La dura legge dei numeri

A me pare terribile che 67 bambini e ragazzi abbiano subito violenze sessuali tra il 1945 e l’inizio degli anni ’90 (e non venite a dire “ma sono uno e mezzo l’anno”: anche uno in totale sarebbe uno di troppo). Perché allora il titolo di Repubblica è stato Coro Ratisbona: 547 bambini vittime di violenza? Certo ci sono state violenze corporali. Ma almeno fino agli anni ’60 in una qualunque scuola le punizioni corporali non erano così strane. Forse “solo” 67 per loro erano troppo pochi?

Crollo delle vendite dei giornali

Sono quasi due decenni che il numero di copie vendute dai quotidiani italiani è in calo, anche comprendendo quelle digitali. Però vedendo questo rapporto di DataMediaHub con le cifre assolute di vendita nei primi quattro mesi del 2017, confrontate con quelle dell’anno scorso, direi che la frana sta diventando una valanga.
Solo Italia Oggi (+14%), Corriere Adriatico (+21,5%) e il Fatto Quotidiano (+6,5%) sono in crescita: i grandi quotidiani perdono intorno al 15%, e i medio-piccoli, a parte il -43,7% di Libero, stanno tipicamente tra il -5% e il -10%.

Totò Riina

Avrete sicuramente letto sui giornali che la Cassazione ha sentenziato che Totò Riina, in quanto gravemente malato, ha il diritto di uscire dal carcere. Beh, naturalmente le cose non stanno proprio così.

Innanzitutto saprete certo che la Cassazione non dà un giudizio di merito ma di metodo; non entra nei fatti, insomma, ma controlla che gli altri organi giudiziari abbiano fatto bene il loro lavoro. In questo caso la sentenza – ve la potete leggere per esempio qui – afferma più o meno questo: “Caro tribunale di sorveglianza di Bologna: tu hai detto che le condizioni di Riina non sono tali da dargli i domiciliari ma sono compatibili con il carcere. Peccato che l’hai detto in modo confusionario e contraddittorio; per favore quindi riscrivi da capo e mostra seriamente che può restare in carcere”. Come vedete, la cosa è ben diversa. D’altra parte, a dirla tutta, è un anno e mezzo che Riina non è in prigione ma in ospedale, proprio per le cure di cui ha bisogno, e per il fatto che il letto speciale che gli occorrerebbe a quanto pare è troppo grande per entrare nella sua cella a Parma (ah, i grandi vantaggi dei mobili Ikea).

Messi i puntini sulle iota, posso aggiungere anche i miei due cent al dibattito di questi giorni sulla “morte dignitosa”. Dal mio punto di vista, chiunque ha il diritto di essere curato, e sapere Riina in ospedale (sempre in isolamento come da 41 bis) mi pare una cosa ovvia. Ben diverso è il punto sul “morire a casa propria”. Da un lato, non mi pare che il boss si sia mai pentito; dall’altro, anche se non fosse più totalmente capace di intendere e di volere – cosa che però non mi pare si verifichi – lui resta ancora un simbolo della mafia, e sarebbe comunque una meta di pellegrinaggi che nemmeno padre Pio. Nessuna gogna, insomma, ma un principio da mantenere, che non ha nulla a che fare con la punizione.

P.S.: non ho però ben capito quelli che fanno un paragone con la vicenda di DJ Fabo. Forse che pensano di procurargli direttamente quella morte dignitosa con una bella iniezione?

fake news “ufficiali”

Non so se vi è capitato di leggere questo articolo di Repubblica, dal titolo “Fake news, molto rumore per nulla. Lo studio: non ci caschiamo così facilmente”. Secondo Giuliano Aluffi (il titolo non sarà magari suo, ma il catenaccio sì), gli italiani sono «Scettici, puntigliosi fact-checker, pluralisti, disposti a cambiare idea e vaccinati contro le bufale». Tutto questo perché «in media il 50% degli intervistati ha risposto di usare i motori di ricerca ‘spesso’ o ‘molto spesso’ per verificare i fatti». Prendiamo l’articolo e parliamone.

La prima cosa che salta agli occhi è che ci sono numerosi collegamenti… tutti ad altri articoli di Repubblica. Come capita praticamente sempre con l’italica stampa, ci si dimentica di mettere un link alla ricerca originale; per trovarla occorre… fare una ricerca in rete 🙂 (No, non penso che sia quello ad alzare la percentuale di italiani che fa le ricerche per verificare i fatti. La stragrande maggioranza si fida, sono solo io il solito san Tommaso che vuole almeno andare alla fonte della notizia). Lo studio esiste, intendiamoci; trovate qui un articolo sul sito della MSU e qui il link dove scaricare le 203 pagine del rapporto. I dati riportati sono quelli della tabella 2.6 a pagina 39; il testo che accompagna la tabella afferma «Clearly, search is a key tool for checking the accuracy of news or other information, making search central to guarding against or at least discerning ‘fake news’ stories». Ora, che se non si cerca non si potrà mai accertare la verità è lapalissiano; ma dovrebbe anche essere ovvio che non è sufficiente. È vero che gli italiani continuano a essere quelli che trovano più spesso notizie non corrette (19,6%: tabella 2.32 pagina 51), ma sono nella media per quanto riguarda il trovare spesso informazioni utili (tabella 2.31 pagina 50). Ma lo studio non ha fatto domande di controllo per verificare se le informazioni ritenute non corrette oppure utili fossero davvero così: dunque tutto quello che sappiamo è che in Italia si fanno più ricerche che altrove, ma magari le ricerche corroborano le fake news perché chi le prepara è abbastanza bravo a fare in modo da creare fonti multiple che danno una sensazione di verità: come tutti sanno, milioni di mosche non possono sbagliarsi.

Intendiamoci: anche l’articolo della MSU ha come titolo “Fake news and filters aren’t fooling internet users” ma se poi si va a leggere la sezione 6.1 a pagina 111 si scopre che la frase «The argument that search creates “filter bubbles,” in which an algorithm guesses what information a user wants based on their information (location, search history), is overstated. In fact, internet users encounter diverse information across multiple media, which challenges their viewpoints.» è declinata in maniera ben diversa: semplicemente i risultati dicono che l’uso relativo di diverse tecnologie è indipendente da quanto le tecnologie in questione sono state definite affidabili. D’altra parte lo studio è stato commissionato e pagato da Google, quindi non è poi così strano che si focalizzi su quanto venga usata la ricerca e non sul come. Ma ritorniamo al punto di partenza: in quanti si saranno fidati di quella paginetta senza andare a cercare le fonti? Siamo al paradosso di Epimenide: una notizia che nega le fake news è una fake news, almeno in parte.

PS: a proposito di (innocenti, stavolta) fake news, quanti di voi sarebbero pronti a scommettere che William Dutton abbia davvero spiegato tutto questo a Repubblica?

A chi facciamo il test di Turing?

Ieri sulla Stampa è apparso un articolo che racconta delle edit war tra bot in Wikipedia. Traduzione per chi non è addentro: le edit war capitano quando una modifica a una voce dell’enciclopedia continua a venire inserita ed eliminata da due utenti che evidentemente hanno idee diverse su qual è la versione corretta; un bot (abbreviazione di robot) è un software che scandisce le pagine dell’enciclopedia per fare correzioni di tipo sintattico, come sostituire “perchè” con “perché”, che non hanno bisogno di molta attenzione umana e si possono fare automaticamente.

L’articolo riprende uno studio dello scorso febbraio sul comportamento dei bot nella versione in inglese di Wikipedia tra il 2001 e il 2010 (!), e poi continua con un esempio sull’edizione nostrana riguardo alla voce su papa Benedetto VIII, spiegando come «La sera del 28 febbraio è iniziata una lotta di correzioni reciproche tra due bot» sul fatto che i conti di Tuscolo siano “conti” con la minuscola o “Conti” con la maiuscola. I due bot sono “Yuma” e “Fra00”. Ora, mi pare troppo pretendere che qualcuno che non sia un contributore assiduo a Wikipedia in italiano sappia che qui da noi tutti i bot devono terminare con “bot” per poterli riconoscere al volo; però non mi pare troppo provare a vedere le due pagine utente per scoprire che Yuma e Fra00 sono due esseri umani in carne e ossa, e non dei bot. Ma forse ho capito male io: è l’articolo della Stampa ad essere stato scritto da un bot, che sarebbe quasi riuscito a passare il test di Turing se non fosse stato per quella svista…

Scilipoti e la NATO

Penso abbiate letto ieri su tutti i giornali, se non sui social, che Domenico Scilipoti ha avuto una prestigiosa carica alla NATO, dove si occuperà tra l’altro della crisi con l’Ucraina. Se non l’avete letto, eccovi una rapida lista creata al volo: Corriere, Fatto Quotidiano, Espresso.

Peccato che la carica di Scilipoti non sia alla Nato, ma alla NATO Parliamentary Assembly, che come potete leggere da soli «was created independently from NATO and is institutionally separate from the NATO structure. Nevertheless, the Assembly serves as an essential link between NATO and the parliaments of the NATO nations.» In pratica è un club di parlamentari dei paesi NATO che non ha nulla a che fare con la gestione militare dell’Alleanza; Scilipoti ne fa parte da un po’, e in questi giorni non è successo nulla di particolare: questo documento del 14 dicembre lo indica già.

Bene. I link li ho cercati adesso per fare il post, ma che fosse Nato-PA e non NATO l’ho scoperto… sul tanto vituperato Facebook. Inutile rimarcare che ognuno ha il Facebook che si crea: nel mio ci sono pochissimi gattyni, un po’ di cazzatelle perché ogni tanto uno si vuole anche divertire, e alcune pagine con gente tosta. Nulla di trascendentale, ogni tanto tutti scriviamo delle corbellerie, ma ce ne accorgiamo in fretta e correggiamo. A quanto pare invece le redazioni dei quotidiani non si sono affatto preoccupate di fare una sia pur minima verifica su quella che con tutta probabilità è stata una notizia di agenzia (sempre al volo ho visto ADNKronos e Askanews); e se hanno scoperto che era non corretta (dire “falsa” mi pare un’esagerazione, oggettivamente) non si sono dati la pena di correggerla. E l’emettitore di bollini “bufala” dovrebbe essere applicato ai siti web e non alla stampa?

No, Calabresi, il giudice non è il lettore

Stamattina il direttore di Repubblica ha postato un editoriale (“Il giudice è il lettore”) dove fin dal catenaccio assolve i giornalisti: «Nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza» (per chi non riuscisse a cogliere la sottilissima allusione, a destra del titolo c’è una foto di Beppe Grillo).

Dopo un incipit in cui afferma che siamo così in basso nella classifica della libertà di stampa perché i giornalisti sono minacciati dalle mafie, dalla criminalità organizzata e dalle cause intentate dai politici – su questo non commento perché non ho dati sufficienti, ma tanto non è il punto fondamentale dell’articolo – Calabresi passa subito a Grillo, che dopo aver predicato da anni che chiunque può dire la sua indipendentemente dalle proprie competenze ora propone i pogrom… ehm, le “giurie popolari” che dovrebbero definire quali sono le notizie vere e quali false; termina infine scrivendo « Il nostro popolo è la comunità dei lettori, che è anche il nostro unico giudice. Il suo verdetto lo emette ogni mattina, decidendo se leggerci o no.»

Sono millenni che si sa che moneta cattiva scaccia moneta buona. Se anche non lo si sapesse, basterebbe guardare l’evoluzione del contenuto dei quotidiani, non solo delle versioni online ma anche di quelle cartacee. Probabilmente questo è il risultato della crisi ormai ventennale dell’informazione, che costringe i quotidiani a cercare di frenare in ogni modo l’emorragia presentando le “notizie” che attizzano di più i lettori; notizie senza virgolette e opinioni hanno così a disposizione uno spazio sempre più risicato, e la ridotta in cui si sono asserragliate è sempre più in pericolo. Affermare insomma che la comunità dei lettori sia la sola giudice dei giornalisti significa accettare il ragionamento grillesco, limitandosi a sostituire lo scoppio che farà morire il giornalismo con un lento piagnucolio. Sarà ineluttabile? Non lo so. Ma vederlo scritto in quel modo mi fa propendere per il sì.

Dove si imparano le cose

Venerdì di Repubblica, quello di oggi. Pagina 11, la prima con del testo (ma non è questo il problema). Rubrica Contromano di Curzio Maltese. Cito: “Su ogni euro di pubblicità investiti (sic) in rete, 85 centesimi vanno a due soli player: Google e Facebook. Questi giganti e altri, come Youtube, […]”

Tutto questo dieci anni dopo che Google ha comprato YouTube.