Le impronte digitali di Paolo Guzzanti

Il capocomico della famiglia Guzzanti, dopo essere stato eletto vicesegretario del Partito Liberale Italiano (sì, esiste ancora. Penserete mica che i partiti che possono fare i congressi in una cabina telefonica siano appannaggio della sola sinistra?) ieri ha tuonato contro il sistema che prevede che per votare in Parlamento occorra l’impronta digitale dell’onorevole, come avevo scritto a suo tempo.
A parte la facile battuta che comunque molti di loro le impronte le dovrebbero già aver lasciate da qualche parte (ma se è solo per questo, è capitato anche a me…) mi piacerebbe sapere quale sarebbe esattamente la dignità che si perde, o meglio se possiamo considerare i nostri pianisti parlamentari degni esponenti del nostro Paese. È vero che le Camere sono un semplice votificio (dallo scorso aprile c’è stata una legge di iniziativa parlamentare: il resto sono conversioni in legge di decreti e approvazioni di leggi di iniziativa governativa), ma sarebbe doveroso fare il proprio dovere di schiacciabottoni in maniera onesta. Arrabbiarsi contro l’uso interno delle impronte digitali è semplicemente populista, e forse proprio per quello la campagna di Guzzanti avrà successo.
(Ah, lo sapete che dopo lo scandalo Tavaroli adesso chi in Telecom deve trattare dati per conto dell’autorità giudiziaria è obbligato a connettersi con il riconoscimento biometrico? I miei colleghi dovrebbero chiedere a Guzzanti di fare fronte comune…)

Ultimo aggiornamento: 2009-03-03 07:00

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