ILVA

No, non aggiungo il mio pensiero su cosa fare dell’ILVA. Non ho assolutamente le competenze non dico per dare una soluzione, ma neppure per parlare con cognizione di causa. Tutto quello che posso fare è notare alcune cose.
– Ho letto che l’ILVA vale l’1,5% del PIL italiano, quindi circa 29 miliardi l’anno. Il suo fatturato 2016 era di 2,2 miliardi: anche considerando l’indotto e un ipotetico raddoppio della capacità produttiva siamo ben lontani.
– Scudo penale: siamo abituati a leggi che cambiano artatamente i limiti, chi ha la mia età si ricorda certo dell’atrazina e anche chi è più giovane dovrebbe ricordarsi della ThyssenKrupp. La fregatura è che mentre in quest’ultimo caso la (mancata) sicurezza era nei confronti degli operai, l’inquinamento dell’ILVA è per tutta la zona intorno: insomma, rimane la scelta su quanto morire. Ciò detto, non sono riuscito a capire quanto tempo ci voglia per rientrare in parametri accettabili di inquinamento nel caso si facessero davvero questi lavori: la mia preoccupazione è che quello dello scudo sia un modo per non fare nulla e risparmiare soldi.
– Occupazione: è il solito ricatto “preferite morire di fame o di cancro?” che abbiamo visto tante volte. Premesso che non credo in una riconversione post-industriale della zona – soprattutto in tempi brevi – non ho proprio idea di quale sia la scelta meno peggiore nel breve termine. Il vero guaio è che mi pare che non lo sappia nessuno.

Scusate se per una volta non ho fatto lo scodellatore di soluzioni :-)

Tessere fantasma

Un mese e un giorno fa sono andato sul sito di Trenord e ho richiesto la tessera Io viaggio in famiglia per i gemelli. In pratica la tessera permette di viaggiare gratuitamente sui treni del trasporto locale lombardo per chi ha meno di 14 anni, sempre che sia accompagnato da una delle persone indicate nella tessera stessa. L’idea era nata perché volevo andare a Pavia alla ERN, e non volevo andarci in auto. Compilo il tutto, mi arriva la ricevuta e trovo scritto “potrà ritirare la tessera tra un mese al punto Trenord da lei scelto; intanto può usare questa ricevuta come tessera provvisoria”. Vabbè, siamo andati in treno a Pavia ma non è passato nessun controllore quindi non so se effettivamente la ricevuta fosse valida :-) Ad ogni modo, ieri pomeriggio io e Jacopo eravamo in giro e così sono passato a Porta Garibaldi a ritirare le tessere. Faccio la mia bella coda (Jacopo si guardava i video YouTube sul mio furbofono), presento la ricevuta, l’impiegata sta cinque minuti a cercare e poi mi dice “no, non sono ancora arrivate”.

No, non mi sto lamentando del fatto che ci voglia più di un mese per stampare due tesserine. Mi lamento del fatto che tutta la procedura non prevede una povera piccola email che mi avvisi che le tessere ci sono e quindi posso andare a fare la coda per ritirarle. Evidentemente è troppo complicato.

Non più Mafia, sempre Capitale

Occhei, la Cassazione ha sentenziato che Carminati and friends avevano formato due associazioni a delinquere, ma che quelle associazioni non erano mafiose. Quindi le condanne restano, ma le pene devono venire rimodulate con un nuovo processo d’appello (una delle stupidaggini della legge italiana. Sarebbe bastato fare una proporzione rispetto alle pene possibili, no?)

Quello che non ho capito è perché questa notizia dovrebbe cambiare la percezione di quello che è successo, e soprattutto quale sarebbe esattamente la firma di un’associazione mafiosa…

SDA: garanzia di disastri

Premessa: a fine luglio io e i gemelli siamo andati in montagna da mia mamma. Tornando indietro, ho dimenticato alcuni vestiti dei bambini. Visto che non ci è più capitato di andare su o almeno incontrarci a Torino, ho chiesto a mia mamma di spedirmeli per posta, cosa che lei ha fatto sabato 21 settembre. Giovedì 26 settembre mi telefona un corriere dicendo che c’era un pacco per me: io non ero in casa, e gli ho detto “senta, lasci il biglietto in buca che poi andrò a prendermelo in ufficio postale. Dove devo andare?” Lui risponde “in via Algarotti”. La settimana dopo, non avendo visto nessun foglietto, provo ad andare all’ufficio postale, dove giustamente mi dicono che senza il numero di spedizione non possono fare nulla. Chiamo mia mamma, che però era scesa a Torino e non sarebbe risalita fino alla settimana successiva. Vabbè, su questo non ci si poteva fare molto.

L’altro ieri mattina mi chiama mia mamma dall’ufficio postale in montagna: dice che il mio pacco è forse a Vimodrone, ma che c’è una lista che non finisce più di passaggi. Mi faccio dare il numero di spedizione e nel pomeriggio passo nell’ufficio postale vicino al mio ufficio, dove mi stampano la lista di cui parlava mia mamma e che vedete qui allegata. Lasciamo perdere la topologia che per mandare un pacco da Torino a Milano si passa da Bologna: il povero collo a quanto pare è tornato a Torino come inesitato e da lì è stato rimandato a Milano, per perdersi appunto non si sa bene dove giovedì 3 ottobre. Tornato a casa faccio il numero verde delle Poste – ah, dimenticavo di dire che né il sito di Poste Italiane né quello di SDA ne sapevano qualcosa di quella spedizione – dove un’impiegata che “risponde dall’Italia” ma non era chiaramente italiofona [*] mi spiega che devo sentire SDA di Vimodrone. Ieri mattina li chiamo, mi dicono “ma il pacco è stato consegnato all’ufficio postale!” al che io “sì, ma quale?”. Scoperto che era quello in via Algarotti, nel pomeriggio riesco finalmente a prendermelo.

La mia domanda è semplice. Come è possibile che una qualunque spedizione si perda così, senza alcun feedback al destinatario se non una telefonata alla quale non segue nulla? Come è possibile che si mandi un pacco agli inesitati senza mandare un avviso? E soprattutto, perché con SDA questo capita con una probabilità molto maggiore che con altri vettori? C’è stato un periodo in cui mi facevo spedire in da Amazon dei libri. Se arrivavano direttamente da Poste Italiane, non c’era problema: il postino era puntualissimo. Se passavano via SDA era una tragedia.

Ciliegina sulla torta. Il pacco, oltre che un po’ sciancicato, era stato aperto. qualcuno ha letto “contenuto: felpe” e pensava a vestiti nuovi da rivendere?”

[*] non mi cambia molto la cosa, però una legge che obbliga a specificare da dove si risponderà anziché se si parlerà con un madrelingua non ha molto senso per me.

Pagare di più, pagare in meno

Secondo il ministro Speranza il ticket sanitario così com’è non funziona e deve andare per fasce di reddito, naturalmente in modo che il gettito totale resti costante. Bellissimo. Evidentemente il ministro Speranza non sa che già adesso, almeno qui in Lombardia, a me conviene fare una visita privata per molte cose: pago esattamente quanto il ticket più superticket, e le ottengo subito. Aumentare il costo della sanità pubblica per i “ricchi” significa ovviamente che i ricchi in questione non useranno più le strutture pubbliche; ma se i “poveri” pagheranno di meno il gettito totale scenderà. Non mi pare un conto così complicato…

Farinetti e la parabola della Lurisia

L’intervista ad Oscar Farinetti dell’altro giorno è secondo me davvero interessante, e non lo dico in maniera ironica. Per il fondatore di Eataly, tutta la storia della filiera artigianale per il cibo è semplicemente una nicchia di mercato che qui nel primo mondo tira, e quindi può essere sfruttata pesantemente da chi come lui si è buttato subito in quella nicchia. Come dargli torto quando dice che ad Atlanta non sono così pazzi da voler uniformare la Lurisia alle loro bevande, ma se la terranno per farci soldi così com’è?
Certo, ci saranno tanti duri e puri che prima osannavano Farinetti e ora lo stanno esecrando. A me personalmente non è mai piaciuto, ma almeno stavolta apprezzo la sua schiettezza.

ebook e biblioteche (USA)

Leggo via hookii che negli USA le biblioteche hanno notevoli problemi con gli ebook, nel senso che i cinque grandi gruppi editoriali internazionali stanno ponendo condizioni capestro. L’ultimo caso è quello di Macmillan, che vieta alle biblioteche di acquistare più di una copia di un nuovo libro nei primi due mesi dalla sua uscita. Posso capire la ragione di questo embargo, anche se mi parrebbe più logico definire un numero massimo di copie proporzionale al numero di utenti della biblioteca. Già mi risulta più difficile capire perché una biblioteca debba pagare un ebook più di un comune utente (sempre Macmillan fa pagare la prima copia 30 dollari, e quelle ulteriori dopo la fine dell’embargo 60 dollari cadauna). Ma quello che ritengo inammissibile è che questi ebook non hanno una licenza perpetua (per la biblioteca, non per chi li prende in prestito), ma limitata: tipicamente due anni, ma HarperCollins prevede un numero massimo di 26 prestiti.

Immagino che i gruppi editoriali si giustificheranno dicendo che devono tutelare i propri autori (e incidentalmente i propri interessi). Ed è vero che – anche se per noi lettori un libro e un ebook sembrano essere la stessa cosa, sempre testo e figure sono – essi sono molto diversi da un punto di vista logico. Un libro cartaceo è una risorsa implicitamente limitata, nel senso che se io ho una copia di quel libro tu non puoi avere quella copia lì; inoltre copiarlo è costoso. Con l’ebook il costo marginale di fare una copia è pari a zero a tutti gli effetti, e quindi occorre limitare esplicitamente la risorsa con i DRM. Ci sono poi altre differenze per così dire contrattuali: un libro cartaceo lo compriamo e poi possiamo farne quello che vogliamo, un ebook lo prendiamo in licenza, proprio come il software, e quindi non è in realtà nostro. Ricordate il caso di Amazon che aveva cancellato dai Kindle degli acquirenti alcuni libri? (Ironicamente erano quelli di George Orwell). Ma detto tutto questo, se passa il concetto che una biblioteca ha un minore diritto sugli ebook non ci vorrà molto a dire che la stessa cosa vale per i libri di carta. Dal punto di vista del prestito agli utenti, infatti, la situazione non cambia. Certo, è molto più facile avere una licenza che scade automaticamente: ma come da noi ci sono gli omini SIAE che vanno a verificare se è stato preparato il borderò per la festa aperta al pubblico ci potrebbero essere altri omini che vanno in giro per biblioteche per scoprire le ignobili violazioni. Non una bella cosa.

In Italia, a quanto ne so, la situazione è migliore: abbiamo MLOL che è una società privata che fa da intermediatore, e almeno a quanto ne so io non ci sono di queste limitazioni, anche se non ho conoscenze di prima mano. Ma non si sa mai cosa potrà succedere in futuro… Tenete insomma gli occhi aperti!

Povera Chiara

ceci n'est pas un marciapiede Che Chiara Appendino sia ormai invisa a moltissimi torinesi è un fatto. Però a volte mi pare che si esageri un po’, come nel caso rappresentato da questa foto che sta circolando su Facebook.
Premessa: le nuove piste ciclabili che sono state approntate a Torino sembrano essere una schifezza, almeno a giudicare da altre foto che ho visto: chicane per evitare di spendere soldi ed eliminare pali, dehors che danno sicuramente più soldi alle casse del comune e così via. Ma in questo caso non vedo nulla di male: si lascia per sicurezza un piccolo spazio tra pista ciclabile e parcheggio che non serve né alle auto né alle bici. Quello spazio non è un marciapiede (che c’è sulla destra): a chi si lamenta perché non si può aprire la portiera di destra faccio notare che la stessa cosa capita quando si parcheggia a filo del marciapiede. Magari guardare prima di uscire, oltre che essere obbligatorio, è anche utile.

Il problema che io vedo è un altro. Dopo quante ore dall’inaugurazione del percorso le auto cominceranno a parcheggiare perpendicolarmente, bloccando la pista ciclabile? Disegnare righe per terra è facile, ma serve a ben poco. Eppure a nessuno di quelli che hanno condiviso questa foto è venuta in mente la cosa. Chissà mai perché…