[WIKIPEDIA] Burger King e The Verge: come non usare Wikipedia

La scorsa settimana i media – non solo americani ma anche italiani, vedi per esempio Il Post, il Corriere della Sera, Il Giornale – hanno raccontato del risultato non esattamente entusiasmante di una pubblicità televisiva della catena di fast food americana Burger King. Il protagonista dello spot spiegava che in quindici secondi non si poteva spiegare come è fatto il Whopper (il loro panino principale), ma che forse si poteva fare qualcosa. A questo punto diceva “Ok Google, cos’è l’hamburger Whopper?” in modo che eventuali telefoni Android con l’assistente vocale attivato leggessero l’inizio della voce di Wikipedia che era stata opportunamente modificata in precedenza da tale utente “Fermachado123” (il nickname usato in altri siti dal responsabile marketing di Burger King Fernando Machado) per avere la lista degli ingredienti in puro formato pubblicitario.

Google, che non era stata informata della grande idea di Burger King, non ha preso bene la cosa, e dopo tre ore dalla prima apparizione dello spot ha fatto in modo che quella frase specifica finisse in una blacklist e quindi non desse alcun risultato. Quello che però non è stato pubblicizzato molto è cosa è esattamente successo su Wikipedia. Alcuni utenti hanno fatto una ricerca accurata controllando cosa fosse accaduto alla voce di Wikipedia. Otto giorni prima della messa in onda dello spot, due utenti (Burger King Corporation e Fermachado123) hanno modificato la voce, inserendo al suo inizio la lista degli ingredienti. Il primo tentativo è stato eliminato dopo meno di venti minuti; il secondo dopo un minuto e mezzo con il commento “ripristino testo enciclopedico sostituito da testo markettaro”; il terzo è stato solamente un po’ emendato ma ha resistito. Lo spot è stato trasmesso per la prima volta a mezzogiorno del 12 aprile: alle 12:12 c’è stata la prima modifica al testo, alle 12:15 la frase pubblicitaria era stata tolta, fino alle 12:38 ci sono state decine e decine di modifiche fino a che la pagina è stata temporaneamente protetta. Ma c’è di più. Il primo articolo che parla di questo spot, datato esattamente mezzogiorno del 12 aprile, è di The Verge, che nel testo aggiunge distrattamente “Relying on Wikipedia also opens up one other problem: anyone can edit it. The Verge modified the Whopper entry briefly, and Google Home began speaking the updated text only minutes later.” Sempre guardando la cronologia, scopriamo che in effetti tra l’intervento di Fermachado123 e la data dell’articolo e dello spot ci sono ancora state alcune modifiche. L’11 aprile, cioè il giorno prima della messa in onda dello spot, c’è stata una modifica della voce Whopper dove tra gli ingredienti erano aggiunti “bambini di dimensioni medie” e “cianuro”; anche in questo caso le modifiche erano state annullate un’ora dopo da un editor dell’enciclopedia che le aveva notate.

Che lezione si può trarre da questa storia? Innanzitutto qualcosa di positivo: Wikipedia possiede gli anticorpi contro le modifiche distruttive all’enciclopedia. Anche al di fuori del momento in cui la trasmissione dello spot ha dato il via a una guerra di modifiche che non poteva non essere notata, le altre modifiche sono state rapidamente corrette o eliminate. Ma ci sono anche note negative, e riguardano chi si vuol fare pubblicità su Wikipedia. Il comportamento di Burger King è indubbiamente stato deprecabile, e con ogni probabilità otterrà il risultato opposto a quanto desiderato. Ma The Verge non si è comportato tanto meglio, modificando il testo della voce Whopper per poter fare uno scoop. Il risultato di queste azioni è che i contributori di Wikipedia, anziché sfruttare il loro tempo per contribuire alla crescita della conoscenza, lo devono usare per riparare i danni altrui. Chissà, forse tutto questo è una metafora di quanto capita anche nella vita reale.

[WIKIPEDIA] La Digital Library italiana. È tutto oro quel che luccica?

È di pochi giorni fa la notizia che il ministro della cultura Dario Franceschini ha finanziato con due milioni di euro il progetto della Digital Library italiana, nato alla fine dello scorso gennaio con un decreto che dà mandato all’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) di coordinare i programmi di digitalizzazione del patrimonio culturale di competenza del Mibact. Racconta Franceschini: «Noi abbiamo 101 archivi e 46 biblioteche oltre alle raccolte di immagini di tutte le soprintendenze e gli istituti in cui c’è tutta la storia censita e fotografata del nostro territorio, monumento per monumento, pezzo per pezzo. Ecco, la Digital Library punta a mettere a sistema questo patrimonio sconfinato», e prosegue: «Vogliamo evitare che tale patrimonio diventi oggetto di trattativa di ogni singolo istituto con i giganti della Rete, con le grandi fondazioni, per esempio quelle americane, con cui si possono certamente avere dei rapporti di collaborazione, ma trattando da una posizione paritaria». Presumibilmente il ministro si riferisce all’accordo con Google siglato dal suo predecessore Sandro Bondi, dal quale non si direbbe siano arrivati chissà quali risultati.

Tutto bene, insomma? Non proprio. Leggendo nemmeno troppo tra le righe il discorso di Franceschini, traspare il concetto che la digitalizzazione serva a guadagnarci su: il materiale posseduto da archivi e biblioteche è infatti «un bene ineguagliabile di enorme valore culturale che nell’era della rete ha anche un valore economico considerevole». Potremmo insomma dire che i due milioni ora stanziati sono visti come un investimento per ottenere chissà quali ricavi per il futuro, il che significherà che i documenti digitalizzati non avranno con ogni probabilità una licenza libera: potremo (forse) consultarli, ma non certo usarli per costruire qualcosa di nuovo. Purtroppo il concetto di licenza libera continua a non essere nelle corde dei nostri governanti, nonostante il fatto che non è nemmeno chiaro il modello di business che si vorrebbe seguire. Anche la relazione che accompagna il decreto non entra per nulla nel dettaglio, né illustra le motivazioni culturali e tecnico-organizzative dell’iniziativa. Non è compito del ministro scendere a tale livello? A parte che anche le motivazioni politiche indicate sono minime, un progetto di questo tipo che dovrà coordinare centinaia di realtà indipedenti pur sotto il cappello del Mibact necessita sin dall’inizio di un modello di interoperabilità a prova di bomba, se si vuole sperare di avere un risultato finale che non sia la semplice somma dei compitini di ciascuna biblioteca o archivio. Questo servirebbe anche al Mibact con i suoi proclami di cooperazione alla pari con i grandi attori mondiali, ma parrebbe come se l’interoperabilità emergesse automaticamente dal lavoro futuro. Certo, se il materiale fosse rilasciato con licenza libera si potrebbe ovviare almeno in parte al problema con lo sforzo di volontari per la riorganizzazione dei metadati delle opere: ma come dicevo questo non sembra essere il caso.

Speriamo insomma che il progetto – proprio perché non ancora partito, e quindi senza troppi vincoli – possa essere migliorato e reso più libero, per diventare un modello virtuoso di condivisione della conoscenza.

nell’immagine: Manoscritto originale dei “Periodi Istorici e Topografia delle Valli di Non e Sole” (1805) di Jacopo Antonio Maffei, conservato presso l’Archivio storico comunale di Revò. Foto di StefanoC – opera propria, public domain, via Wikimedia Commons.

[WIKIPEDIA] I morti nel 2016 secondo Wikidata

[Articolo originariamente postato su wikimedia.it]

L’anno appena trascorso è stato davvero incredibile per il numero di persone famose che è morto. I media hanno continuato a parlare della maledizione del 2016, dall’inizio di gennaio con David Bowie alla fine di dicembre con Carrie Fisher e sua madre Debbie Reynolds. Ma è stato davvero così? Mike Peel ha provato a verificare sperimentalmente questa affermazione, sfruttando Wikidata: la base dati libera, collaborativa, multilingue e secondaria che raccoglie dati strutturati che vengono poi usati in Wikipedia e negli altri progetti della Wikimedia Foundation. Il vantaggio di Wikidata, oltre ad essere una fonte unica da cui i progetti nelle varie lingue possono attingere dati coerenti, è che la sua strutturazione permette di compiere ricerche automatiche molto più facilmente di quanto si potrebbe fare con Wikipedia.

Pell ha estratto i record di Wikidata corrispondenti a persone che hanno una voce nell’edizione inglese di Wikipedia e di cui sia indicata una data di morte: il risultato, mostrato in questo tweet, è che nel 2016 sono in effetti morte meno persone “enciclopediche” che nell’anno precedente. Nel tweet è anche indicata la query da eseguire: se la lanciate adesso i risultati sono leggermente diversi – i dati continuano ad accumularsi in Wikidata! – ma non di molto. Curiosamente, anche Buzzfeed ha scritto un articolo simile, partendo anch’esso da Wikidata e scegliendo parametri leggermente diversi. In effetti, pur tralasciando gli inevitabili errori che saranno presenti su Wikidata, ci sono due diverse possibilità da tenere in conto. La prima è che in futuro potrebbero essere aggiunte più persone morte nel 2016 che negli anni precedenti, perché ci potrebbero essere meno remore nell’inserire una persona enciclopedica-ma-non-troppo se non è viva: ma non è detto che questo cambi molto i risultati.

Ha molto più senso scegliere una definizione di notorietà diversa. Avere una voce su Wikipedia è sì un segno di notorietà, ma non tutte le persone sono notorie allo stesso modo. È stata così fatta una seconda ricerca, dove si sono selezionate le persone che avevano almeno 25 collegamenti interni ad altre voci, e quindi si possono definire “abbastanza famosi” da non essere solo autoreferenziali. In questo caso notiamo un leggero aumento del numero di morti famosi nel 2016 rispetto al 2015, ma restiamo comunque al di sotto del massimo ottenuto nel 2013; questi dati inoltre dovrebbero risultare più stabili rispetto ai precedenti. In definitiva, i dati parrebbero mostrare come l’annus horribilis – oltre naturalmente per chi è morto – sia stato più che altro tale per i media di tutto il mondo che si sono autoalimentati.

[MEDIUM] Il futuro del giornalismo è sul web?

[articolo apparso originariamente su Medium]
Grazie a Carlo Felice Dalla Pasqua, ho letto questo articolo di Mario Tedeschini Lalli che dà conto di una tendenza del giornalismo di marca anglosassone, che non solo non tende necessariamente alla brevità sempre maggiore delle notizie, ma anzi porta la cosiddetta long form a livelli che da noi sarebbero asolutamente incredibili. L’esempio che viene portato è un articolo del New York Times su come Google Translate abbia fatto in pochi mesi un salto quantico di qualità. L’articolo in questione è infatti lungo 86778 battute, l’equivalente di un saggio di quaranta e più pagine.

I due giornalisti guardano giustamente le cose dal loro punto di vista, e notano come il posto dove si possono approfondire le notizie non è la carta ma il web; che non esiste il concetto di cannibalizzazione, tanto che prima di essere stato pubblicato sull’edizione cartacea domenicale del NYT il testo era apparso sul sito web; che all’estero i grandi gruppi editoriali continuano a commissionare queste ricerche; e che il pubblico le legge. Sono tendenzialmente d’accordo sui primi tre punti; ma c’è qualcosa che mi disturba in quanto lettore, e che provo a spiegare nel seguito.

Ho letto l’articolo in questione. Tutto, fino in fondo. È scritto nello stile tipico del giornalismo anglosassone, partendo dalle persone per trattare il tema: fin qui nulla di strano. L’intelligenza artificiale non è il mio campo, ma un minimo di infarinatura ce l’ho, e posso dire che l’argomento viene spiegato in modo comprensibile e almeno a prima vista corretto, da quanto riesco a inferire. Sono anche lasciati i collegamenti agli articoli originali dei ricercatori, cosa che probabilmente servirà a ben poche persone ma è un chiaro indice di serietà. Insomma, Gideon Lewis-Kraus ha fatto insomma molto bene il suo lavoro di giornalista, raccogliendo informazioni e rendendole usufruibili al grande pubblico. L’unico appunto che posso fare è che mi pare essere troppo ottimista quando afferma che la ritraduzione in inglese dell’incipit del testo di Hemingway Le nevi del Kilimangiaro tradotto in giapponese da Jun Rekimoto è quasi indistinguibile dal testo originale anche per un madrelingua, se non fosse per l’articolo mancane prima di “leopard”. Diciamo che il testo passato per Google Translate è grammaticalmente corretto ma molto più piatto dell’originale, e ci mancherebbe. Ma non divaghiamo.

Il punto fondamentale è il muro di testo di quasi 87000 battute. E a questo punto presumo che la versione cartacea dell’articolo fosse un riassunto, anche perché altrimenti si sarebbe mangiato tutta la sezione del giornale. Quanta gente oggi ha il tempo di leggersi un breve saggio (breve dal punto di vista di un libro, naturalmente: ho pubblicato ebook più corti…) su un tema che non li interessa direttamente? E se i saggi cominciano a essere due, tre, cinque, dieci? È vero che il web ha spazio virtualmente illimitato, ma la variabile limitata siamo noi, o meglio il tempo a nostra disposizione per leggere. Abbiamo insomma due tendenze opposte: da un lato i quotidiani illuminati che pagano giornalisti per fare dei lavoroni (mica crederete che inchieste di questo tipo si buttano giù in un paio di pomeriggi), e quindi vogliono pubblicarli, dall’altra i ricavi possibili con questi articoli, che si riducono all’aumentare del testo e quindi al ridursi del numero dei lettori che arrivano fino in fondo. Ho visto parecchie pubblicità nell’articolo, ma non credo che le impression valgano molto. Che fare allora? Una possibilità è immaginare una collana separata: il quotidiano riporta una versione molto condensata, e ci si può abbonare agli approfondimenti. Ma la mia capacità imprenditoriale è notoriamente nulla, e non so se un simile approccio potrebbe funzionare. Voi avete idee migliori?

FUN: Equitalia


Le due colonne che vedete ai lati di questa foto sono tutto quello che rimane dell’antico cimitero dell’Isola, a Milano: erano ai lati dell’ingresso. Secondo me avere messo una sede di Equitalia in quegli uffici ha un suo bel senso.

HOWTO: recuperare tutto quello che si è fatto su Facebook

Basta digitare https://www.facebook.com/NOME_UTENTE/allactivity .

[MEDIUM] Io e il referendum

[Versione originale]

Tutti parlano del referendum confermativo sulle modifiche alla Costituzione (legge Boschi) e quindi anch’io ho deciso di mettere per scritto come voterò e perché: non certo per convincere qualcuno, ma per dare loro qualche spunto in più che non siano le campagne Facebook tra tifosi di squadre avverse. Il TL;DR è “Voto no perché sono state messe insieme troppe cose discordanti, e una Costituzione non è una semplice legge”.

Prima di tutto, però, spiego i motivi con cui NON ho preso la mia decisione. Non mi interessa di sapere chi è per il sì e chi per il no… anche perché condivido il pensiero che ho visto esprimere da alcuni: tutte le volte che vedo qualcuno per il NO, mi viene voglia di votare SÌ, e naturalmente viceversa. Ma questa non è una votazione in cui uno si mette da una parte o dall’altra, come capita in un’elezione; qui abbiamo una legge sulla quale dobbiamo decidere se ci pare buona o no, e ognuno dovrebbe avere le sue ragioni per farlo. Le ragioni degli altri non mi trovano affatto d’accordo? Chisseneimporta. Io voto la legge, non le ragioni. In secondo luogo, so benissimo che si va a votare perché Berlusconi aveva inizialmente dato il suo appoggio alla riforma e poi l’ha tolto per mere ragioni politiche, non certo sul merito della legge. Insomma, se le cose fossero andate appena diverse, la riforma sarebbe passata senza richiesta di un voto confermativo. E dunque? Siamo di nuovo al punto di cui sopra. Non avrei potuto votare, ma non è che per questo avrei apprezzato questa riforma. Però per una congiuntura astrale posso esercitare un mio diritto, e quindi lo faccio. Arriviamo finalmente al quesito vero e proprio. Già il titolo è indicativo di quanta roba ci sia dentro.

“Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della costituzione?”

Lasciamo perdere la frase sul “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”, che è un banale specchietto per le allodole e non ha nemmeno senso in quel contesto, perché è un corollario della legge Boschi (meno senatori, e quelli rimasti non verranno pagati per fare i senatori ma riceveranno “solo” i rimborsi spese) e non un punto fondamentale anche solo rispetto ai costi di Camera e Senato, per non parlare di tutti i costi pubblici. Limitiamoci a guardare macropunto per macropunto cosa succede esattamente. Userò il testo con le differenze tra prima e (forse) dopo preparato dalla Camera. La tabella è semplice: a sinistra c’è il testo attuale e a destra quello modificato.

Che vuol dire “superamento del bicameralismo paritario”? Che adesso Camera e Senato sono funzionalmente identici per quanto riguarda le proposte di legge, che possono partire da un ramo qualunque del Parlamento ma devono comunque essere approvate con lo stesso testo da entrambe, mentre in futuro non sarà così. Ci sono tanti modi per superare il bicameralismo paritario, o “perfetto” come si sente dire: per esempio, si può dividere le leggi tra i due rami, decidere che il secondo ramo possa fare emendamenti solo con la maggioranza assoluta dell’assemblea (e non dei presenti) e la legge ritorni al primo ramo dove si può votare solo sì o no agli emendamenti con maggioranza qualificata dei presenti. In questo modo una legge ha solo tre passaggi, e c’è comunque la possibilità di correggere qualcosa che è venuto fuori male. In realtà non funzionerà così. Nella legge la Camera avrà una preminenza quasi assoluta: tanto per dire, gli unici rappresentanti della Repubblica saranno i deputati (articolo 55). Molti articoli (48, 60, 61, 75, 77–82, 85–87, 96, 121) hanno modifiche per rimarcare questa differenza. Più interessante il 64 che aggiunge il seguente testo: «I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni.», che può significare tutto o niente, e «I membri del Parlamento hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni.», cosa che settant’anni fa pareva inutile rimarcare. L’articolo 94 fa sì che la fiducia sia data dalla sola Camera, cosa che avrebbe il suo senso in ogni caso.

L’articolo 70 elenca tutti i casi in cui si devono pronunciare le due Camere: oggettivamente messo in questo modo è illeggibile e sarebbe stato molto più semplice indicare punto per punto quali sono le leggi a doppio pronunciamento. Ma questa prolissità non si ha solo qua, come vedremo dopo. Nell’articolo 71 le leggi di iniziativa popolare richiedono il triplo delle firme (150.000), hanno un’importanza leggermente maggiore sui tempi, ma è lasciato tutto al regolamento; in teoria — quando verrà fatta una legge costituzionale apposta …— si potranno avere referendum propositivi e di indirizzo. Diciamo che la teoria è questa, ma la pratica non c’è; insomma parole a vuoto.

Il governo può pretendere una corsia preferenziale per i DDL (articolo 72), il che aumenta sicuramente i suoi poteri senza richiedere decreti legge; nell’articolo 73 invece c’è un interessante possibilità di chiedere il giudizio anticipato della Corte Costituzionale prima che una legge venga promulgata, il che potrebbe risparmiarci tanti casini.

La “riduzione del numero di parlamentari” si trova nell’articolo 57 (che definisce il numero dei senatori e la composizione del Senato, lasciando a una legge ordinaria la decisione di come verranno scelti tra gli aventi diritto), 58 (abrogato), 59 (senatori a tempo e non più a vita), 63. Detto tra di noi, che il Senato sia eletto direttamente o indirettamente non mi tange per nulla. Trovo piuttosto molto più pericoloso il fatto che questi senatori debbano fare un doppio lavoro, rischiando di fare male entrambi. È vero che ora il Senato conterà un tubo, ma non sarebbe stato più semplice lasciare loro le prebende ma fargli fare solo quello? Ah: per l’articolo 126 sarà il Senato a decidere l’eventuale scioglimento di una giunta regionale: similes similibus, direbbero forse i latinisti.

L’abolizione del CNEL si estrinseca nell’abrogazione dell’articolo 99. Bisognerebbe andare a leggere i resoconti della Assemblea Costituente per capire come mai si fosse pensato ad avere quell’organismo, che a vedere il testo della Costituzione sembrerebbe una concertazione ante litteram se non addirittura un residuato defascistizzato della Camera dei fasci e delle corporazioni. Credo che quasi nessuno (tranne ovviamente chi del CNEL ci faceva parte) piangerà per questa abolizione: ma non si poteva fare una legge costituzionale solo per questa, approvarla in sei mesi con ampia maggioranza, e togliercelo così dai piedi.

Per quanto riguarda la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione, innanzitutto si cancella la parola “Provincie” (no, c’era scritto “province” senza i. Strano, pensavo che la proposta semplificatrice di Bruno Migliorini per il plurale delle parole in -cia e -gia fosse del 1949), come del resto aveva già tentato di proporre Tonino Di Pietro in una legge costituzionale. Per il resto, si complica ancora di più l’articolo 117 dove si definiscono i rapporti tra Stato e regioni. Qui mi tocca fare coming out. Io nel 2001 ho votato a favore della riforma costituzionale che per l’appunto ridefiniva quel rapporto, rendendo ipertrofico quell’articolo. Col senno di poi, avrei votato contro, proprio per il principio che la Costituzione dovrebbe dare solo le linee guida e lasciare alle leggi ordinarie il compito di metterla in pratica: più specifica, peggio fa il suo lavoro. Ad ogni modo la controriforma renziana avoca allo Stato alcuni poteri che erano stati dati alle regioni, e probabilmente la cosa ha senso, visti i problemi che si sono visti nel caso ci siano più regioni in gioco. Ma quell’elenco enorme di attività in cui lo Stato ha legislazione esclusiva mi pare davvero esagerato. Non bastava indicare le attività di legislazione da parte delle regioni e dire che tutto quello che non c’è lì è avocato allo Stato, che con legge ordinaria può delegare qualcos’altro alle regioni? Ah sì: l’articolo 117 è anche L’ARTICOLO SEGRETO che appare in questi giorni nella campagna pentastellata, perché al posto di «nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali» ora c’è scritto «nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea e dagli obblighi internazionali». No, non cederemmo la nostra libertà votando sì: l’abbiamo già fatto da decenni, e ora si cambia semplicemente il testo, visto che la CEE è diventata da mo’ UE assumendone tutti i diritti e doveri pregressi. Abbiamo norme sui soldi (119, 120, 122), sia per gli stipendi che per gli indicatori di costo da rispettare, e già che ci siamo sono indicati i princìpi di pari rappresentanza (122), curiosamente solo a livello locale.

Ci sono poi articoli davvero illeggibili, che citano altri articoli più o meno come troviamo nelle leggi ordinarie. Ho già detto del 70, ma il 77 (decreti legge) è forse ancora peggio, pur avendo l’ottimo nuovo comma «Nel corso dell’esame di disegni di legge di conversione dei decreti non possono essere approvate disposizioni estranee all’oggetto o alle finalità del decreto» (ma questo in realtà dovrebbe accadere per ogni legge).

Abbiamo inoltre altre quisquilie, tipo la gestione dei referendum abrogativi (articolo 75) dove si poteva osare molto di più. In pratica resta il limite minimo di 500000 firme, ma se si arriva a raccoglierne 800000 scatta il bonus: il quorum non è più la metà più uno degli elettori, ma la metà più uno dei votanti alla Camera alle ultime elezioni, scoraggiando insomma la campagna per il no via astensione. Quest’ultima cosa secondo me è ottima; ma a questo punto perché non si è tolto il limite dei 500000? Se non riesci a trovare la gente che firma non la trovi nemmeno per votare, e aumenti il numero dei casi in cui si spendono soldi per i rimborsi al comitato referendario e per le votazioni. Altro che contenimento dei costi della politica. Per l’elezione del Presidente della Repubblica il quorum diverso (tre quinti dei votanti, anziché maggioranza assoluta degli aventi diritto) in realtà è forse anche più stretto, e non credo sia un caso che sia più alto della maggioranza data con l’Italicum che è sempre il convitato di pietra: vorrà dire che anziché avere impasse con gli elettori che non si presentano avremo impasse con le schede bianche. Troviamo (articolo 97 per la statale e 118 per quelle locali) che l’amministrazione pubblica deve anche essere trasparente e non solo imparziale e funzionante. Nell’articolo 134 si esplicita che la Corte Costituzionale verifica le leggi elettorali sin da subito, evitando che ci si accorga dell’incostituzionalità dopo qualche anno 🙂

Arrivati in fondo (una faticaccia per tutti, sono d’accordo) do il mio personale giudizio. Se ci fosse stato lo spacchettamento (non so se sarebbe stato possibile: così ad occhio forse la Cassazione avrebbe detto di sì se qualcuno avesse pensato di chiederlo) sarei stato d’accordo sull’abolizione del CNEL e avrei trovato indifferente la riduzione dei senatori e il riordino del titolo V. Ma sarei comunque stato contrarissimo a questa riforma del bicameralismo paritario, e questo indipendentemente dall’Italicum (il famigerato Combinato Disposto, con le maiuscole così sembra più importante). E visto che per modificare una Costituzione ci vogliono decenni, mi spiace ma io voterò NO. La mia risposta al “tutto o niente” renziano è per l’appunto “niente”. Mi prenderò catervate di insulti? Chissenefrega. La cosa più divertente è che potrei comunque votare lo stesso PD alle politiche, in mancanza di meglio… ma come dicevo, questo è un referendum, non un’elezione. Non dimenticatelo, qualunque cosa sceglierete di fare.

Post Scriptum: per completezza aggiungo le slide di Luciano Violante, che è un fautore del sì referendario e spiega dal suo punto di vista il perché. Tanto non devo convincere nessuno 🙂

[WIKIPEDIA] Chi può dirvi cosa è vero?

Sapete tutti che il contenuto di Wikipedia è libero, e quindi lo potete tranquillamente usare senza altro obbligo che indicare da dove è stato preso. Quello che forse non sapete è che potete anche prendere tutta Wikipedia e farvi una vostra enciclopedia: tecnicamente si dice che state facendo un fork, vale a dire una biforcazione. L’unico altro obbligo che avete è quello di dare la stessa libertà a chiunque voglia usare la vostra enciclopedia. Perché mai qualcuno dovrebbe darsi la briga di fare tutta questa fatica, e non lavorare direttamente su Wikipedia? Così di primo acchito ci sono almeno due possibilità. La prima è volere fare un’opera di carattere prettamente locale, inserendo voci su soggetti che non sarebbero mai accettati su Wikipedia ma che interessano a voi: si prendono dunque le voci già presenti per evitare di duplicare il lavoro e si aggiungono solo queste altre. La seconda possibilità è di voler inserire informazioni che la comunità ritiene non neutrali e pertanto elimina dalle voci già presenti quando vengono aggiunte. In entrambi i casi la presunta limitazione dell’uso anche commerciale del nuovo materiale non c’è: gli estensori del fork anzi sono felicissimi che quanto scritto da loro abbia una diffusione massiccia, perché è tutta pubblicità che arriva loro.

I fork sono generalmente più comuni negli USA, e spesso arrivano da un ambiente conservatore, presumibilmente perché gli editor e soprattutto gli admin di Wikipedia sono ritenuti – a torto o a ragione – troppo liberal e pertanto non neutrali. L’ultimo fork di cui ho avuto notizia, però, è basato su un concetto che è interessante da considerare. Infogalactic nasce infatti, come si può leggere in questo articolo, come una libera alternativa non censurata a Wikipedia, priva di “bias or thought police”. Come si può riuscire ad ottenere questo tipo di libertà? La risposta, che si può leggere nel comunicato stampa di lancio, si direbbe l’uovo di Colombo. Cito (la traduzione è mia):

«Non siamo Conservapedia 2.0 e non stiamo rimpiazzando gli admin di Wikipedia con i loro equivalenti conservatori. Stiamo rendendo irrilevante la funzione della “thought police” per mezzo della tecnologia. La filosofia del nostro progetto si basa sull’idea che solo l’utente ha il diritto di definire qual è la sua realtà.»

Infogalactic insomma afferma di essere riuscita a ottenere un sistema di intelligenza artificiale in grado di far vedere due versioni essenzialmente diverse di una pagina a seconda della “realtà” di chi la sta guardando. Sempre dal comunicato stampa:

L’architettura antifaziosità [anti-bias] di Infogalactic permetterà agli utenti di selezionare la prospettiva preferita e vedere automaticamente la versione della voce a essa più vicina, basata su una serie di algoritmi che usano tre variabili: Relatività, Affidabilità e Importanza [Relativity, Reliability, and Notability]. Ciò significa che un sostenitore di Hillary Clinton vedrà una versione della voce su Donald Trump diversa da quella che vedrà un sostenitore di Donald Trump supporter will, poiché entrambi gli utenti vedranno la versione della voce editata più recentemente da editor classificati come simili a ciascuno di loro.

Non è affatto banale gestire un sistema del genere, considerando che ci sono tre dimensioni diverse e quindi come minimo 27 possibilità: ciascuna manopola dovrebbe avere come minimo un valore alto, uno medio e uno basso. Ma non mettiamo limiti alle capacità tecniche di Infogalactic e accettiamo la loro affermazione. Che significa? Detto in altro modo, ognuno finalmente potrà vedere la Verità più adatta a lui, senza dover fare fatica a distinguere i fatti davvero importanti da quelli irrilevanti o peggio ancora presentati solo per mettere in cattiva luce un soggetto. Una bolla filtrante perfetta, pronta per togliere anche gli ultimi residui di dubbio.

Ma c’è di più! Esistono infatti i “Corelords”, vale a dire professionisti che hanno acquistato (“purchased”: immagino che si pagherà il giusto a Infogalactic ) la possibilità di verificare le modifiche alle voci relative alla propria azienda. In pratica potete essere certi che l’oste verificherà accuratamente che il proprio vino sia buono e avrete la sua assicurazione in proposito.

Capita che Wikipedia non dia informazioni corrette. Capita anche che dia informazioni faziose. Per quanto si cerchi di essere neutrale, non ci si riesce sempre. La risposta, oltre che il contribuire a migliorare le voci, è semplice: dobbiamo evitare di prendere come oro colato quanto c’è scritto, ed esercitare il nostro senso critico. Certo, si fa fatica. Ma preferite l’alternativa in cui c’è qualcuno che decide per voi cosa è vero?

[MEDIUM] Salvatore Aranzulla e Wikipedia

Come forse avete scoperto, qualche giorno fa, dopo lunga e aspra discussione è stata cancellata la voce su Salvatore Aranzulla su Wikipedia in lingua italiana. (Nota per chi non è esperto del campo: Wikipedia è una sola, ma al suo interno ha tante versioni linguistiche, ognuna con le sue regole particolari. Quindi non esiste Wikipedia Italia ma solo Wikipedia in lingua italiana ) Come capita sempre in Wikipedia, la discussione è stata pubblica e rimane accessibile a tutti: se volete la potete leggere qui, tenendo conto che 120 KB sono l’equivalente di una sessantina di pagine di testo. Qui trovate le mie considerazioni personali (molto personali, come leggerete: non parlo a nome di nessuno se non del sottoscritto. Inoltre, checché ne pensino in tanti tra cui Aranzulla stesso, io non ho nessun potere particolare in Wikipedia: le decisioni comunitarie sono legge).

Premessa: avere una voce cancellata su Wikipedia non è affatto un’onta. Tanto per fare un esempio pratico, una voce su di me (in qualità di “informatico” prima e “divulgatore scientifico” dopo) è stata creata e cancellata per due volte per “evidente non enciclopedicità del soggetto”. La prima volta è capitato un anno e mezzo fa, la seconda la settimana scorsa… e in questo caso, a differenza della volta precedente, non sono riuscito a cancellarmela da solo. Sono enciclopedico? Forse sì. Bisognerebbe prima capire se le recensioni dei miei libri sul Venerdì di Repubblica e su Le Scienze rispettano i criteri wikipediani. Cambia qualcosa che ci sia una voce su di me? No, non cambia nulla. Anzi sì, qualcosa cambia: essendo io il portavoce di Wikimedia Italia (cioè del fan club ufficiale italiano di Wikipedia) finirei in un conflitto di interessi non proprio piacevole, il tutto senza alcun vantaggio pratico. Risultato? Se volete avere informazioni su di me le troverete altrove. Ma torniamo a parlare di cosa è successo con Aranzulla.

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Quando ho visto che era stata aperta una discussione a proposito della voce su Aranzulla, sono andato a vedere cosa c’era scritto. Qui sopra potete vedere qual era il testo, dopo che nei giorni precedenti c’era stata una “guerra di edit”: una cinquantina di modifiche in un paio di giorni, che comunque avevano prodotto un indubbio miglioramento rispetto alla versione precedente che potete vedere qui sotto.

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Le ragioni che possono condurre alla cancellazione di una voce sono tre. La forma, vale a dire come essa è scritta: se vi lamentate della prosa di certe voci che sembrano essere compilate da ragazzi delle medie, provate a immaginare cosa viene cancellato. Il contenuto, per evitare panegirici e dèpliant che servono solo al soggetto della voce e non a chi cerca informazioni. L’enciclopedicità del soggetto: non è che si possa inserire qualunque cosa, e la comunità degli utenti ha definito alcune linee guida al riguardo. Nel caso in questione, la forma era a posto, il contenuto aveva un dato esageratamente assurdo (1,79 milioni di visite al giorno…), ma quello si poteva correggere senza problemi: la discussione verteva dunque sull’importanza o meno del soggetto per gli scopi di Wikipedia in lingua italiana. Secondo le regole dell’enciclopedia, se una voce è chiaramente non-enciclopedica un sysop può cancellarla “a vista”; altrimenti si apre una discussione che può durare una o eccezionalmente due settimane, e nel caso non si raggiunga un consenso può condurre a una votazione.

Insomma, Aranzulla è o no enciclopedico? Dal mio punto di vista il problema non si poneva. Il fatto stesso che si trovino in giro mille scherzi sulle guide che lui ha compilato per la qualunque significa che ha una sua notorietà; quindi è presumibile che ci siano parecchie persone che cercheranno qualche informazione su di lui; pertanto è logico che ci sia una voce su di lui su Wikipedia. Attenzione! Questo non significa che la voce sia necessaria: per le informazioni credo basterebbe già visitare il suo sito. Non significa nemmeno dare un giudizio di valore, positivo o negativo, su quello che fa: Wikipedia non è l’Enciclopedia dei Personaggi Illustri. Detto in altri termini, per me qualcosa è enciclopedico se ritengo che ci sia un discreto numero di persone che possa essere interessato all’argomento. Questa è però la mia visione personale: altri utenti dell’enciclopedia la pensano in maniera diversa, e così era partita la procedura di cancellazione per trovare una quadra. Fino a qui nulla di diverso da tante altre procedure di cancellazione. Poi però è successo che Aranzulla ha postato questo status su Facebook.

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Questo status — che, diciamolo pure, non è stata una brillantissima idea — ha subito portato alcuni fan del blogger siciliano a vociare nella pagina dove si discuteva della eventuale cancellazione (è sempre questa), il che ha portato altri affezionati collaboratori di Wikipedia a rinchiudersi a riccio e vociare a propria volta. Un wikipediano, se punto sul vivo, riesce a fare le pulci praticamente su tutto, scovando fonti insospettabili al comune fruitore dell’enciclopedia: da un lato si sono così trovati gli errori fattuali nel testo della voce, recuperando faticosamente il testo originale degli articoli di e su Aranzulla citati nella discussione, dall’altro è partito un fuoco di fila di tecnicalità su quale fosse l’effettiva professione di Aranzulla, poiché le linee guida sull’enciclopedicità dipendono per l’appunto dalla categoria: tornando al mio esempio, io comunque non sarei enciclopedico né come matematico, né come informatico né come divulgatore scientifico, ma al più come scrittore. Aggiungo poi che il tipico ragionamento di chi arriva per la prima volta a discutere e dice “perché X c’è e Y non può esserci?” non funziona: c’è una pagina di aiuto che spiega che il “ragionamento per analogia” non ha ragione d’essere.

Confesso che dopo aver visto qualche scambio di raffinatezze ho lasciato perdere la storia: le mie opinioni le avevo espresse, e ho cose ben più interessanti da fare anche solo all’interno di Wikipedia. Così non mi sono nemmeno accorto che la procedura era stata chiusa “per consenso” con la cancellazione della voce: oggettivamente però, tenendo conto che le votazioni sono riservate a chi ha fatto un certo numero di modifiche sulle voci dell’enciclopedia — per evitare per l’appunto le “chiamate al voto”… — non credo che l’esito sarebbe cambiato.

Risultato? Il gruppo di cazzeggio wikipediano su Facebook al momento è squattato da tale Martina Rossi. Mi dicono che sulla sua bacheca Facebook Aranzulla abbia scritto « Abbiamo fatto scoppiare una BOMBA: più di 300.000 persone sono venute a conoscenza della cancellazione della mia pagina da Wikipedia. Ho ricevuto migliaia di messaggi di sostegno e centinaia di discussioni sono state avviate e sono in corso in Rete: da Facebook a Twitter, da Reddit a Linkedin. La comunità italiana di Wikipedia è di parte ed il mio non è un caso isolato. Alcuni lettori mi segnalano che anche Virginia Raggi, candidata (e probabile) sindaco di Roma, ha una pagina Wikipedia cancellata e bloccata: dalla discussione di Wikipedia, si legge che, se e quando diventerà sindaco, allora forse le verrà creata una pagina Wikipedia. Poco importa che sia arrivata prima al ballottaggio…» (La storia di Virginia Raggi meriterebbe forse un pippone a sé stante, ma non l’ho seguita e non ne sapevo nulla). Altri (non wikipediani, che io sappia) si divertono a fare battute tipo quella qui sotto. Ma il vero risultato, almeno per come la vedo io, è che hanno perso tutti. Ha perso Aranzulla: capisco il sentirsi toccato in prima persona, ma il chiagni-e-fotti non è mai una buona idea, a meno che uno non voglia sentire l’appoggio dei propri sostenitori. Hanno perso i wikipediani: capisco la rabbia di vedere arrivare gente che entra a gamba tesa senza prendersi la briga di sapere di cosa si sta parlando esattamente, ma non bisogna mai perdere l’imparzialità e dire “visto che hai rotto le palle, ora te la faccio vedere io”. Ha perso soprattutto Wikipedia: non tanto per le minacce “non vi daremo più soldi” — che tanto noi non vediamo mica, le donazioni vanno alla Wikimedia Foundation negli USA — e nemmeno per l’eventuale pessima fama, quanto perché ora manca di una voce che a mio parere una qualche utilità ce l’aveva.

immagine creata dalla Strega, https://twitter.com/_TheWitch_

immagine creata dalla Strega, https://twitter.com/_TheWitch_

È finita definitivamente così? Non necessariamente. A parte i “cinque pilastri”, le regole fondamentali dell’enciclopedia, tutto il resto può sempre cambiare nel tempo. Sempre per fare esempi personali: ogni tanto viene cancellata una voce che io scrissi su Wikipedia una decina di anni fa. Ai tempi le regole erano molto più lasche, le voci erano relativamente poche, e per un certo periodo inserivo le recensioni dei libri che avevo letto. Solo che le mie recensioni sono sempre molto personali, e quindi ogni tanto qualcuno le vede, decide che non sono neutrali, e apre la procedura di cancellazione… nella quale commento “fate pure” :-). Dal lato opposto, passati tre o sei mesi (non mi ricordo esattamente quanti) da una cancellazione è sempre possibile rivedere cosa è successo e proporre un nuovo testo, previa discussione. Certo, se i toni continueranno a essere questi la discussione non partirà nemmeno: è vero che Wikipedia senza una voce ci perde, ma una Wikipedia divisiva ci perde ancora di più. Riuscirà il buonsenso a farsi largo in mezzo a questo tifo da stadio? Speriamo di sì.

ENGRISH: Public TV

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Sabato ho portato Jacopo al Museo della Scienza e della Tecnologia, e sono passato in una sala dove c’era una telecamera di quelle d’antan e venivano trasmessi alcuni spezzoni delle trasmissioni Mediaset sempre d’antan. Non ho nulla contro tutto questo: a Cologno hanno pensato bene che invece che buttare via un’apparecchiatura ormai obsoleta la si poteva ancora sfruttare per farsi un po’ di pubblicità, e ai bimbi di oggi abituati a fare le foto col telefonino fa bene mostrare come quando i loro papà avevano la loro età le cose erano ben diverse.
Però tradurre “La TV privata” con “The Public TV”, quello proprio no. Mi piacerebbe sapere chi ha avuto la grande idea. Forse ha pensato alla “public schools” britanniche, che sono tutto men che pubbliche?

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