Si può fare (film)

[locandina] Come sembra essere diventata una tradizione (se due anni di fila possono essere etichettati “tradizione”) la sera di Capodanno siamo andati a vedere Si può fare (qui il sito ufficiale, che non è però che aggiunga molto). La trama: nei primi anni ’80 Nello (Claudio Bisio), sindacalista troppo avanti per il sindacato, è mandato a fare il direttore di una cooperativa di malati di mente uscita dai manicomi grazie alla legge Basaglia. Contro il parere dello psichiatra che li controlla, fa sì che si passi da una condizione di assistenzialismo puro a una di lavoro vero e proprio, con tutti i vantaggi e i guai del caso.
Il film è basato su storie vere (notate il plurale), si dice nei titoli di coda. Però a me ha lasciato una sensazione di troppo buonismo. Anche se è vero che c’è una parte tragica, la storia sembra comunque troppo semplicistica: a mio parere il giusto messaggio dietro il film (che si può sintetizzare nella frase della locandina: “da vicino nessuno è normale”) e il diritto di ogni persona a vivere la vita secondo la propria pienezza vengono annacquati dalla relativa semplicità con cui tutto sembra funzionare alla cooperativa. È come se praticamente tutti i malati psichici possono fare qualcosa di adatto a loro, e si può intuire immediatamente qual è il giusto posto per chiunque. Diciamo che perlomeno può fare pensare gli spettatori, e sicuramente è divertente: per le scene surreali che si hanno, non si ride dietro ai matti.

Ultimo aggiornamento: 2009-01-01 18:11

3 pensieri su “Si può fare (film)

  1. Fang

    Io già solo dai trailer ero partito: “Sarà il solito film con la moralina che basta crederci e si può svuotare il mare… Sì, certo, come no…”
    Comunque, se lo si prende solo come un film, dà in effetti un buon mix di emozioni e risulta piacevole, anche per un cinico. :)

  2. ruggero signoretti

    Io lavoro in una cooperativa sociale.
    Domani vado a vedere il film e vi dico.

  3. ruggero signoretti

    Bene. Visto il film posso finalmente commentare, da cooperatore sociale, che e’ un gran bel film.
    Vado ad enunciarne i motivi:
    1) nel ’95 sono entrato nella prima volta nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pieta’ (nei cui padiglioni e’ stato girato parte del film). Molti padiglioni erano ancora attivi e accoglievano degenti che, spesso, avevano il solo problema di essere finiti nel posto sbagliato nel momento storico sbagliato, per finire a passare i successivi 20-30 anni chiusi in 4 mura, costantemente sedati. Alcuni semplicemente ci erano nati in manicomio e ci erano rimasti, covando la rinomata e famigerata sindrome da istituzionalizzazione.
    2) la trama e’ semplificata ma e’ vero che il grosso faticoso lavoro di chi fa inserimento lavorativo e’ nel trovare la giusta collocazione ad ognuno, facendo diventare vantaggio cio’ che nasce come svantaggio
    3) le molte cooperative sociali nate a ridosso dell’emanazione della 180 hanno trovato energie propulsive in gente proveniente dall’impegno politico o cattolico, che spesso si sono inventati specialisti e spesso si sono dovuti scontrare con neuropsichiatri assolutamente gretti i attenti a conservare il loro feudo di malatini.
    4)cooperative ed esperienze cosi’ esistono e resistono ancora oggi. Da Aosta a Brindisi, dal Roma a Bonorva, ci sono centinaia di cooperative di inserimento lavorativo, molte delle quali inseriscono pazienti ed ex pazienti psichiatrici, producendo splendidi lavori. (http://www.coopmagazzino.it/)
    Per concludere, trovo che questo film possa fare un gran bene alla cooperazione sociale in un momento in cui e’ attaccata dal mercato, dal sindacato e dalla politica, non sempre per motivi legittimi. Io alla fine del film, durante le dediche, ho pianto perche’ non e’ certo lo stipendio, assolutamente misero, che ci porta a lavorare (sfigati tra la sfiga) tutti i giorni. Finalmente un film, semplice, tragicomico, romanzato, che parla di noi.
    Mi dispiace Fang: basta crederci e si puo’ svuotare il mare. O almeno, si puo’ iniziare a provarci.

I commenti sono chiusi.