Il PresConsMin ci ha tenuto a informare, con la sua voce monocorde, che «il posto fisso è una monotonia».
Vediamo: io ho il posto fisso da un quarto di secolo abbondante (e Telecom non mi ha neppure invitato al Seniores Day, una vergogna). Dal 1986 al 1991 ho fatto riconoscimento del parlato. Dal 1991 al 1994 software engineering (uno dei periodi peggiori della mia vita). Dal 1994 al 2001 mi sono messo a fare internet in tutte le salse. Dal 2001 al 2008 sono passato a supporto di backoffice per i sistemi SMSC, e adesso cerco di convincere i miei colleghi a scrivere una qualsivoglia documentazione dei prodotti del nostro gruppo e rendere il tutto quasi decente. Non mi sembra poi tutta quella monotonia…
Ultimo aggiornamento: 2012-02-02 16:34
ecco, lo dica, lo dicano anche gli altri (lavori usuranti esclusi, ché il problema non è la monotonia ma l’usura)
In questo periodo benedetta sia la monotonia, se l’alternativa è la disperazione.
Le parole di Monti, seppur provocatorie, sono vergognose nei confronti dei tanti, troppi, giovani disoccupati!!! vi invito a leggere il post sul mio blog…
http://domenicodigiacomo.wordpress.com/2012/02/02/ambire-alla-monotonia-del-posto-fisso/
Volevo commentare più approfonditamente, poi ho visto che è categorizzato sotto “pipponi” e ho lasciato perdere :-P
A quasi 250 anni dalla battuta su pane e brioches i reali non hanno ancora capito come vive il popolo minuto. Questa è monotonia!
La monotonia non dipende dal lavoro ma da chi lo svolge. Se ha una mente aperta niente e’ monotono. Il problema del posto fisso e’ che disincentiva la competitivita.
Riguardo al problema dei giovani disoccupati, sono del parere che se qualcuno vuole lavorare un impiego lo trova.
La competitività è molto più disincentivata dagli ideologi che – mentre straparlano di “libertà di licenziamento” non si rendono conto che se non innovano i loro prodotti ed accettano uno stile di vita simile a quello dei loro dipendenti (oh yeah! sono “imprenditori” e di solito sono laureati in “Aziendale” you-know-where) poi non ci sarà trippa per nessuno.
Ntuniott
@bedrosian.baol: e tu stai a leggere le categorie dei miei post?
Eppure secondo me lavorare sempre nella stessa azienda limita le prospettive e la crescita professionale (in media, eh), al netto delle mansioni svolte. Per esempio lavorare, anche sulle stesse cose, ma in un’azienda molto più piccola è tutta un’altra storia.
marcoxa: quindi io come imprenditore dovrei continuamente rischiare di finire in mezzo ad una strada e lavorare tutti i giorni fino a mezzanotte se va bene, ma avere lo stesso stile di vita di uno che invece stacca alle 18 ed è stratutelato? E perchè? E, per inciso, non ho nessuna laurea in economia.
Mi permetto di aggiungere che qui il problema non è la monotonia: soprattutto oggi, col (penoso) mercato del lavoro che c’è, che offre solo disperazione e nessuna speranza di crescita professionale ai giovani (un callcenter di telco o per la vendita dell’olio cosa vuoi che possa offrire?), la tanto acclamata flessibilità lo sta mettendo in quel posto sia ai giovani che alla nazione.
No posto fisso = precariato = nessuna possibilità di poter contare su un futuro = diminuiscono le spese (perchè gli introiti, quando ci sono, non sono certi) = l’economia si ferma… ovvero esattamente quello che sta accadendo oggi ed è sotto gli occhi di tutti.
Lo dicevo già 10 anni fa, e non solo io: (cit.) “(…) Roach appare soddisfatto e anche molto fiero del suo lavoro, e a me (P. Barnard, di Report, NdR) viene una domanda quasi d’obbligo: “Il lato oscuro di Elance potrebbe essere che mettendo in competizione i lavoratori di tutto il mondo si finisce per obbligarli a una gigantesca gara al ribasso del prezzo del loro lavoro. E chi ci guadagna e’ sempre il committente.” Il giovane manager annuisce sorridendo e poi replica: “Lei ha fatto una domanda importante. La corsa al ribasso e’ gia’ un fenomeno della globalizzazione dei mercati tradizionali, quelli della vecchia economia, dove le industrie si spostano nel Terzo Mondo alla ricerca di mano d’opera a bassi costi. Noi invece abbiamo osservato che nella New Economy, e in particolare in Elance, vincono spesso i progetti migliori, e non quelli piu’ economici.”“.
Bene, ora sappiamo anche dove ci porta la gara al ribasso: l’India e la Cina vincono, pagando un pezzo di pane ai loro lavoratori, noi perdiamo.
Peraltro il posto fisso non è un obbligo, per chi ce l’ha: ogni lavoratore ha il diritto di cambiar azienda, dietro ovvio preavviso (io lo feci), e non mi pare ci siano leggi che proibiscano questa ignobile pratica.
Ma un conto è “poter uscire dalla porta”, ben altro è essere buttati fuori: questo genera la disperazione nella gente, che si ritrova letteralmente in mezzo ad una strada e, spesso, con nulla in tasca.
Essere competitivi va bene quando lo vuoi fare, non quando sei obbligato a farlo: un imprenditore vuol esser competitivo (e lo deve fare), ma è una scelta sua, nessuno l’ha obbligato ad aprire l’azienda.
Un operaio non vuole essere competitivo, vuole solo fare il suo onesto lavoro, magari anche uguale tutti i giorni, e portare a casa un onesto stipendio… oggi invece qualcuno s’è sognato che gli piaccia anche esser competitivo (peraltro prendendo gli stessi soldi di prima o anche meno: ricordo che un imprenditore guadagna parecchio più di me, e questo giustifica lo sforzo della competitività, che io ad esempio non faccio).
Vi invito ad una verifica: qui da noi le cose da quando hanno iniziato ad andare male? a mio modo di vedere, da quando è stata introdotta l’estrema flessibilità ed i nuovi contratti nel mercato del lavoro: prima c’era l’apprendistato, fonte anche questa di un piccolo sfruttamento (ma nemmeno troppo), e le cose funzionavano.
Alla fine, credo sia chiaro, è la gente normale, come me e come te, quella che fa marciare davvero l’economia, la gente che va al supermercato e compra i biscotti, non quella che va al salone e si compra gli yacht. Se poi io, normale lavoratore, mi ritrovo qualche euro in più in tasca penso a cambiar automobile, a fare quelle due o tre riparazioni non urgenti in casa (dando lavoro a qualche artigiano), a comprare qualcosina di meno ordinario… insomma, spendo, e l’economia marcia.
Se ho paura che domani non mi rinnovino il contrattino a tre mesi, i soldi me li tengo in tasca, col cavolo che li spendo.
Quindi anche i signori imprenditori, laureati o meno in economia, pensino al motivo per cui non vendono più metallo, plastica, software, non arrivano ordini o commesse: la gente ha paura (di non lavorare domani) ed i soldi, i pochi che ha, se li tiene. Non li spende, non fa ordini… tutto fermo, in pratica.