Lidl e i manuali

Ieri mattina volevo sentire il mio amico Peppe che a Radio3Scienza spiegava la vera origine della parola “scientist”. Be’, qual è il problema? Basta cercarsi lo strimi [*] sul sito. Peccato che la combinazione della mia rete che ieri andava più a manovella del solito e dei proxy non facesse passare nulla. Ma io sono un volpone, e tengo con me una radiolina SilverCrest made in Lidl, mi pare 9,99 euro in offerta quando l’ho comprata, proprio per evenienze simili. La tiro fuori dall’armadio, sintonizzo Radio3 e ascolto. Solo che poi volevo memorizzare la frequenza, perché con questi robi digitali sintonizzare una stazione a metà della banda FM è una tragedia, e rimango bloccato: c’è un tasto TIME/MEM, ma non basta schiacciarlo. Be’, qual è il problema? Cerco in rete il manuale. Lidl ha un sito apposta. Peccato che la mia radio sia questa o se preferite il tedesco questa, mentre i manuali che ho trovato (con lo stesso nome di modello, SWED 100 A1) sono di questa radio, simile ma non uguale, oppure di questa, non esattamente simile.

Ora, che vogliano cambiare il modello mi sta benissimo, ma magari cambiare anche il suo nome? (Per la cronaca, ho memorizzato la frequenza. L’illogicità del metodo è abbastanza logica)

[*] Vogliamo deciderci ad adattare in italiano “streaming” e adottare la parola?

Aggiornamento: (23 febbraio) Alla fine ho capito qual è il trucco per trovare il manuale: cercarlo usando il numerino magico IAN.

Dumb Working

Lo scorso febbraio, Telecom ha avviato una sperimentazione di Smart Working: chi lavora a Milano, Torino, Bologna, Roma e Palermo poteva scegliere di lavorare a casa ogni tanto (per noi ad esempio una volta la settimana). La sperimentazione nasce sotto il periodo di Patuano: una volta defenestratolo per passare a Cattaneo si sapeva che le cose sarebbero cambiate, perché il progetto faceva parte del piano di riorganizzazione delle sedi che era inviso al neoAD. Già a fine gennaio ci viene detto praticamente senza preavviso “no, non farete una giornata di smart working ogni settimana, ma due al mese”, cosa che complicava parecchio la vita ma tant’è. Oggi poi appare sulla Intranet una notizia dal titolo “SMART WORKING: prossimi passi” e occhiello “Il punto sul progetto Smart Working, ad un anno dall’inizio della sperimentazione. Ora parte la fase di analisi.”, dove si spiega come lo smart working sia nato dopo un confronto con i clienti (?), si segnala il minore inquinamento, si comunica che ora i responsabili dovranno compilare i questionari per vedere come è stato l’impatto, facendo poi un’«analisi congiunta dei risultati della survey con i dati raccolti sul campo»… e quindi «A partire dal 1 marzo 2017, la sperimentazione si interromperà per tutti i partecipanti, in tutte le aziende del Gruppo.»

Attenzione. L’azienda ha tutto il diritto a dire che la sperimentazione era una sperimentazione, non è andata bene, e quindi termina. Ci mancherebbe altro. Ha anche tutto il diritto a dire che la sperimentazione l’ha fatta ma poi ha cambiato idea e quindi ora lo fa terminare. Insomma, nessuno vede lo smart working come un diritto; né si pensa a priori che sia stato un vantaggio o no per l’azienda, che è il punto fondamentale per capire se per loro ha senso o no farlo. Però l’azienda dovrebbe avere il coraggio di dirlo esplicitamente: oppure dovrebbe spiegare perché mai non si possano analizzare i risultati mentre la sperimentazione continua, neanche se restando a lavorare a casa inquinassimo le prove. Ecco: quello che manca qui è il coraggio.

_Project Emergence_ (ebook)

[Nota: ho ricevuto questo ebook con il LibraryThing Early Reviewer Program]

L’idea alla base di questo libro (Jamie Zakian, Project Emergence, Month9books 2017, pag. 300, $15, ISBN 9781945107856) è interessante: un’astronave che si dirige verso un terraformato Marte portando quasi trecento adolescenti. Probabilmente un buon editor riuscirebbe a tirarne fuori un bel libro. Ma almeno la versione che ho letto io l’editor non ce l’ha avuto, e la trama è davvero esile. Tenete conto che anche se il background del libro è fantascientifico io lo definirei più per young adults (una volta si diceva juvenile, ma poi sembra che non fosse carino…), cosa che di per sé non è nulla di male. Ma tanto per mostrare qualche buco nella trama: perché tutto il gruppo di pilotaggio ha scelto di seguire il movimento Earthisum? Come mai Sally, che è partita come un personaggio forte, man mano si perde, senza nemmeno diventare una macchietta ma proprio rimanendo monodimensionale? Com’è possibile che non ci siano comunicazioni con la Terra, almeno fino a quando Rai ne tira su una come hacker? Com’è possibile che le scialuppe possano viaggiare senza pilota, ma l’astronave no?
Oltre a tutto questo, non mi è piaciuto lo stile di scrittura di Zakian. Le rare volte in cui un paragrafo superava le quattro righe era grande festa: il testo è infatti composto quasi completamente da dialoghi, e le descrizioni sono ridotte davvero ai minimi termini. Infine il libro termina in maniera incomprensibile. Capirei un testo che lascia aperta la strada a un sequel, ma in questo caso manca proprio la fine di alcune sottotrame, e non c’è traccia del fatto. In definitiva, se il libro uscirà così non credo avrà un grande successo.

scis e sione

Non ho capito se ci sarà una scissione del PD né chi si scinderà e chi no: ma detto tra di noi non me ne può importare di meno. Troverei più interessante capire perché la minoranza PD, che prima chiedeva a gran voce il congresso, adesso non lo vuole più: dal mio punto di vista la cosa più semplice è contarsi e poi eventualmente andarsene se si scopre che quelli che la pensano in modo molto diverso da noi sono troppi. Ma mi resta comunque il dubbio: ma cosa pensano quelli che votano o potrebbero votare PD di tutta questa storia? Interessa loro oppure no?

_Bellotto e Canaletto_ (mostra)

Sabato pomeriggio abbiamo portato i bambini a un “laboratorio filosofico” alle Gallerie d’Italia – Piazza Scala, e ne abbiamo approfittato per cercare di vedere la mostra Bellotto e Canaletto. “Cercato” è la parola giusta, perché i muri di persone attaccati ai quadri – ho visto dita a un centimetro dalla tela, mi chiedo che tipo di sicurezza abbiano – e il fatto che le opere sono più o meno ammassate in quello che era il salone principale della Banca Commerciale Italiana – una bellissima struttura, tra l’altro, praticamente identica alla banca del film di Mary Poppins – ci ha fatto vedere ben poco. Prendete insomma questa recensione cum grano salis.

Come avrete sicuramente intuito dal titolo, di Canaletto ci sono forse tre opere, giusto per poter mettere il nome e attirare un po’ più di gente. La cosa buffa è che Bellotto è un clone di Canaletto: diciamo che sarebbe bastato il primo suo quadro in mostra (Il molo verso ovest con la colonna di San Teodoro), con la versione di Bellotto a fianco, per capire che si poteva lasciare il secondo da solo e sarebbe andato tutto bene lo stesso, anzi avrei forse avuto la possibilità di guardare meglio le opere. D’altra parte Bernardo Bellotto era il nipote del Canaletto: da ragazzo è andato dallo zio a imparare il mestiere, e l’ha fatto così bene che a un certo punto ha cominciato anche lui a firmarsi “Canaletto”, perché tanto disegnava vedute di canali con tecnica fotografica – basta vedere i muri sbrecciati – e appiccicandoci su le persone come fossero stencil. Vi dirò che ho apprezzato quasi più i suoi schizzi a china, che mostrano una maestria assoluta e fanno venire tanta invidia a chi come me non sa disegnare affatto. Poi Bellotto capisce che a Venezia tanto preferiscono lo zio, e quindi comincia a cercare committenti in giro: Firenze, Roma, Torino, fino ad andare in Germania. Quando gli chiedono che sa fare, secondo me rispondeva “mi savria dessegnar el canal”, e quindi – in mancanza dell’originale – troviamo vedute dei fiumi locali con i ponti. Giusto a Roma si dovette reinventare – si vede che il Tevere non gli piaceva – e dipinse scorci visti da sotto un arco, facendo finta insomma che il canale fosse in secca.

La mostra è aperta fino al 5 marzo: il biglietto è 10 euro, che vi permette anche di vedere la collezione stabile dell’800 e del ‘900, ma se siete soci Coop pagate 8 euro. Una prova provata della commistione tra le cooperative rosse e le grandi banche italiane.

Quizzino della domenica: non serve la domanda

È proprio periodo di test. Questa volta vi viene consegnato un foglio con una domanda per un test a risposta multipla. Le possibili risposte sono queste:

(A) c è un numero intero
(B) a+b+c è un numero intero
(C) a, b, c sono numeri interi
(D) se a è un numero intero, anche b è un numero intero
(E) 2a è un numero intero.

Ma c’è il piccolo guaio che la prima parte della domanda è illeggibile, e l’unica frase che si può leggere è “Quale delle seguenti affermazioni non può essere dedotta?”. Vi precipitate dal professore, che guarda il testo, ci pensa un attimo e dice “Tanto la domanda non serve: la risposta è comunque unica”. Qual è la risposta? Detto in altri termini: se sapete che data l’ipotesi che non riuscite a leggere allora una e una sola delle affermazioni non è necessariamente vera, qual è?

(un aiutino lo trovate sul mio sito, alla pagina http://xmau.com/quizzini/p236.html; la risposta verrà postata lì il prossimo mercoledì. Problema tratto da Alberto Saracco su MaddMaths!)

_L’infinito in breve_ (libro)

Qual è uno dei vantaggi di essersi fatto un nome nel campo della scienza e della cultura? Edoardo Boncinelli non ha dubbi: avere la possibilità di pubblicare quello che a lui piace davvero scrivere: aforismi, che compila da almeno un quarto di secolo. Ecco dunque questo libriccino (Edoardo Boncinelli, L’infinito in breve : inciampi e contrattempi della scienza, Rizzoli 2016, pag. 151, € 16, ISBN 97888817091237), che raccoglie varie massime divise grosso modo in macrotemi. Dal mio personale punto di vista, la sua minima ampiezza è stata un vantaggio, perché non sono proprio riuscito ad apprezzarlo. Ho trovato qualche massima bella e/o interessante, ma sono una rara avis nel mucchio, e spesso non riesco nemmeno capire il significato delle sue frasi, forse troppo profonde per un’anima semplice come me. È possibile che il mio problema sia trovare troppi aforismi tutti insieme, un po’ come avere solo glassa e niente torta, anche se potrei essere in minoranza se Boncinelli ha ragione quando dice che il genere piace molto. Ah sì: di infinito e di scienza ce n’è qualcosa, ma non più di tanto.

Liebster Award

Come sapete, la mia religione mi vieta di far proseguire catene varie, qualunque sia la loro origine e il loro motivo. Quindi ringrazio Eva (che conosco) e Valeria (che non conosco) che nel loro blog Le parole degli altri mi hanno citato; consiglio vivamente ai miei ventun lettori di leggere il loro blog, ché imparerete tante cose utili; ma la cosa finisce qui…