recensioni

_Dracula, Platone e Darwin_ (libro)

[copertina] Martin Gardner è generalmente conosciuto per la sua rubrica di giochi matematici che ha tenuto sullo Scientific American per un quarto di secolo; ma in realtà è stato un giornalista scientifico con un background di studi filosofici, e quindi le sue conoscenze sono molto più estese. In questo agile libretto (Martin Gardner, Dracula, Platone e Darwin, Zanichelli “Chiavi di lettura – 15” 2010, pag. 247, € 10.20, ISBN 978-88-08-06141-6, trad. Federico Tibone), oltre a un saggio introduttivo datato 1992 di Douglas Hofstadter (tradotto da Francesco Bianchini e Paola Turina) che racconta come lui vedeva Gardner, ci sono vari pezzi mai tradotti in italiano. La prima parte riporta alcuni dei racconti-problemi che Gardner scrisse per la Isaac Asimov’s Science Fiction Magazine, e sono probabilmente più vicini alla nostra idea del grande divulgatore; la seconda parte è invece più saggistica e vi si possono trovare alcune recensioni, dove lui non manca comunque di rendere noto il suo pensiero. Questa seconda parte termina con due lunghi capitoli, intitolati «Perché non credo nel paranormale», che risulterà abbastanza prevedibile per i suoi fan, e «Perché non sono ateo», che invece potrebbe sconcertarne parecchi; Gardner era infatti un teista, anche se lontano dalle religioni organizzate. Federico Tibone, che è anche curatore di questa bella collana Zanichelli, ha fatto un ottimo lavoro di traduzione, anche se in questi ultimi due saggi mi è sembrato un po’ meno brillante. Libro sicuramente da comprare, comunque.

politica

pecorelle all’ovile

A quanto si vede, parecchi parlamentari stanno tornando da Futuro e Libertà alle più tranquille acque del PdL; l’ultimo a quando scrivo sembra essere Roberto Rosso (ben noto ai piemontesi, che si saranno probabilmente chiesti come mai avesse abbandonato il suo amico Silvio), e persino il comico Guzzanti (Paolo) è transitato nei sedicenti Responsabili. Fini tuona dicendo che sono tutti stati (ri)comprati da Berlusconi con montagne di soldi; io però credo che i soldi ci siano stati sì, ma non siano stati la spinta fondamentale.
Molti dei bitransfughi stavano cercando infatti un sia pur minimo predellino di potere; una volta visto che non c’era trippa per gatti, tanto valeva tornare all’ovile. Tenete anche conto che se si andrà davvero a votare in primavera queste elezioni le vince ancora Berlusconi. Se si va con i tre poli non c’è partita; una santa ammucchiat alleanza elettorale, ammesso che i vari partiti si mettessero d’accordo, rischierebbe solo di aumentare l’astensionismo e comunque lasciare un Parlamento ancora più ingovernabile di quello che c’è adesso. Perché quindi rischiare? Più facile aspettare un annetto, vedere cosa succede e al limite fare una nuova scelta di campo dopo l’esito di qualche processo.
(Naturalmente una Grosse Koalition all’interno di questa legislatura, che si limiti a rifare la legge elettorale e se proprio vogliono finire le leggi delega per il federalismo, avrebbe tutto un altro senso: ma è chiaro che a nessun partito che abbia almeno il 5% dei voti conviene togliere una bellissima legge che permette alla sua nomenklatura di scegliere chi eleggere, no? Quindi la Grosse Koalition non ci sarà, e di nuovo tanto vale tornare nell’alveo pidiellino, sapendo che verrà ammazzato il vitello grasso per festeggiare)

italica_stampa

Un *pò di cultura

[po' si scrive con l'apostrofo!] Qualcuno mi ha segnalato la lettera che il direttore generale della Rai Mauro Masi ha scritto ad Aldo Grasso e che è stata pubblicata sul Corsera.
Nel testo della lettera, Masi scrive tra l’altro

La seconda è che le mie letture giovanili (cito solo per esempio e per pura passione personale il Conrad di «Lord Jim», il Mishima di «Confessioni di una maschera» e un pò tutto Dostoevskij) […]

il che significa che almeno uno tra Masi, Grasso e l’ignoto compositore del Corsera è convinto che po’ si scriva con l’accento e non con l’apostrofo. Purtroppo non ci è dato sapere chi dei tre :-)

io

calcare

Con i punti dell’Esselunga abbiamo preso un umidificatore per la camera dei giovini, sperando che riescano a respirare meglio la notte. L’umidificatore ha un funzionamento abbastanza semplice: si mette l’acqua e lo si fa partire, quando di acqua non ce n’è più la lucetta verde diventa rossa.
L’altra settimana lo attacco, e la luce è rossa e non verde. Orpo, mi dico, che è successo? Smonto l’umidificatore e mi trovo la parte riscaldante – che non è una serpentina ma una specie di zucchetto – completamente ricoperta di calcare. Fortunatamente staccarlo tutto è stato lungo ma non difficile; mi chiedo solo se l’acqua di Milano, che dovrebbe essere mediamente dura (25 °f), si sia improvvisamente calcarizzata…

recensioni

_Oltre la Bibbia_ (libro)

[copertina] La tesi che Mario Liverani offre in questa sua opera (Mario Liverani, Oltre la Bibbia, Laterza – I Robinson, 2009 [2003], pag. 510, € 22, ISBN 978-8842091523) si può riassumere in poche parole: tutta la storia di Israele raccontata nella Bibbia, non solo la parte che riguarda i patriarchi ma anche quella da David e Salomone in poi, è una balla creata ad hoc vari secoli dopo. Per la precisione, il Pentateuco – generalmente datato intorno al 1000 a.C., viene riportato intorno al 500, dopo il ritorno dall’esilio in Babilonia; anche i libri più vecchi, alcuni dei profeti, risalgono al massimo al VII secolo. Per sostenere la sua tesi, l’opera è divisa in due parti. Nella prima viene fatta una storia archeologica di Palestina e dintorni a partire dall’età del Bronzo, senza usare nessun riferimento biblico: il tutto è necessario per avere un insieme di prove da usare nel seguito, ma garantisco che la lettura è molto pesante. Nella seconda parte, indubbiamente molto più leggibile, Liverani rilegge la storia biblica sotto quelle ipotesi, affermando che i due regni di Giuda e Israele – che non sono mai stati uniti, checché si dica – non avevano nulla di realmente diverso da tutti gli altri regni della zona; il passaggio dal culto del “Dio della propria nazione” Yahvé, l’unica cosa che i due regni avevano in comune, all'”unico Dio” fu un’invenzione creata ai tempi dell’esilio dalla casta sacerdotale per aumentare il proprio potere rispetto alla casta della stirpe di David. Il libro dà molti spunti interessanti, anche se non tutti condivisibili almeno dal sottoscritto; la bibliografia è sterminata ma solamente tecnica, e spesso occorre uno sforzo per associare i nomi di persone e luoghi scritti nella forma semitica alla versione biblica che conosciamo (secondo voi chi è Malki-Sedeq?), oltre a un pregiudizio antibiblico non solo nel testo ma anche nella presentazione (tutti gli storici sanno che il libro di Isaia è stato scritto da tre autori distinti, ma perché definirlo 1Is, 2Is e 3Is?). D’altra parte però gli indici analitici su nomi, luoghi e passi biblici, oltre alle molte cartine storiche, aiutano parecchio a farsi un’idea se uno ha già una conoscenza un po’ più che abborracciata sull’Antico Testamento.

recensioni

SushiShop (catering)

Con due unenni per casa non è che ci si possa muovere più di tanto, così ieri abbiamo pensato di farci portare a casa una cena giapponese da SushiShop, una catena francese (e lo si vee, perché la localizzazione non è che sia così perfetta) che ha un singolo punto vendita italiano a Milano in via Turati.
La confezione è ben fatta, e anche la presentazione del cibo non è male (abbiamo preso un chirashi, un sashimi, dei maki, dei salmon rolls e un po’ di riso, e anche il prezzo è onesto. Ciò detto, il nostro ordine, fatto a mezzogiorno per le 19.30, è arrivato alle 20 (notate che la granularità dell’ordine è di 15 minuti, quindi eravamo comunque fuori di almeno un quarto d’ora) nonostante alle 18.50 fosse già partito. Inoltre stamattina sia Anna che io abbiamo un po’ di mal di stomaco; è vero che stanotte stavamo bene quando i giovini si sono svegliati ed è vero che la mia notte non è stata il massimo sempre causa giovini, ma sentire che anche Anna non era al massimo mi fa pensare che ci vorrà un bel po’ prima di riprovarci :-)

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io, milano

una gita al Museo del Novecento

Mercoledì scorso ho deciso di sfruttare la mia pausa pranzo (un po’ allungata) per andare all’Arengario di Milano per visitare il Museo del Novecento, insieme a due simpatici cYaltroni (lui e lui) e una gentile e leggiadra fanciulla di cui non fo il nome per tutelare la sua privasi.
Come scrisse a suo tempo vb, il museo dovrebbe chiamarsi DELLA PITTURA MILANESE del Novecento; ecco, forse più italiana che milanese anche se l’assessore alla Cultura del comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory ha già lanciato una colletta sottoscrizione per aggiungere nuove opere, sempre milanesi e sempre di pittura. E aggiungerei che si parla DELLA PRIMA METÀ del Novecento…
Ma che dire del museo in sé? Beh, innanzitutto che l’apertura gratuita (fino a fine mese) l’ha riempito all’inverosimile, con una quantità di scolaresche incredibile – e io mi chiedo ancora che cosa gliene fregasse del museo a quei fanciulli – oltre a un bel po’ di gente che pareva essere lì per caso. Un attimo: anch’io parevo lì per caso, soprattutto visti certi miei commenti ad alcune opere (non so, mi era sembrato di aver già visto da qualche parte Forme uniche nella continuita dello spazio, e su un quadro di cui non mi ricordo neppure l’autore sono sbottato in “ma questo è uno stereogramma!”). Detto questo, l’Arengario è stato restaurato molto bene, ma le scelte architetturali architettoniche per mettere in mostra Il Quarto Stato – non mi direte che la scala elicoidale centrale servisse ad altro, o fosse una citazione della rampa del Lingotto, vero? – hanno sacrificato lo spazio per le opere. A proposito: per riempire le prime tre sale hanno saccheggiato la Galleria d’Arte Moderna milanese: anch’essa a ingresso gratuito, ma che nessuno si filava nemmeno di pezza. I pannelli esplicativi all’inizio di ciascuna sala sono un po’ buffi e danno informazioni interessanti ma mi sa poco utili per chi non sa nulla dell’arte del Novecento in Italia; ammetto di non aver provato il bluetooth per vedere se mi arrivavano contenuti più interessanti. Giudizio finale: boh.

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