegno. Naturalmente non è quasi mai “colpa di Internet”, sia perché le notizie in rete sono quasi sempre tratte dai media sia perché sarebbe compito dei giornalisti verificare; ma ormai ci si gioca tutto sul filo dei minuti, questo sì per l’effetto moltiplicativo di Internet, e quindi le cose temo rimarranno così. Quello che secondo me manca nel libro è una pars construens: avrei visto con piacere un capitolo che spiegasse cosa fanno all’estero i giornali seri quando toppano una notizia (la correggono online, ma aggiungono in calce cosa c’era di errato nella versione originale).
Servizio Sanitario Nazionale
È da quando sono caduto (da fermo…) in bicicletta a giugno che ogni tanto mi fa male la spalla: alla fine ho deciso di fare un’ecografia. Anna è stata così gentile da prenotarmela: oggi mi ha detto che la farò privatamente e non come SSN. Non tanto perché così me la fanno tra due settimane e non tra un mese e mezzo, ma perché da privato pagherò 90 centesimi meno del ticket.
Attenzione: non sto dicendo che il SSN sia da buttare via. È chiaro che se mi capitasse qualcosa di più grave è bello sapere che me la cavo con pochi soldi (oltre a quello che verso nelle mie tasse). Quello che dico è che forse siamo arrivati a un punto tale che – almeno per chi come me ha un reddito relativamente alto e non ha patologie croniche – sarebbe meglio evitare di fare tante manfrine e togliere direttamente certe prestazioni via dal SSN. Almeno si ridurrebbe la burocrazia.
L’importanza delle maiuscole
C’è una cosa che non capisco dei traduttori automatici. Il messaggio di phishing appena arrivatomi dice
Questo è per notificare la Red Bull lotteria internazionale pareggio promozionale tenutosi qui a Londra e hanno ottenuto la somma di £ 2,000.000.00 (due milioni di sterline), attraverso un libero biglietto draw di posta elettronica online. Per iniziare il processo di richiesta, si prega di contattare il responsabile reclami con dettagli di seguito.
Ora, il “pareggio promozionale” è chiaramente un promotional draw. Ma allora perché nella riga sotto non hanno tradotto “draw”?
Ma la cosa più divertente è che se do in pasto a Google la frase “This is to notify that the Red Bull International lottery promotional draw held here in London” mi esce “La informiamo che la lotteria sorteggio promozionale Red Bull Internazionale tenuto qui a Londra”, ma se scrivo “international” in minuscolo la traduzione diventa “La informiamo che la Red Bull lotteria internazionale pareggio promozionale tenuto qui a Londra”. Povero traduttore automatico.
E non è ancora cominciata la scuola
Ieri pomeriggio sono stato alla prima riunione della scuola elementar… pardon, primaria che i gemelli frequenteranno da lunedì prossimo. A parte notizie tecniche tipo il fatto che la scuola ospiterà anche i ragazzi delle medie che sono stati sfrattati causa necessità di ristrutturare la loro scuola (ma non è detto che ci siano i soldi, a quanto pare non c’è nemmeno un progetto esecutivo) il vero motivo era cercare volontari per far sì che la quarta classe prima non sia a tempo pieno (40 ore settimanali) ma a 30 ore, con due soli pomeriggi a scuola. La direttrice ha magnificato i vantaggi di quell’orario, con la possibilità di inserire un pomeriggio attività extracurricolari e di non allontanare troppo i bimbi dalla famiglia: una volta pressata ha però dovuto ammettere che sono in carenza di organico, che forse a novembre arriverà qualcuno in più e che se non si trovano quindici volontari saranno sì fatte quattro classi a tempo pieno, tagliando tutte le compresenze. Così ad occhio la soluzione finale sarà quella, a meno che non mettano in campo una quantità di mediatori culturali per spiegare ai genitori che non capiscono bene l’italiano cosa sta succedendo.
Poi c’è stato il problema delle deleghe per il ritiro dei bambini. Ho chiesto se c’erano i moduli – la prossima settimana, con un tempismo perfetto, Anna deve andare in Sicilia per lavoro – e mi è stato detto che c’erano sul sito della scuola. Tornato a casa ho controllato: non c’erano. Potevo segnalare la richiesta di una dieta per allergie o motivi religiosi; potevo chiedere la somministrazione di medicine; potevo autorizzare i bambini a tornae a casa da soli (a sei anni a Milano forse non è il caso); ma la delega che mi serviva non c’era. Così stamattina ho preso e sono andato in segreteria, che però non è nella scuola dei bambini ma a un chilometro e mezzo di distanza (per fortuna quasi sulla strada verso l’ufficio). Così stamattina ho inforcato la bicicletta e sono andato in segreteria.
Arrivo, salgo, chiedo il modulo, l’impiegato me lo fotocopia, poi si accorge che non era quello aggiornato, cerca di nuovo, fotocopia… e si blocca la fotocopiatrice. A questo punto arriva l’insegnante che gestisce l’offerta formativa, che avevo visto ieri, e si offre di andare giù a fare le fotocopie. Le dico “ok, allora scendo con lei così poi esco”; la risposta è “no, non si può, bisogna che vengano compilati su”. Passano cinque o sei minuti (avere un libro sul furbofono aiuta molto in questi casi), l’insegnante consegna il pacco di fotocopie e se ne va, e l’impiegato mi dà le mie quattro copie (due bambini moltiplicato due nonni) senza naturalmente firmare nulla. Alla mia domanda “una volta compilati li devo riportare qui?” la sua risposta è stata “mannò, li lasci alla sua scuola, li porteranno loro” (probabilmente alla scuola mi diranno l’opposto, ma almeno posso arrivare con bimbi e nonni e far vedere la documentazione alle maestre)
Non abbiamo ancora cominciato e sono già distrutto.
(ah: alla fine hanno fatto quattro classi a 40 ore, sembra che siano riusciti a ottenere un’altra persona)