Monthly Archives: September 2008

Orwell Y2K #6 – Tempi di reazione: chi la dura la vince

La scorsa settimana ho parlato sul mio blog di un articolo del Corsera tradott… ehm, ispirato da uno studio inglese che ha scoperto una cosa incredibile: mandare SMS mentre si guida peggiora i tempi di reazione. Peccato che, come si vede nella prima schermata, secondo chi ha scritto l’articolo i tempi di reazione si riducono del 35%, concetto ribadito nel testo. Una delle solite cose che restano generalmente in saecola saeculorum.
Solo che ieri pomeriggio Marco Pratellesi, il direttore di Corriere.it, ha avuto l’idea di scrivere sul suo blog un post intitolato le gaffe dei quotidiani online, e subito Licia ha fatto notare qualche loro gaffe, tra cui questa. Pratellesi ha subito corretto il testo dell’articolo, come si vede dalla seconda schermata: peccato si sia dimenticato dell’occhiello ๐Ÿ™‚ A questo punto mi ci sono messo anch’io, e finalmente chi capitasse per caso su quella pagina può leggerla correttamente.

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Orwell Y2K #5 – il grande freddo

Due giorni fa avevo postato sul mio blog principale una notiziola che prendeva in giro il fatto che per riparare un componente del LHC «l’acceleratore dovrà essere portato a temperature superiori allo zero assoluto», cosa non molto difficile dato che non è possibile raggiungere e tanto meno andare sotto lo zero assoluto. Oggi mi sono accorto che l’articolo è stato emendato, e ora ha un buffo ma tecnicamente corretto «l’acceleratore dovrà essere portato a temperature superiori a quelle di esercizio prossime allo zero assoluto».
Tutto è bene quel che finisce bene, però la documentazione la lascio lo stesso!

ZeroassolutoZeroassoluto2

Orwell Y2K #4 – Nessuno lo crede, a lui!

Ieri un articolo del Corsera raccontava di come un duplice assassino sia andato alla redazione del TG4 chiedendo di essere intervistato, in qualità appunto di assassino. Solo che il titolo dell’articolo era questo: «Sono l’assassino, Fede mi intervisti» Ma nessuno lo crede e lui se ne va», come si vede nella prima immagine.
Sul mio blog c’è stata una vivace discussione su quel pronome “lo”, infilato in maniera diciamo azzardata. È possibile che il titolista
pensasse a una frase tipo “nessuno ha creduto che lui avesse ammazzato le due donne”, ma la prima sensazione è che volesse dire “nessuno ha creduto a lui”, e usato il pronome accusativo “lo” al posto del dativo “gli”.
Ad ogni modo, al Corsera qualcun altro la pensava come me, e adesso il titolo è diventato “Ma nessuno ci crede”, seguendo la prima
possibilità indicata sopra ma in un modo grammaticalmente accettabile…

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Altro che le beghe di condominio!

Se state leggendo queste mie righe, probabilmente sapete cos’è un blog. Io non lo so: o meglio, a differenza della maggior parte degli altri, lo vedo come un substrato tecnico, non dico equivalente a un foglio di carta ma a un foglio di carta distribuito in giro. Ma
non è di questo che voglio parlare.
Sembra ci siano 110 milioni di blog nel mondo. In Italia ce ne saranno varie decine di migliaia, forse si arriva a numeri a sei cifre: ma i “blog” con le virgolette, quelli che secondo i “blog” con le virgolette sono i Veri Blog Che Fanno Tendenza, sono poche centinaia (se contiamo i vassalli) e qualche dozzina (se ci limitiamo agli alfa blogger). Il tutto è regolarmente monitorato da BlogBabel, che pubblica la classifica giornaliera di chi vuole più bene a chi. Detto in maniera tecnica, sarebbe chi scrive qualcosa nel proprio blog mettendo un collegamento al blog di un altro; ma il concetto è insomma questo.
Lo scorso weekend questi hanno fatto una bella festicciola, purtroppo rovinata dalla pioggia, su in Trentino: non avessi avuto impegni familiari, ci sarei magari andato anch’io. La chiamo festicciola, ma è anche stata seguita dai quotidiani italiani, anche perché chi scrive sui Veri Blog Che Fanno Tendenza spesso scrive anche sui quotidiani stessi. Sembra però che all’interno della festicciola ci sia stata una lite tra uno che afferma di fare il creativo e uno che afferma di essere un creativo: la differenza principale è che uno ha un blog e l’altro no. Fin qua nulla di strano: l’occupazione principale di un blogger è quella di litigare, e io non faccio certo eccezione. Però stavolta, forse perché ci sono ancora i postumi della festicciola, gli amichetti dell’una e dell’altra parte hanno iniziato a insultarsi a vicenda, proprio come in una di quelle riunioni di condominio tanto amate dai sociologhi, soprattutto se abitano in una villetta.
L’escalation continua: persino austeri giornalisti entrano nel tunnel dell’autoreferenzialità – faccio notare che il suo “in buona parte” non si applica certo alle decine di migliaia, ma al limite alle poche centinaia di vassalli. Ma il commento che mi ha divertito di più è stato quello di Matteo Bordone, che scopre che dopo aver parlato della bega il suo blog «guadagna posizioni nella classifica di blogbabel.»… La prova provata dell’autoreferenzialità. Peccato che quel bravo ragazzo (ci siamo visti qualche volta, anche se io non ho un Vero Blog Che Fa Tendenza; e garantisco che è un bravo ragazzo) mi caschi proprio in vista del traguardo, facendo appunto un post e terminandolo con «ps – Questo post è senza link e senza commenti, perché se no alé, altro giro, altra fiera interplanetaria della sfiga triste.». Peccato che quello che conta per la Classifica siano i collegamenti in entrata, e non quelli in uscita, e quindi il giro c’è lo stesso.
Tutta la storia però mi è servita per capire come mai tutte le volte che le regole della Classifica venivano modificate io immediatamente risalivo, per poi scendere lentamente ma inesorabilmente. Non è perché non ho un Vero Blog Che Fa Tendenza; i miei affezionati lettori ce li ho comunque. È che non potrò mai competere con tali livelli di onfaloscopia! E ho anche capito perché è un bel po’ di tempo che non solo non guardo la Classifica – e questo poteva essere dovuto al non volermi veder scivolare sempre più giù – ma non guardo nemmeno quali sono le “discussioni calde”. Il mio subconscio è più intelligente di me e si era già accorto della loro sostanziale inutilità: io scrivo su quello che interessa a me, e cito e/o commento quello che scrive chi ritengo interessante. Se c’è qualcosa di davvero importante, in un modo o nell’altro ne vengo comunque a conoscenza.

(ps: non è un caso che questo post non appaia sul mio blog, ma solo su questa dependance che non è presente in nessuna delle varie classifiche: almeno posso predicare più o meno bene senza essere tacciato di razzolare male)

Orwell Y2K #3 – Mountain View

Innanzitutto, grazie a sul più illustre paesaggio che mi ha fornito la prima delle due immagini orwelliane!

Repubblica ha pubblicato questo articolo su una nuova tecnologia per il cosiddetto “inchiostro elettronico”. Come potete vedere nella prima immagine, la sede della Plastic Logic era indicata a San Diego, posto dove magari non si fa moltissima “innovazione digitale”. Poi qualcuno deve avere fatto notare che la sede della Plastic Logic non era San Diego ma Mountain View e l’articolo è stato prontamente corretto modificando solo il nome della città… senza che a qualcuno venisse in mente che Mountain View è anche la sede di un’azienducola piuttosto innovativa: purtroppo questo esemplare mi manca. Alla fine comunque abbiamo una formulazione molto neutra, come si vede nella seconda figura: nessuna specificazione, meglio non sbagliarsi!

Plastic1Plastic2

Orwell Y2K #2 – Silvio Buffone

Il 27 agosto scorso, il Guardian ha pubblicato questo articolo, che raccontava delle varie scalate europee in questo periodo. C’è anche un paragrafo che parla di Alitalia e del nostro PresConsMin. Epperò…
La versione originale dell’articolo, visibile ancora il 5 settembre, indicava come nostro premier tale “Silvio Buffone”, come si può vedere dal primo degli allegati qui sotto. Tralasciando i facili commenti, mi chiedo due cose: chi è che aveva scritto inizialmente l’articolo, e chi – oltre ad accorgersene – è andato a protestare presso il Guardian!

Buffone1Buffone2

RACCONTO: Come D.i.o. comanda

Frederic Brown ci aveva praticamente azzeccato, sapete? Tra i tanti raccontini di fantascienza che scrisse, ce n’è uno, “The Angelworm”, dove a un tipo prossimo al matrimonio cominciarono a capitare – con una periodicità impressionante – delle disavventure incredibili che gli fecero perdere fidanzata, lavoro e quant’altro. Alla fine il giovane ebbe un’intuizione, e decise che nel momento in cui sarebbe dovuta capitare la successiva disavventura lui sarebbe entrato nel paesino di Haveen; invece si ritrovò… in Paradiso! In inglese Paradiso si dice Heaven, e il protagonista del racconto aveva intuito che Dio era un realtà un Grande Linotipista che preparava il copione della vita di tutti, ma la sua Divina Linotipia aveva un problema meccanico e regolarmente una E veniva posizionata con un attimo di anticipo. Storiella divertente ma assurda, ho sempre pensato… fino a quando non mi è capitato di infilarmi dentro una storia se possibile ancora più assurda. Ma andiamo per ordine.

Era un afoso pomeriggio di luglio; mi trovavo a casa e stavo cercando di capire come montare un portacd dell’Ikea. Le istruzioni allegate? mi sa che siano preparate per un analfabeta sì ma svedese, il cui modo di pensare è completamente diverso dal nostro: o più probabilmente la mia incapacità nel compiere qualunque operazione manuale si estende anche alla comprensione dei disegnini. Ero però in uno di quei rari momenti furiosi in cui mi convinco che l’impresa intrapresa è alla mia portata, e nulla può fermarmi… almeno finché non spacco l’oggetto che ho tra le mani. Non mi accorsi così del sudore che mi toglievo sovrappensiero con la mano, né dei tuoni sempre più rumorosi; quello che contava era solo l’assemblaggio, e l’oggetto che stava finalmente assomigliando più o meno all’ultima figura del foglio. Avvitata l’ultima vite, notai che il cielo era scurissimo; mi alzai così ad accendere la luce, commentando a voce alta “Oh, ho fatto proprio un lavoro come Dio comanda!”. Non appena toccai l’interruttore, sentii come una scarica elettrica (no, l’interruttore non l’avevo montato io, maliziosi che non siete altro) e contemporaneamente un tuono mi assordò; sentii il mio cuore battere a mille, e probabilmente svenni.

 

La cosa successiva che mi ricordo fu una voce profonda che diceva “A dire il vero non te l’avevo comandato, ma va bene lo stesso”. La voce proveniva da una macchia di luce più o meno antropomorfa, proprio come uno si aspetterebbe: non appena riuscii a spiccicare parola, balbettai “Ma tu… lei… voi… siete Dio?”
“Non esattamente. Al limite sono D.i.o.: Deputato in osservazione. In pratica, voi vivete in uno spazio quadridimensionale che è in realtà una varietà immersa nel nostro spazio pentadimensionale. Io sono incaricato di vedere cosa capita nella vostra sezione.”
“E voi… tu… lei…” Riuscivo solo a incespicarmi sui pronomi.
Intanto il mio corpo agiva per conto suo: mi accorsi di essere prostrato a terra con le mani davanti agli occhi.
Dammi pure del tu, e non preoccuparti. Non sei morto, non stai per morire e va tutto bene. Guarda, anche il tuo portacd è intatto e fondamentalmente simile alla foto nel catalogo dell’Ikea.”
“O-o-occhei. Ma com’è possibile che Ti veda e Ti senta? Se Tu sei pentadimensionale, io per Te sono più sottile di un foglio di carta!”
Le sentivo persino io, le maiuscole mentre parlavo. Dio o D.i.o., era comunque troppo per me.
“Una mia proiezione è sempre presente, solo che voi non ve ne potete accorgere. Ma con quel fulmine hai ricevuto in un tempo brevissimo una grande quantità di energia, così hai fatto una transizione verso un’altra foglia della varietà in cui vivi.”
“Sono arrivato in un universo parallelo? Incontrerò il mio alter ego? Cosa è successo al mio universo?”
“Ti ho già detto di non preoccuparti. Se vuoi, puoi pensare di essere in un universo parallelo, ma tra qualche istante ritornerai nel tuo mondo, e tutto sarà come prima. Se non che…”
“Se non che cosa? Sarò radioattivo? Tornerò come se fossi riflesso allo specchio, e morirò di fame per non riuscire ad assimilare il cibo?” Avere letto The Annotated Alice non ha sicuramente fatto bene al mio catastrofismo congenito. E fortuna che non sono un grande appassionato dei supereroi Marvel e DC, altrimenti chissà di che mi sarei preoccupato.

 

La luce tremolò un poco, come se il D.i.o. stesse ridendo; ma la voce rimase tranquilla. “Mannò, nulla di tutto questo. Solo che il linguaggio è molto potente, come anche alcuni di voi umani avete intuito. Tu hai fatto questa transizione mentre pronunciavi una metafora, e la metafora è diventata reale. Io generalmente non do nessun comando su come si assemblano i portacd, ma in effetti qualche consiglio quasi quasi te l’avrei dato: avresti dovuto lasciare più gioco in fondo, nella parte che gira. Ma non importa. Quello che è importante è che secondo la nostra esperienza di questi casi, ogni tanto ti capiterà che le tue metafore diventino reali. Cerca insomma di non pensare di trovarti nelle fauci di un drago: in fin dei conti mi sei abbastanza simpatico. Buona fortu…”

La voce si zittì di colpo. Mi guardai intorno, un po’ a fatica perché alla fine ammetto che mi ero messo a osservare D.i.o. – ah, come l’uomo perde ogni remora nei confronti della divinità se solo essa si manifesta!. La luce era svanita, e tutto il resto della stanza sembrava in ordine; solo il mio corpo continuava a tremare. Quando alla fine riuscii a rimettermi un po’ traballante in piedi, mi ero ormai convinto che tutto il discorso di D.i.o. non fosse altro che un’allucinazione mentre il fulmine mi aveva fatto svenire. Poi guardai più attentamente il mio portacd. In cima c’era una scritta minuscola ma leggibile: “Approvato: D.i.o.”. E quel che era peggio, l’insieme mi sembrava molto più robusto di come mi ricordavo di averlo montato. Ho come il sospetto che ne vedrò delle bell… ehm, scusate, mi potranno capitare cose peculiari.

(21 agosto 2008)

duecento volte tanto

Questo รจ l’audio del servizio del TG3 del 23 agosto 2008, ore 19, dove
si parla degli aumenti della frutta e verdura. Ascoltate bene cosa
diventa il duecento per cento nella voce di Francesca Ferrucci!

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RACCONTO: Il Cubo

La prima volta che il mondo sentì parlare del Cubo fu il 14 marzo 2009. Il Tibet era stato pacificato da pochi mesi, come confermato dalle immagini prese dai satelliti, o meglio da quello che non si poteva più vedere. Nessuno riuscì a spiegarsi come quel monaco fosse riuscito ad arrivare fino in Tagikistan, e nessuno poté chiederglielo; spirò tra le braccia dei soldati della forza multinazionale di interposizione dopo avere indicato a fatica la sacca che si trascinava appresso e sussurrato quelle che forse erano le uniche parole inglesi che conoscesse: cube… open… please.

Il Cubo era davvero strano. Una dozzina di centimetri di lato, grigio antracite, più leggero di quanto l’aspetto lasciasse pensare, con una serie di scanalature appena visibili che lo facevano quasi assomigliare a un cubo di Rubik monocromatico e ipertrofico, e le facce leggermente morbide al tocco. Scuotendo l’interno si percepiva, più che udire, una specie di melodia; ai raggi X sembrò apparire un’intricata struttura interna, ma tre apparecchiature si ruppero non appena le prime immagini apparvero sui monitor, e nessuno osò più tentare l’analisi. Non emetteva radiazioni. La sua superficie non poteva essere scalfitta in nessun modo. Il Cubo stava per essere riposto in una vetrina di un anonimo museo per essere definitivamente dimenticato, quando un ricercatore per caso lo prese tenendolo per due vertici opposti e lo vide schiarirsi per qualche secondo. Subito l’interesse per il Cubo tornò alle stelle: vennero scoperte sequenze di pressioni e rotazioni che lo facevano schiarire per un tempo più o meno lungo. Matematici di tutto il mondo si misero a studiare quelle trasformazioni per cercare una logica nei vari pattern; i supercomputer vennero programmati per testare simulazioni sempre più complesse. Parecchi scienziati, anche se nessuno osava dirlo pubblicamente, erano convinti che il Cubo fosse un manufatto di una civiltà aliena; nacquero almeno quattro sette religiose convinte che esso fosse di origine divina, e non si contarono i santoni che affermavano di avere divinato la successione di operazioni necessaria per raggiungere la purezza del bianco abbagliante. Corse voce che alcune di quelle successioni furono effettivamente tentate, senza apprezzabili risultati; ma si mormorò che qualcuna delle “sensazionali scoperte” fu in realtà il risultato di una visione dopo una robusta dose di peyote.

Alieno o divino che fosse, il Cubo portò senza dubbio un risultato inaspettato: col passare del tempo, l’attenzione di donne e uomini di tutto il mondo si focalizzò sempre più su di esso. Il mondo visse un periodo di incredula pace, mentre gli accidentati progressi nella comprensione di come operasse venivano avidamente seguiti in tutto il mondo. Non fu pertanto un caso che quando il 14 dicembre 2012 un team internazionale annunciò di avere scoperto il codice per lo sbiancamento definitivo del Cubo e che la settimana successiva avrebbero mostrato l’operazione, tutto il pianeta si trovò davanti a una tv; persino nelle lande più desolate erano stati inviati maxischermi e ricevitori parabolici. Il 21 dicembre venne accuratamente eseguita la Successione Finale; il Cubo divenne sempre più bianco, e poi iniziò a cambiare colore, sempre più velocemente.

Tutti erano così assorti a contemplarlo, che non si accorsero che il pianeta era improvvisamente diventato grigio; né notarono di non potere più muoversi. In quegli ultimi, interminabili istanti, mentre dalle bocche aperte dallo stupore non poteva uscire alcun grido né entrare una molecola di ossigeno, a ogni essere umano parve di udire una voce che diceva “Congratulazioni! Questo livello è stato davvero difficile; il tempo stava per scadere”. L’eco di un’eco sembrò ancora riverberare “Livello 42”; poi, il nulla.

(15 agosto 2008)

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