I silenzi assordanti

Ora vi racconto una storia. Un paio di settimane fa noi di Wikimedia Italia ci siamo chiesti cosa avremmo potuto fare per sensibilizzare le persone sulla nuova votazione per la direttiva copyright. Mentre a luglio c’era un “tutto o niente” e quindi eravamo andati giù con l’accetta, stavolta c’era la possibilità di modificare alcuni punti che non sarebbero nemmeno troppo controversi: se un’opera è orfana significa che non si sa di chi siano i diritti, quindi nessuno ci guadagnerebbe comunque, e ci saranno forse cinque opere in Italia su cui qualcuno ci guadagna davvero con le foto. La nostra strategia si è così concentrata su quei punti, lasciando perdere la tassa sulle citazioni e il filtraggio sugli upload che erano ormai noti.

A parte l’aver spedito agli eurodeputati una certa quantità di cartoline in cui i monumenti presenti sono stati cancellati a pennarello – ma mi sa che i nostri parlamentari non guardino la posta cartacea… – abbiamo pensato alla possibilità di avere lo spazio per un “op-ed”. Questo termine arriva dagli USA, dove indica in articolo in posizione “opposta all’editoriale”: in pratica una voce indipendente, che non rispecchia la posizione ufficiale del giornale ma permette al lettore di avere altre informazioni. Da noi non esiste un vero e proprio posto per questi articoli, ma in pratica li si trova nelle pagine culturali. Bene: mi sono messo il cappellino di portavoce di Wikimedia Italia e ho scritto una bella letterina al direttore della Stampa chiedendo un po’ di spazio e spiegando che non volevo parlare dell’articolo 11 ma degli altri temi. Risultato: zero, dove per “zero” intendo “nemmeno una risposta preconfezionata che dice che il tema non fa parte degli interessi del giornale”. Dopo due giorni, ho scelto di rivolgermi ad altri giornali, ovviamente senza copincollare ma pensando alle peculiarità del singola testata. Ho così preso i due maggiori quotidiani italiani, Repubblica e Corriere; ho saltato Il Sole-24 Ore perché Confindustria è schierata ancora più dei gruppi editoriali standard; ho provato con Il Foglio, come giornale di nicchia ma con una notevole influenza; non ho scritto al Fatto perché il suo stile è troppo urlato per l’articolo che avevo in testa; avrei scritto al Giornale ma nel colophon non ho trovato un indirizzo email e il mio tentativo di indovinarlo è fallito (ah, le sue pagine culturali sono ottime), e ho scritto ad Avvenire perché lo ritengo interessante, visto che dà spazio a temi che non sono così visibili negli altri media. Risultato: l’unico che ha risposto è stato Avvenire, e così ieri il mio testo è apparso sul quotidiano della CEI.

Vorrei fare due considerazioni. La prima è che a fianco del mio intervento ne è stato pubblicato uno a favore della riforma “così com’è” scritto da un eurodeputato di Forza Italia. Questo è giustissimo. Noi non volevamo l’appoggio di nessuno; il nostro scopo era fare conoscere le nostre posizioni. Avvenire ha pertanto scelto di avere un’altra campana, il che non era solo suo diritto ma anche suo dovere nei confronti dei suoi lettori. La seconda cosa è molto più triste, invece. Wikimedia Italia non sarà famosa quanto il Codacons, ma dopo tutti questi anni non si può nemmeno dire che sia del tutto sconosciuta. Possibile che le segreterie di direzione – crederete mica che la mail ufficiale dei direttori sia quella indicata in colophon? È ovvio che ci debba essere un filtro – non si degnino nemmeno di rispondere “crepa!”? Evidentemente sì. Pensateci su.

13 comments

  1. Io non voglio deluderti, ma se l’argomento fosse stato completamente diverso, che so, la disparità di genere, e tu fossi stato anziché il portavoce di Wikimedia Italia di una associazione nazionale LGBT il risultato sarebbe stato identico.

    In generale i giornali non come Avvenire (i generologici, non quelli dedicati ad un insieme definito) hanno chiaro cosa vogliono scrivere, ed i pezzi non invitati finiscono diretti del cestino a meno che non ci siano contatti amicali o professionali precedenti, e sempre e comunque preceduti da una telefonatina, altrimenti sempre nel cestino finiscono. Sappilo.

  2. Io sono diventato cinico e stronzo col tempo, su questo tema. Il giornalismo fatto così deve chiudere, fallire, non essere finanziato nemmeno con un centesimo di euro. Non è di utilità a nessuno, nemmeno per fare soldi facili con posizioni retrograde, perché non sanno fare nemmeno quello. Non mi faccio nessuno scrupolo di usare adblocker ovunque. Chi vuole essere pagato lo dica e, se lo riterrò opportuno, pagherò. (Ciao ilPost!)

    • > Chi vuole essere pagato lo dica e, se lo riterrò opportuno, pagherò. (Ciao ilPost!)

      Sono anni che chiedo a quelli del Post di potermi abbonare. Fanno melina, dicono che la pubblicità basta.

      Mi sa che i poveri legali del Post si stanno grattando la test. La direttiva parla proprio di loro: gente che cita e poi linka. Ovvero il 90% degli articoli del Post. Vediamo come andrà a finire.

      • No, il Post dovrebbe essere tranquillo, perché non cita nemmeno i titoli degli articoli. (i link sono fuori dalla direttiva, ci mancherebbe altro) il problema c’è sugli articoli che riportano l’incipit di un articolo e poi mettono il link all’originale, ma si fa in fretta a parafrasare l’inizio e sfuggire alla direttiva.

        • Certo, ma parafrasare automaticamente, come dovrebbe fare un aggregatore dei feroci OTT, è tecnicamente impossibile!
          Per fare certe cose ci vuole un cretino natuale e non un intelligente artificiale!

          • mai porre limiti alla cretinaggine!
            (più seriamente, il Post non aggrega ma sceglie qualche notizia, quindi possono trovare un cretin… un redattore che scriva du’ righe.)

        • Sì il Post non ha molto da temere sulla direttiva, ma sul mercato in generale. Sulla parte dei commenti certo i costi aumentano perché (per altre direttive) vano tolti certi tipi di contenuti postati dagli utenti in breve tempo, quindi i costi salgono mediamente. Forse sarà la volta buona che si limitano i commenti.

          • i commenti al Post sono già moderati (anche quelli del mio blog, che avevo chiesto di lasciare liberi 🙁 )

        • > il problema c’è sugli articoli che riportano l’incipit di un articolo e poi mettono il link all’originale, ma si fa in fretta a parafrasare l’inizio e sfuggire alla direttiva.

          E no! Sta lì il bello del Post. Che ti tira fuori quelle gemme (sotto forma di citazione) che poi ti fanno venire voglia di leggere tutto l’articolo linkato. La citazione è il centro di quel tipo di articoli.

          Due esempi:

          * https://www.ilpost.it/2018/06/13/icone-design-saggio-chiara-alessi/ (ho poi comprato il libro)
          * https://www.ilpost.it/2018/06/28/su-milano-e-roma/ (mi hanno fatto leggere il Foglio, e sono stato contento di farlo)

          • ma non è un “aggregatore”, visto che c’è un solo link, e quindi si torna alla convenzione di Berna sulle citazioni. Continuano a non esserci problemi.

  3. @.mau
    Intendevo la moderazione a posteriori cioè rimuovere un post dopo averlo pubblicato su richiesta di terzi e/o perché utlizzato da sotgenti esterne in modo “improprio”.

    Certo che anche il tuo blog è moderato sono loro i responsabili legali, mica tu. Quindi tutti sono moderati allo stesso modo

    • riformulo. Quando il Post ha cominciato la moderazione a priori ha chiesto ai blogger chi voleva restare con la moderazione a posteriori, e io avevo mantenuto quest’ultima. Poi hanno deciso di fare tutto a priori.