Poste online: adelante con juicio

Lunedì ho provato a iscrivermi al sito poste.it. Compilo tutti i campi, e mi arriva un messaggio di errore: codice fiscale già presente. Ci penso su un attimo, e mi viene in mente che nello scorso millennio avevo un conto corrente postale, il che probabilmente significa che mi ero anche iscritto al sito. Con che password? Boh. Quello che è peggio è che mi veniva detto che la password non mi sarebbe stata spedita all’indirizzo email – non avrei saputo quale, ma comunque probabilmente ce l’ho ancora a disposizione – ma al mio numero di telefono, vale a dire probabilmente tre numeri fa. Per fortuna, però, non avevo inserito il telefono e quindi mi si invitava ad andare all’ufficio postale.
Erano le 16: prendo l’app per prenotare e scopro che non c’erano più posti disponibili. Vabbè, un po’ prima delle 18 provo ad andare lo stesso nell’ufficio al Formigonio, prendo un numero, vedo che ho dodici persone davanti a me e tre sportelli aperti, ma poi vedo che qualcuno ha lasciato un numero che sta per essere chiamato: faccio finta di nulla, prendo il numero e vado allo sportello. L’impiegata in effetti trova un record a mio nome, con dati piuttosto scaduti: completa tutto (a dire il vero l’email ha dato errore, ma mi ha detto che è sempre così e comunque ho anche aggiunto la PEC), salva… e va a prendere un modulo cartaceo, spiegando che “comunque vogliono anche questo”. Notate: non ha stampato i dati per chiedermi poi di firmarli (e già qui ci sarebbe stato qualcosa da dire, visto che ho SPID livello 2): ha proprio dovuto riscrivere a mano la mia parte anagrafica.
Direi che c’è ancora qualcosa che non va.

Caster Semenya e l’ignavia IAAF e TAS

Caster Semenya è un’atleta sudafricana che ha un livello di testosterone molto più alto della media femminile, e che quindi corre molto più velocemente delle altre colleghe. La IAAF ha deciso che non potrà correre, a meno di fare cure per abbassare il testosterone: il TAS ha confermato la decisione della IAAF, specificando – come riporta il Post – che

«ha convenuto che le politiche adottate dalla IAAF per i casi di iperandrogenismo siano discriminatorie per gli atleti con differenze nello sviluppo sessuale, ma ha anche ritenuto che queste siano “necessarie, ragionevoli e proporzionate” per assicurare la validità e la competitività delle gare.»

In altri termini: Semenya è femmina, è ufficiale. Ma visto che la natura l’ha fatta diversa dalle altre femmine bisogna limitarla artificialmente; un po’ come dire che non si possono avere cestisti sopra i due metri e dieci. Persino nel ciclismo, dove hanno dovuto mettere il limite per l’ematocrio perché non riuscivano a scoprire se gli atleti si bombavano, hanno lasciato il passaporto biologico per chi riusciva a dimostrare che i suoi livelli alti erano naturali. Non trovate che stavolta ci sia qualcosa di strano? Capisco i problemi di collocazione che possono insorgere con gli atleti intersex, per non parlare dei transessuali, ma questo non è il caso di Semenya. Ma si sa, lo spettacolo è tutto.

Giulio Regeni e l’aula vuota

Leggo su Repubblica ma non solo della vergogna di Montecitorio, dove c’erano solo 19 deputati alla discussione sull’istituzione di una commissione di inchiesta sul caso Regeni.

Prima di indignarvi, rileggete la frase. Non stiamo parlando di una commissione d’inchiesta che non c’è ancora (e che probabilmente servirà a ben poco, purtroppo, ma quello è un altro discorso). Non stiamo nemmeno parlando del voto per istituire la commissione di inchiesta (dove in effetti è vero che non è così importante esserci dal punto di vista dei meri voti, ma dai un segnale con la tua presenza). Qui la presenza era assolutamente inutile, perché non c’era nulla da discutere: solo che le bizantine procedure parlamentari vogliono queste discussioni che sono sempre ben poco seguite proprio per la loro inutilità.

Però volete mettere i titoloni sui giornali?

La mezza maratona di Trieste e gli africani “proibiti”

Per una volta devo apprezzare Facebook, o meglio la mia bolla personale. La storia degli atleti africani a cui sarebbe stato impedito di partecipare alla mezza maratona del Trieste Running Festival non l’avevo letta su Repubblica (che poi ha anche continuato a parlarne) ma in un gruppo chiuso che aveva citato un sito locale giuliano. Da come il sito aveva presentato la notizia mi ha subito fatto immaginare che la cosa fosse un po’ più complicata: e infatti sempre in quel gruppo c’è stato chi ha spiegato già sabato mattina che non è possibile impedire a un qualsivoglia affiliato di partecipare a una gara, e che semplicemente l’organizzazione aveva deciso di non invitare (cioè “non pagare perché partecipassero”) atleti africani per mancanza di budget. Specifichiamo: i pochi soldi che c’erano, a quanto pare, sono stati usati per invitare atleti europei.

Detto questo, tra notizie, smentite, dietrofront e stracci vari che sono volati mi pare si sia perso un punto. Gli organizzatori avevano affermato di voler dare uno «stop allo sfruttamento di ragazzi tanto veloci quanto sconosciuti, che gareggiano ogni settimana in giro per tutta Europa per gettoni di presenza e premi che per la maggior parte vengono incassati dai manager, quasi tutti italiani.» Le mie domande sono semplici. Perché si dovrebbero ingaggiare “ragazzi veloci ma sconosciuti”? Se sono sconosciuti non portano vantaggi economici, quindi non si vede perché pagarli. Perché non si è detto semplicemente che il budget era troppo risicato? Perché se questi sono veloci e costano di meno non li prendi? A parità di tasso tecnico spendi di meno. D’altra parte posso anche immaginare che ci siano manager che sfruttino questi runner africani, ma non è certo questo il modo per “fare una provocazione” come due giorni dopo gli organizzatori hanno cercato di giustificarsi. A questo proposito, quanti atleti e di che nazionalità sono stati invitati, e a quanto ammonta il loro gettone di presenza? (Penso anche che queste gare siano perlopiù un business tra i peones che pagano per correre e gli sponsor che pagano per far vedere il loro nome, e che quindi gli invitati siano semplicemente la ciliegina sulla torta, ma la cosa è irrilevante). Il guaio è che come al solito sono subito cominciate le risse faziose, senza che nessuno abbia tutte le informazioni a disposizione. Forse stavolta si è riusciti a sapere qualcosa in più, ma ci deve essere un sistema migliore per arrivarci!

I bonifici di Venerdì Santo

Giovedì scorso mi sono connesso al sito di home banking per fare un bonifico. Il sito non funzionava, nel senso che si caricava solo una parte. Vabbè, mi dico, provo finalmente a usare l’app. App che in effetti funzionava perfettamente, fino a che non ho provato a dare l’ok al bonifico: a questo punto mi dice “impossibile completare l’azione”. Riguardo la schermata, e mi pare tutto a posto: la data della valuta per il destinatario è il giorno successivo, il che significa che mi tolgono i soldi con valuta odierna. Provo a spostare la valuta al martedì dopo Pasqua: niente da fare, sempre errore. A questo punto telefono all’assistenza, e la tipa (non italiana) mi dice che ho sbagliato a mettere quelle date e devo passare al 24 aprile, perché “il sistema interbancario dei bonifici domani il venerdì santo è chiuso”.

Tralasciamo il fatto che è stata l’app a propormi come valuta il 19 aprile, e quindi forse c’è qualche problema di base; tra l’altro stiamo appunto parlando di un’app che può venire aggiornata a piacere, non di un programma vecchio e mai toccato. Tralasciamo anche il fatto che non funzionava nemmeno per il 23 aprile, pur con valuta tolta in data 18: tanto il conto è a interessi zero, sai quanto mi avrebbe cambiato la vita perdere quattro giorni di valuta. Fermiamoci al “venerdì santo chiuso”. Se non ricordo male, il contratto dei bancari considera quel giorno semifestivo, e quindi con chiusura degli sportelli prima di mezzogiorno. Ma per l’appunto le banche sono comunque aperte. Perché invece le transazioni interbancarie sono chiuse? Forse i programmi informatici devono partecipare alla Via Crucis elettronica?

Armi di distrazione di élite

A quanto pare, l’indignazione per il post pubblicato da Luca Morisi (lo spin doctor socialcosista di Matteo Salvini), dove si vede il “Capitano” imbracciare – malamente – un mitra, è stata enorme. Mi dicono che se ne sia parlato persino a qualche tg, e che in tanti abbiano segnalato la foto a Facebook perché istigherebbe all’odio. Tutto molto interessante. Peccato che:

(a) Stiamo parlando di americani. Se Zuckerberg vede anche solo l’ombra di un capezzolo femminile ti blocca immediatamente, ma se hai un’arma in mano sei un Vero Patriota. Se qualcuno crede davvero che quella foto violi i ToS di Facebook, forse è meglio che faccia un controllo di realtà.

(b) Morisi ha pubblicato la foto non a nome di Salvini ma suo personale. Quindi anche nel caso estremamente improbabile che ci fosse stata una sollevazione popolare, il ministro-praticamente-di-tutto avrebbe potuto facilmente scaricare la colpa sul suo collaboratore.

Ma soprattutto, (c) siamo in una nazione dove Salvini ha costruito il suo successo (oltre che al mantra “flat tax”, cioè “vi diamo una scusa per non pagare le tasse”) sul potersi difendere da soli e avere “il diritto” di sparare a chi pensiamo ce l’abbia con noi. Pensate forse che una foto come quella gli tolga voti? Figuriamoci. La Lega è arrivata a percentuali da DC d’antan. E tra chi non vota Lega ce ne sono tantissimi che almeno sulla parte “spariamo” si trova perfettamente d’accordo.

Insomma, quelli tra i miei ventun lettori che fanno parte dell’élite che ritiene non solo schifosa ma anche preoccupante quell’immagine dovrebbero fermarsi un po’, prima di mettersi a scrivere, e fare mente locale sul fatto che forse non tutti i lettori la pensano come loro. (Beh, in effetti qualcuno potrebbe essersi costruito un’apposita bolla e quindi l’indignazione verrà condivisa da tutti: ma è una ben magra soddisfazione, soprattutto il giorno dopo le elezioni). Un conto è dire “mi fa schifo / mi fa paura”, magari anche argomentando: ma i giudizi assoluti sono purtroppo spesso controproducenti.

Il lavoro ombra

La scorsa settimana sul Corriere la sociologa Anna Zinola ha scritto un breve articolo nel quale argomenta, citando il libro Il lavoro ombra di Craig Lambert, che il progressivo aumento dell’automazione «erode il tempo libero individuale (il lavoro invisibile incrementa in maniera impercettibile ma costante i nostri carichi quotidiani) e riduce il numero degli addetti stipendiati.»

Sulla seconda parte della frase, nulla da eccepire. Dovremmo in realtà discutere se non abbia senso rivedere da zero il concetto di lavoro, ma quello è un tema planetario e non certo nazionale. Sulla prima parte, permettetemi di avere qualche dubbio. Se faccio il pieno al self service è vero che impiego parte del mio tempo. Ma come potrei impiegare il tempo mentre il benzinaio mi fa il pieno? Guardando l’ultimo video di YouTube? Commentando su Facebook? Non contiamo poi la banale considerazione che fare un bonifico online mi costa meno tempo che andare in banca, e probabilmente mi costa anche meno soldi.

Quello che però mi fa più specie è la frase «Ogni volta che scriviamo una recensione su un blog, condividiamo un contenuto su un social media o carichiamo un video su una piattaforma lavoriamo, più o meno consapevolmente, gratis per qualcuno». Innanzitutto notate come si mischino due concetti completamente diversi. Se io condivido un contenuto (o posto un video altrui) sto effettivamente lavorando per il social media manager che aveva preparato quel contenuto. Possiamo di nuovo discutere se è una cosa bella o meno bella – io tendo a non condividere certe cose proprio per non fare pubblicità – ma stiamo in effetti lavorando gratis per lui. Ma se scrivo una recensione, la cosa è diversa. Ok, se la posto su Facebook potrei dire che lavoro gratis per Zuckerberg. Ma il punto chiave è “per Zuckerberg”, non “lavoro gratis”: se posto la recensione sul mio blog lavoro gratis per chiunque voglia leggere la recensione, e questa è una mia scelta consapevole, e soprattutto non è “lavoro” perché è qualcosa che faccio di mia spontanea volontà. Se proprio vuoi lamentarti, lamentati che tolgo il lavoro ai commentatori di professione, ammesso che ciò sia vero; ma non dirmi che vengo sfruttato da qualcuno. Semplice, no?

Non sa l’italiano e le viene negata la cittadinanza

Ieri Repubblica ha pubblicato la notizia di una donna ghanese che «non sa leggere l’italiano» e a cui quindi non le è stata concessa la cittadinanza.

Io mi sarei aspettato che il giornalista avesse fatto il minimo sindacale di lavoro, e avesse provato a dare un’occhiata alla legge sulla cittadinanza. L’articolo 9.1 afferma esplicitamente al comma 1

La concessione della cittadinanza italiana ai sensi degli articoli 5 e 9 e’ subordinata al possesso, da parte dell’interessato, di un’adeguata conoscenza della lingua italiana, non inferiore al livello B1 del Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER).

Quello della conoscenza decente della lingua del posto mi sembra un requisito ovvio. Perché scrivere un articolo contro quel cattivone di un sindaco (che non so assolutamente chi sia e che tendenza politica abbia) perché ha applicato la legge? È semplicemente uno dei tanti boomerang che fanno capire come mai la destra sappia fare molto meglio il suo lavoro.