Rep si porta avanti col lavoro

Come vedete, Repubblica parla della legge sul copyright digitale, ma solo con articoli a pagamento (rectius: articoli della versione cartacea che non sono leggibili in digitale se non dagli abbonati). Nulla di male: permettetemi però due considerazioni. La prima è che il modello (sensato, direi) di Repubblica consiste nel lasciare visibili le notizie che sono pubbliche e si trovano dappertutto, e mettere a pagamento gli approfondimenti dei loro giornalisti; quindi evidentemente le informazioni su questa direttiva non sono poi così pubbliche. La seconda è che non riesco a capire tutta la faccenda dello spingere la tassa sulle citazioni: basta appunto mettere gli articoli sotto paywall ed è tutto a posto. O forse quello che si vuole è un modello di giornalismo sponsorizzato dagli OTT, un po’ come la free press era sponsorizzata dagli inserzionisti? E allora ditelo chiaro, ché noi siamo stupidotti e non riusciamo ad arrivare a tali finezze!

Matematica o marchetta?

Ieri Repubblica ha pubblicato un articolo sul problema delle code. Vincenzo Borgomeo spiega come i ricercatori della Vanderbilt University in Tennessee abbiano finalmente mostrato in pratica quale sia la causa dell’annoso problema delle code in autostrada che nascono senza nessuna ragione.

Ora, che il problema sia di lunga data è indubbio: ne ho scritto anch’io in Matematica in pausa caffè dicendo che è ben noto e dandone la spiegazione teorica. Detto questo, garantisco che anche la dimostrazione pratica è ben nota: perfino con le mie limitate capacità visive attuali ho facilmente trovato questo video. D’accordo che siamo in estate e gli standard si abbassano ancora, ma perché postare questo articolo? Io sono andreottiano e penso male, ma il tutto mi pare più che altro una marchetta a favore del sistema di frenatura della Ford ben specificato nell’esperimento. Anche le università americane hanno bisogno di soldi, insomma…

Forse ci vuole davvero la Link Tax


Questo è un titolo nella home page odierna di Repubblica. Testo: “Se la vittima si è ubriacata volontariamente, la violenza sessuale resta ma non c’è aggravante”. Catenaccio: Per la Cassazione l’aumento di pena è giustificato se”a somministrare l’alcol è stato l’autore dell’abuso”. E via con l’indignazione da social.

Poi può capitare che per sbaglio qualcuno legga il testo dell’articolo, e scopre due cose. La prima è che la Cassazione ha sentenziato che c’era stata violenza (mentre in appello primo grado era stata accolta la tesi dei difensori degli stupratori, che «aveva sostenuto che non vi fosse stata condotta violenta da parte dei due, né riduzione ad uno stato di inferiorità, dato che la ragazza aveva bevuto volontariamente». Essersi ubriacata significa che la ragazza non aveva dato il consenso all’atto sessuale, e quindi quella era violenza sessuale: senza se e senza ma. Quello che ha poi aggiunto è che visto che la ragazza aveva bevuto di sua volontà non si poteva aggiungere alla condana l’aggravante aggiunta in adell’articolo 609-3 comma 2 del Codice penale: se cioè l’atto è stato compiuto “con l’uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa”. Non sono stati gli stupratori a farla ubriacare, quindi non hanno usato sostanze alcoliche. Tutto qui.

Abbiamo insomma un articolo che spiega correttamente le cose, un titolista che invece che scrivere “anche se ti sei ubriacata da sola è sempre violenza” (che è quello che ha detto la Cassazione) preferisce il titolone a effetto (aumento di pena “giustificato”? Tecnicamente è forse corretto, ma la parola ha una connotazione molto forte. Bastava scrivere “si ha quando”) e due esponenti politiche che evidentemente non sapevano assolutamente di che cosa si stesse parlando e hanno preso il titolo per oro colato. Sto cominciando a rivalutare la Link Tax che l’Europarlamento ha momentaneamente stoppato. Visto che con ogni probabilità Google deciderebbe di non dare più il suo servizio di news riusciremmo a ridurre la diffusione di questi titoli fuorvianti (se non faziosi, come suggerisce mfisk).

Aggiornamento: (17:00) ho corretto il testo iniziale, perché l’assoluzione è stata in primo grado mentre l’appello aveva sentenziato una condanna con aggravante che è stata tolta (giustamente, per le mie conoscenze di diritto) dalla Cassazione.

Se questo è un articolo

[NOTA: Questo post rappresenta unicamente le mie opinioni, e non ha nulla a che fare con Wikimedia Italia né tanto meno con Wikipedia in italiano]

In questi giorni, come potete immaginare, sono stato subissato di chiamate per interviste e partecipazioni radiofoniche a proposito dell’oscuramento di Wikipedia. Tra le tante chiamate c’è stata quella di Emanuela Minucci della Stampa, che si è anche detta “a favore di Wikipedia”. Martedì avrò ricevuto cinque telefonate da lei, in cui mi è stato chiesto di tutto, da quanti accessi unici giornalieri ha Wikipedia in italiano (da qui si vede che sono sui cinque milioni) a una mia foto. Il maggior problema, quello per cui mi ha chiamato ancora alle sette di sera col suo caporedattore alle spalle, era però sapere a che titolo parlavo per Wikipedia. Gli è che nessuno ha più titolo di altri di farlo: banalmente noi di Wikimedia Italia facciamo il “fan club ufficiale” e abbiamo un’esperienza che manca a tanti altri. Vabbè, alla fine ho tirato fuori che siamo “i promotori di Wikipedia”, che fa tanto “informatori del farmaco” ma tant’è.

Veniamo a ieri. L’articolo è stato pubblicato (è dietro paywall), e a vederlo nella struttura della pagina sembra anche una bella cosa. Certo, in taglio basso c’è subito il controcanto di Ricardo Franco Levi, ma si sa che sono le regole del gioco e che un quotidiano che è lì che come tutti gli altri aspetta con la bava alla bocca che Google paghi per poter mettere i link ai suoi articoli non può fare altro. Mi limito a segnalare che in Italia il copyright è la base delle libertà degli editori (se avete un libro in casa apritelo e vedete di chi è il copyright: l’autore lo cede all’editore in cambio di una royalty sulle vendite) e che le leggi attuali tutelano perfettamente il copyright; sono pronto a scommettere il 10% delle mie royalty di un anno – tanto sono ben pochi soldi – che anche se passa la direttiva non ci sarà nessuna cancellazione delle copie piratate dei miei libri.

Per ragioni facilmente comprensibili non ho avuto tempo fino a sera per leggerlo: quando l’ho fatto mi è partita l’incazzatura. Certo, l’unica parte col mio nome è la mia affermazione che l’oscuramento non è fatto solo per Wikipedia ma per la rete, cosa che potevano direttamente recuperare dal testo che avevo mandato all’Ansa; alla fine vi garantisco che è meglio così.

Peccato che tutto il resto dell’articolo sia una tirata contro di noi, dalle affermazioni di Perrone (che quando Wikipedia ripartirà scoprirete essere stato il padrone del Secolo XIX prima della fusione con La Stampa e quindi ora essere azionista GEDI) con le nostre affermazioni “smentite una a una” dagli editori europei; visto che io le informazioni le do, vi lascio la copia marcata “Europarlamentari PD” (con le nostre controaffermazioni che purtroppo non riusciranno ad avere la stessa visibilità). Evidentemente si rischiava che qualcuno non leggesse l’articolo sotto e rimanesse con l’opinione “errata”.

Ma sarei ancora passato sopra questo se non ci fosse la frase – che posso ancora postare, in futuro non si sa – «i giganti del web temono di venire sconfitti in aula e il sito italiano dell’enciclopedia on line gioca quest’ultima carta». Sapevàtelo: la comunità dei wikipediani italiani che ha deciso l’oscuramento dell’enciclopedia è in realtà la longa manus di Amazon, Apple, Dropbox, Facebook, GitHub e Google, tutti in rigoroso ordine alfabetico. Non ve ne eravate mai accorti? Male. D’accordo, non ho difficoltà a immaginare che ci siano stati ordini di scuderia al riguardo per cercare per quanto possibile di anestetizzare la protesta; ma allora non rompetemi le palle e scrivetevelo tutto da soli, che se vi servono le frasi ufficiali pagate apposta le agenzie per avere il diritto di copiarle. E non prendetemi così per i fondelli.

Un risultato comunque quell’articolo l’ha avuto. Ho accettato di essere intervistato da RT, così oltre che al soldo di Google e amici si potrà dire che mi paga anche Putin. Stay tuned.

I diktat tedeschi

Vabbè, sappiamo tutti che ai tedeschi stiamo sulle palle, e non perdono occasione per dircelo. E sappiamo anche tutti che il tedesco non è esattamente una lingua nota per la gentilezza, già a partire dal suono.
Però mi sembrava strano che il commissario UE all’economia Günther Oettinger avesse detto “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”. (Ho preso Repubblica, ma mi pare in genere la traduzione sia quella) Sono così andato a cercare l’originale, sulla Deutsche Welle). Lì c’è scritto

Die Befürchtung, dass die populistischen Parteien bei möglichen Neuwahlen noch stärker werden könnten und dass es womöglich zu einem Austritt Italiens aus der Eurozone oder gar der EU selbst kommen könnte, teilt Oettinger nicht: Er erwarte vielmehr, dass die Märkte und die italienische Wirtschaftsentwicklung für die Wähler ein mögliches Signal seien, nicht Populisten von links und rechts zu wählen. Schon jetzt sei etwa die Entwicklung bei den Staatsanleihen negativ.

e potete tradurvelo direttamente con Google Translate. Oettinger non crede che un nuovo voto rafforzerà i populisti (“di destra e di sinistra”) ma si aspetta piuttosto che i mercati e lo stato dell’economia siano un possibile segnale di cosa potrebbe succedere. Tra l’altro, se ascoltate l’audio (dal minuto 0:53) prima di “meine Erwartung”, la mia aspettativa, dice “meine Sorge”, la mia preoccupazione. Siamo d’accordo: non è una bella frase, fa tanto italsplaining, ma non è quel diktat che è arrivato da noi. Comprendo che nelle redazioni delle nostre agenzie non ci siano così tanti germanofoni per ascoltare l’audio, ma mi aspetterei che qualcuno provasse per l’appunto a cercare l’articolo originale e tradurlo automaticamente per avere un’idea precisa. Invece a quanto si dice nella Stanzetta dei bottoni su Facebook è già tanto se qualcuno (un’agenzia, immagino io) ha preso una traduzione inglese imprecisa e ha ancora aggiunto imprecisioni, che poi sono state allegramente copiate ovunque.

Per la cronaca, non sono così complottista dal credere che la traduzione “personalizzata” sia stata fatta per intenti politici; molto più probabile che sia stato qualcuno che ha fatto un lavoro con i piedi, perché tanto nessuno perde mai tempo a verificare quello che legge. E poi vuoi mettere fare un titolo complottista?

Aggiornamento: mentre scrivevo, il Post ha pubblicato la storia di quanto successo. Continuo a chiedermi però perché tutti usino Twitter come la Bibbia e non passino direttamente alle fonti.

Quale sarebbe il record?

Scopro che l’Huffington Post fa un articolo citando il Mattino che afferma che Angelino Alfano “è il ministro più longevo della storia della Repubblica”, perché “è al governo da quasi duemila giorni consecutivi”, mentre “nella sua carriera è stato ministro per quasi tremila giorni”.

Giulio Andreotti è stato ministro delle Finanze dal 6 luglio 1955 al 1. luglio 1958, ministro del Tesoro dal 1. luglio 1958 al 15 febbraio 1959, ministro della Difesa dal 15 febbraio 1959 al 23 febbraio 1966 e ministro dell’Industria dal 23 febbraio 1966 al 12 dicembre 1968, almeno secondo Wikipedia. (Per la parte del ministero del Tesoro sono dovuto andare alla pagina del Fanfani II perché non ci stava nella colonnina di destra 🙂 ) Tredici anni e mezzo sono quasi cinquemila giorni. Ieri sono cinque anni dalla morte del divo Giulio: l’hanno dimenticato tutti, o almeno tutti i giornalisti?

Che fortunati, certi giornalisti!

Leggo sul loro colophon che «The Post Internazionale (TPI) è un giornale online specializzato nell’attualità internazionale.» A quanto pare però TPI non disdegna di fare incursioni sull’attualità rotocalchiana italiana, come questo articolo pubblicato stamattina un po’ prima di mezzogiorno in cui si dà conto della lite tra Mehdi Benatia (calciatore) e Maurizio Crozza (comico) sulla faccenda del rigore contro la Juventus alla fine della partita con il Real Madrid. Nell’articolo, l’ignoto estensore ha voluto farci sapere – con tanto di screenshot alla ricerca con Google – che qualche cattivone aveva scritto su Wikipedia che Crozza era morto (a Vinovo, dove si allena la Juventus).

Il giornalista in questione deve avere avuto una fortuna sfacciata. Pensate: è riuscito a vedere la pagina modificata con la data di morte nel singolo minuto (tra le 11:10 e le 11:11) in cui quella modifica è rimasta in linea, come si può vedere dalla pagina della cronologia. (In effetti la morte è anche stata aggiunta ieri sera, e cancellata dopo ben quattro minuti: ma in quel caso tra le professioni di Crozza era anche stato aggiunto “antijuventino”, quindi lo screenshot non si riferisce a quel momento). Non so, mi sembra come quelle foto “impossibili” scattate proprio nell’istante preciso in cui è successo qualcosa, il tutto ovviamente senza che l’autore potesse saperlo. Non è la prima volta che mi capita di vedere qualcosa del genere: è proprio vero che certi giornalisti sono sempre sul pezzo.

(p.s.: non è che a «La pagina Wikipedia si riferiva a Crozza al passato, come se fosse realmente deceduto.» La voce continua a riferirsi al passato anche adesso, per l’ottima ragione che leggendo due righe in più si capisce che in precedenza era uno dei volti principali de La 7, ma dall’anno scorso è passato a NOVE.)

Chi di conversioni di unità di misura ferisce…

Mentre stavo cercando dei riferimenti per il nuovo libro che sto scrivendo, mi sono imbattuto in questo vecchio articolo del Sole-24 Ore che racconta del fallimento della missione Mars Climate Orbiter, che precipitò sul suolo marziano perché “i dati erano inseriti in unità inglesi, mentre il software utilizzava le unià metriche”.

La cosa che mi ha fatto divertire è il trafiletto che accompagna l’articolo, uno di quei classici riempitivi che servono a divertire il lettore e di cui anch’io faccio uso smodato. Il trafiletto in questione raccontava dei problemi con le unità di misura per gli anglosassoni che non usano il sistema metrico decimale e faceva un esempio di conversione:

Nel sistema americano un miglio vale 5,28 piedi, e un piede equivale a 12 pollici.
A quanti pollici cubici equivalgono allora un miglio quadrato?

Notate nulla di sbagliato? Dovrebbe esservi immediatamente ovvio che un miglio è un po’ più di 5,28 piedi. Quello che con ogni probabilità è successo è che lo stagista della redazione online che doveva riempire la pagina era andato a cercare un esempio in inglese e l’ha rapidamente tradotto in italiano. Solo che gli inglesi scambiano il punto con la virgola; il separatore delle migliaia è per loro una virgola, mentre quello tra unità e decimali il punto. È così successo che i 5280 piedi per miglio erano scritti 5,280, numero che lo stagista ha coscienziosamente copiato carattere per carattere salvo eliminare lo zero finale che tanto nei conti è irrilevante. Simpatico, no?