Il cartello a destra è apparso ieri sera sulle porte degli ascensori qui in ufficio. (Stamattina una manina pietosa ha corretto la “E” finale di “ASCENSORE”, ma questo non è importante). Uno si chiede “cos’è, gli ascensori sono entrati in agitazione e non vogliono fare gli straordinari?” ma la risposta come al solito è molto più prosaica.
Quando stamattina sono arrivato in ufficio (ben dopo le 7:30, non preoccupatevi per la mia salute mentale) l’ascensore di sinistra non funzionava. O meglio, arrivava al piano – a un qualunque piano, io sono uno dei pochissimi matematici sperimentalisti e ho fatto più prove per sincerarmene – ma poi non apriva le porte. Risultato? O si facevano le scale, come ho scelto io, oppure si prendeva l’ascensore dell’altra ala che però ha i piani sfalsati, perché l’ala con il nostro palazzo è stata oggetto di un’offerta “paghi 4, prendi 5 (piani)”. Purtroppo non avevo Marvin con me per convincere l’ascensore a farmi un favore almeno per una volta.
Alla fine di tutto questo non poteva mancare il mio usuale pippone. Fatte le verifiche del caso (e preso un caffè alla macchinetta perché d’accordo tutto ma devo pur svegliarmi completamente) sono sceso in portineria e ho chiesto se avevano già avvisato dell’ascensore non funzionante. La risposta è stata “no.” Questa è una piccola cosa, ma è una di quelle che mi fanno imbestialire. Vedi che c’è qualcosa che non funziona: non ti viene in mente di avvisare chi di dovere, cosa che non è che ti costi chissà quale fatica? Ti limiti a lamentarti dello schifo di tutto quello che non funziona? Chissà come mai poi anche le cose grandi vanno a scatafascio.
Che cosa ha a che fare una signorina poco vestita nella copertina di questo vecchio pamphlet (Giampaolo Dossena, Le contrappuntiste nelle aiuole, Comix-Vallardi 1994, pag. 32, ISBN 9788876863141), un emulo dei Millelire di Stampa Alternativa, che ho ritrovato facendo ordine in casa? Beh, Giampaolo Dossena era una persona serissima e proprio per questo capace di evocare immagini licenziose anche quando parla di giochi di parole da un punto di vista scientifico. In quel periodo Dossena aveva appena pubblicato il Dizionario dei giochi con le parole, e questo libretto poteva in un certo senso essere considerato un teaser: un modo per pubblicizzare l’altro prodotto, condensando un paio dei concetti del libro maggiore per incuriosire i potenziali acquirenti. Beh, garantisco che la cosa era venuta bene, nel senso che queste poche pagine rendono l’idea dello stile di Dossena. Una nota personale: quando Dossena prende posizione contro la terza scuola di pensiero, quella che se non trova una parola con una certa configurazione prova a generarne una, e scrive «Non è da escludere che entrino in uso ‘nettafilobus, semifactotum, compilarebus’», sta citando il sottoscritto che gli aveva mandato questi termini nel 1982, quando io ero uno studente liceale e lui teneva la rubrica di giochi di parole su Tuttolibri. No, regolapickup e soprattutto contracchewinggum non sono creazioni mie: io avevo anche caposervitù e videotabù, oltre a un regolagrisù che non ho più ritrovato. Anch’io ho un limite.
Io ho 
Tutti parliamo e sparliamo di privacy. Spesso però non abbiamo chiaro di che cosa stiamo parlando, perché sotto l’ombrello “privacy” si mettono per esempio il diritto a non essere fotografati in giro – diritto alla solitudine, potremmo chiamarlo – e quello a non volere che le informazioni su di noi siano conosciute da altri senza il nostro consenso preventivo – diciamo un diritto all’autodeterminazione. Questi campi si sovrappongono in parte ma non sono uguali, e trattarli come un unico blocco non è l’opzione ottimale. Il tema tra l’altro è in continuo divenire: questa versione del saggio di Raymond Wacks (Raymond Wacks,