È primavera…

Dato il combinato di una giornata finalmente serena, dell’essere uscito dall’ufficio un po’ prima del solito – in fin dei conti mi sono mangiato la schiscetta da casa – e del fatto che sono passati quasi due mesi da Santa Lucia, oggi sono potuto tornare a casa senza dovere accendere le luci della bici. Sono cose.

uguale e contrario

Vedo in giro mugugni sulla decisione di PD e IDV di lasciare libertà di coscienza sul voto per la legge Englaro (non facciamo ridere i polli: una legge di una singola frase che non fa nessun distinguo è una legge ad personam, e comunque l’ha detto anche Schifani).
Beh, io ritengo che quello sia il comportamento corretto da tenersi. So di alienarmi la simpatia degli ultimi miei lettori, ma non ci posso fare molto: e comunque non sono né vorrei essere un leader. Fossi un parlamentare, io voterei contro la legge: non perché l’ha scritta Berlusconi, ma perché ritengo che per un paziente in stato vegetativo – non in coma, attenzione – da più di due anni l’alimentazione forzata sia un accanimento terapeutico, e non un semplice sostegno vitale. Detto in altro modo: se io avessi un incidente e rimanessi per due anni in stato vegetativo, io voglio che mi si tolgano alimentazione e idratazione.
Però questo è un tema etico, e io rispetto chi non la pensa come me e ritiene invece che il sondino non sia accanimento (oltre che naturalmente non pensare nemmeno a toglierlo a chi è di questa idea e finisse in stato vegetativo, e altre cose che mi porterebbero però fuori tema). Per me obbligare una persona a un voto, qualunque esso sia, su questi temi è una prevaricazione inaccettabile: anche se il voto imposto fosse il mio voto.
Poi lo so che con il Porcellum nessuno ha la possibilità di scegliere quale persona mandare in Parlamento: ma quello è un problema a monte.

La politica di B16

Lasciate perdere la cordiale telefonata tra Angela Merkel e Benedetto XVI. Queste sono i soliti teatrini ad uso del pubblico leggente, un po’ come la lettera di Obama a Veltroni (anche personalizzabile!)
Io preferisco notare questo e questo. Detto in altro modo i lefebvriani, pur di incassare il loro risultato politico-religioso che è quello di minare dall’interno i risultati del Vaticano II – non ho letto da nessuna parte una ritrattazione delle dichiarazioni “il Concilio? è un’eresia” – preferiscono cogliere al balzo una vicenda drammatica ma tangente rispetto agli ordinamenti, per spostare l’attenzione su cosa si sta davvero facendo.
Ogni somiglianza su quello che avviene dall’altra sponda del Tevere è probabilmente casuale.

Sulla strada ancora (teatro)

I biglietti per andare a vedere ieri Paolo Rossi al Piccolo li avevamo presi il 22 settembre, giusto per dire. D’altra parte, la scelta di fare lo spettacolo alla Scatola Magica dello Strehler (99 posti) significa avere davvero pochi posti a disposizione: e in effetti arrivare ieri sera allo Strehler e trovare il piazzale vuoto è stato un po’ straniante. Poi naturalmente non abbiamo pensato che i posti non erano numerati, e così siamo finiti in ultima fila: amen, tanto la distanza dal palco non era certo tanta.
Non crediate a quello che scrive il Piccolo. La mia impressione è stata che questo spettacolo sia esattamente quello che dice il titolo: Paolo Rossi che cerca appunto di rimettersi sulla strada e ricominciare a lavorare, scegliendo di parlare di cosa gli è successo (ricovero in clinica per disintossicazione etilista). La vicinanza tra palco e spettatori serve per ritrovare il contatto col pubblico, che è la cosa che serve di più a chi fa teatro, come ho sperimentato anch’io molto in piccolo. Il testo è composto da una parte di confessione e un’altra che è praticamente avanspettacolo: molte delle battute che ha fatto sono vecchie e stranote, ma in realtà quello che conta è l’affabulazione, non tanto l’effetto finale. Anche il trucco da Ubu Re (o se preferite da clown o da Joker, come ha detto Anna) è un modo per ritornare alle radici del teatro, anche se Paolo Rossi ribadisce che secondo la sua visione personaggio, attore e persona devono essere tutti presenti in scena.
Attenzione: non sto affatto dicendo che lo spettacolo sia brutto: anzi, è stata un’ora e mezzo molto piacevole. Però forse non è quello che lo spettatore si aspettava da lui.

Repubblica Bolscevica d’Italia

Lo si è capito: Berlusconi sta invecchiando – anche se lui vivrà fino a 120 anni – e sta pensando al suo futuro: quindi la Costituzione s’ha da rifare tutta come piace a lui.
Anche sabato ha reiterato la dose, spiegando che la Costituzione è «una legge fatta molti anni fa sotto l’influsso di una fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come un modello». Le stesse parole sono riportate dal Giornale, posso immaginare che sia proprio quello che ha detto. Poi si può immaginare che domenica ha detto di essere stato frainteso: ormai lo conosciamo tutti, le cose che escono dal cuore sono sempre le prime.
Cosa possiamo evincere da questa semplice frase? Un sacco di cose. Innanzitutto, il nostro PresConsMin è un integralista. Io non riuscirei a dire che per definizione tutto quello scritto nella costituzione sovietica (non “russa”) sia sbagliato a priori. Chessò, l’articolo 21 dice che “I membri del parlamento rappresentano la nazione tutta. Non devono seguire altro che la loro coscienza e non sono legati a vincoli esterni”… ehm, forse ho fatto l’esempio sbagliato. Proviamo con l’articolo 14: “le leggi federali sono messe in esecuzione dalle autorità statali, a meno che esse non definiscano altrimenti”. Converrete che non c’è nulla di male. Ecco, per Lui invece sì. Non ci può essere nulla di buono: d’altra parte noi italiani siamo esperti e possiamo anche lavorare autarchicamente, vedi Lorenzago.
In secondo luogo, il nostro PresConsMin (forse) non sa oppure (con maggiore probabilità) fa finta di non sapere che dei 556 Costituenti i comunisti erano 104. I 115 socialisti erano divisi sulla vicinanza all’URSS, tanto che subito dopo ci fu la scissione di Saragat. Insomma, una minoranza nemmeno troppo ampia, che avrebbe intortato a tal punto Einaudi, La Pira, De Gasperi per far sì che uscisse fuori una costituzione in stile sovietico? Dai, di battute ce ne hai fatte di migliori. Sfòrzati un po’.
Ciò detto, non è che tutto questo sia poi così importante: è comodo per fare le battutine, ma porta lontano dal vero problema dell’esternazione del PresConsMin: che cioè sia naturale che Lui (con i suoi yesmen, ma fondamentalmente Lui) possa per grazia di Dio e volontà della Nazione riscrivere la Costituzione, esattamente come le linee guida aziendali che da noi si rifanno daccapo più o meno ogni anno o due.
Intendiamoci: non sono della scuola che dice che la Costituzione sia intoccabile, anche se con gli anni ho capito che entrambe le Grandi Modifiche votate con referendum (uno passato, l’altro no) sono state più che altro una iattura. Il mio è un approccio matematico: la Costituzione è l’insieme degli assiomi da cui poi discendono le leggi, e scrivere articoli come il 117 è molto peggio che infilare il postulato delle parallele nella geometria euclidea. Se insomma la si dovesse riscrivere potrei anche accettare la cosa in linea di principio. Però su un principio credo non si possa transigere: la Costituzione non è una semplice legge a maggioranza. La Costituente del 1946 è stata eletta col proporzionale, ed è giusto ne facessero parte i trenta qualunquisti, i sedici monarchici e finanche il rappresentante del Partito dei Contadini (!), perché quello che serviva era il concorso delle idee di tutti. Anche dei bolscevichi, sì. L’altra cosa che poi occorre è la volontà di fare un lavoro lontano dagli interessi di parte e pensato al futuro, come è stato fatto nel 1946. Ci sono stati tanti compromessi, molte cose sono state demandate a un tempo più o meno futuro (presente l’articolo 40? credo che fino al 1970 non ci sia stata una legge che regolamentasse il diritto allo sciopero, pur previsto dalla Costituzione), ma l’impianto c’era. Ora no: per Berlusconi bisogna fare tutto subito, senza nessuno che rompa i marroni, e naturalmente secondo i Suoi dettami. Solo che magari tra una quindicina d’anni Silvio non ci sarà più, ma la Costituzione resta; ed è di quello che mi preoccupo.

Demagoghi sono gli altri?

Vi ricordate dell’ineffabile Gianpiero D’Alia? Su, ne ho scritto solo ieri. È il senatore UDC che ha fatto aggiungere al decreto sicurezza l’articolo “antifacebook”.
Bene, leggo da Quintarelli via un commento da Mantellini che D’Alia avrebbe votato contro il decreto e si sarebbe “dissociato”. Cito verbatim:
Con amarezza e profondo rammarico, il sen. D’Alia (UDC-SVP-Aut) ha dichiarato voto contrario al provvedimento che, pur apprezzabile in molte parti, è frutto di un modo caotico di legiferare ispirato spesso a finalità propagandistiche e dimostra il ruolo egemone della Lega Nord all’interno del Governo. Se convicono le misure di contrasto alla criminalità mafiosa, di inasprimento del regime di cui all’articolo 41-bis dell’Ordinamento penitenziario, di prevenzione nei riguardi dell’associazionismo contiguo al terrorismo e di contrasto all’uso distorto e criminogeno di alcuni social network su internet, forte contrarietà suscitano invece le misure demagogiche sull’uso dei militari, il modo disarmonico ed irrazionale con cui è stato ampliato il novero dei reati per cui è prevista la detenzione preventiva obbligatoria in carcere, l’inutile e crudele istituzione del reato di immigrazione clandestina che intaserà gli uffici giudiziari.
Insomma, l’uso dei militari è demagogico, mentre permettere di censurare senza entrare nel merito (ripeto quanto ho scritto ieri: non c’è scritto, proprio perché non è necessario, di cercare chi sarebbero i pericolosi sovversivi che hanno creato il gruppo “Uccidiamo D’Alia”. Si blocca tutto Facebook e via) no, perché “l’ho pensato io”. Anzi, è favoloso: posso votare contro perché tanto loro hanno la maggioranza, e così me ne lavo le mani. Mi sa che qualcuno dalle parti del PD stia attentamente studiando le mosse di D’Alia, per fare “un’opposizione costruttiva”.

Wikipedia come l’aspirina

Non so se vi sia capitato di vedere questo articolo di Repubblica. Nulla di realmente interessante, di per sé, a meno che non siate intenzionati a cercare un po’ di fumo, siate convinti che nessun poliziotto guardi il sito, e il nostro governo non abbia ancora oscurato l’indirizzo ip di webehigh.com.
Ma guardando più attentamente c’è una novità, o almeno è la prima volta che mi capita di vederlo scritto bello in grande già lì sul titolo (“Ecco la wikipedia dell’erba”). Si celebra il passaggio di wikipedia da nome proprio dell’Enciclopedia Libera a nome comune di una qualunque raccolta di dati scritta in maniera collaborativa. Non sono riuscito a vedere il sito di webehigh – nemmeno via open proxy – per capire se sia un wiki generico oppure nemmeno quello: non che la cosa cambi molto.
Il paragone con l’aspirina non l’ho scelto a caso: la Bayer per decenni ha fatto il cane da guardia per evitare che il nome venisse usato in modo generico e perdesse quindi i diritti sul marchio (a quanto pare nel Regno Unito non c’è riuscita). Non credo che la Wikimedia Foundation, che detiene i diritti sul marchio Wikipedia, farà qualcosa in proposito; certo però che è un segno della pervasività di Wikipedia (o se siete proprio cattivi, dell’incapacità di qualche giornalista di distinguere un sito da un concetto… ma in un certo senso è poi la stessa cosa)

Di nuovo online

Cosa è successo? semplice: ieri mattina è partito uno dei dischi del server, e a questo punto sono stati cambiati per sicurezza entrambi. Quindi c’è stata meno di una giornata di blocco.
D’altra parte scrivevo su FriendFeed, su Tumblr, persino su Twitter: quindi nessuno aveva di che preoccuparsi sulle mie condizioni di salute. Eppure svariate persone mi hanno chiesto cosa stava succedendo, manco fossero abbonati che non hanno ricevuto l’ultimo numero della loro rivista.
Tutto ciò è molto bello: però faccio sommessamente presente che mi pare che stiano capitando cose molto peggiori, e non sono ancora così importante da essere censurato (almeno per il momento).