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Fondi pensione integrativi: si cambia ancora?

Alla fine del millennio scorso, in una delle tante riforme del sistema pensionistico, il governo decise che visto il futuro ridimensionamento delle pensioni i lavoratori sarebbero stati fortemente invitati a mettere i soldi del proprio TFR in un fondo pensionistico; per indorare la pillola vennero creati i fondi di settore, gestiti politicamente fifty-fifty dai sindacati e dalle associazioni delle aziende, e si stabilì che se il lavoratore avesse messo dei soldi del suo stipendio nel fondo anche l’azienda avrebbe dovuto contribuire. Io per esempio ho ancora il TFR, però ne metto una piccola parte nel mio fondo di settore, assieme all’1% del mio lordo, e la mia azienda mi mette un 1,4% (aumentato da poco) ulteriore. In teoria uno può anche aderire a un fondo cosiddetto “aperto”, cioè non legato agli accordi azienda-sindacato; ma in quel caso l’azienda non era tenuta a versare il contributo aggiuntivo.

Con la manovra di bilancio 2026 le cose sono cambiate. Dal primo luglio 2026 il conferimento del TFR nei fondi è ora il default (bisogna dire che non si vuole farlo entro 60 giorni dall’assunzione), ma soprattutto se uno ha aderito a un fondo di settore può passare al settore privato e il datore di lavoro deve continuare a versare i contributi. Un bel regalo a banche e assicurazioni. (sì, lo so che almeno in teoria i loro consulenti finanziari sono più bravi di quelli assunti dai fondi di settore; ma sicuramente i costi di questi ultimi sono molto minori, e inoltre non devono fare utili ma essere sostanzialmente in pareggio).

Bene: ho scoperto che il 26 maggio scorso sindacati e organizzazioni datoriali hanno chiesto al governo di togliere questo obbligo di contribuzione datoriale anche ai fondi aperti, e ci si aspetta una risposta entro fine ottobre. Non ho idea di quello che succederà, ci sono tante altre variabili come il famoso contributo “volontario” di solidarietà per tutti gli utili che stanno facendo le banche, che potrebbe essere merce di scambio con il mantenimento del passaggio… però è raro vedere aziende e sindacati per una volta d’accordo.

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Fatta la direttiva, trovato l’inganno

Con il D.Lgs. 7 maggio 2026, n. 96 l’Italia ha recepito la Direttiva 2023/970 UE sulla trasparenza retributiva. No, non vuol dire che puoi sapere lo stipendio del tuo vicino di scrivania, ma puoi sapere come sono gli stipendi medi e soprattutto verificare che non ci siano distorsioni di genere negli stipendi erogati da un’azienda. Però c’è qualcosa che non va.

La direttiva e la legge italiana definiscono la retribuzione come «il salario o lo stipendio normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente, in contanti o in natura, dal datore di lavoro al lavoratore (componenti complementari o variabili) a motivo dell’impiego di quest’ultimo». Ma quando si passa al livello retributivo, che è quello di cui si possono chiedere informazioni ancorché aggregate, c’è una differenza: nella direttiva si parla di «la retribuzione lorda annua e la corrispondente retribuzione oraria lorda» mentre in Italia si è scritto «la retribuzione lorda annua e la
corrispondente retribuzione oraria lorda, da intendersi come la totalità degli elementi retributivi continuativi e fissi, ad esclusione dei trattamenti economici individuali non strutturali quali componenti retributive riconosciute su base personale, discrezionale o temporanea non generalizzate all’interno della medesima categoria di lavoratori e fondate su criteri oggettivi individuali». (grassetto mio)

Comprendo che gli incentivi sui risultati (cioè le componenti discrezionali temporanee) possano essere difficili da valutare e quindi possano essere tralasciati quando si fanno i conti. Ma non considerare i superminimi individuali rende assolutamente inutile chiedere informazioni sugli stipendi medi: basta prendere il contratto collettivo di lavoro e quello di secondo livello. È insomma probabile che l’UE aprirà una procedura di infrazione contro l’Italia… ma intanto passeranno un po’ di anni.

Ultimo aggiornamento: 2026-07-08 11:20

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Crimea, Russia e Ucraina

Io ho vissuto per anni nella convinzione che la Crimea fosse stata spostata dalla repubblica russa a quella ucraina con Breznev, che era ucraino; diciamo qualcosa di simile a quello che Tito (croato) fece a danno della Serbia. Mi sbagliavo di grosso: la cessione è precedente ed era stata fatta da Kruscëv. Ma soprattutto ho scoperto che la storia è molto più complicata di quanto pensassi.

Tutto è partito da questo tweet di Marco Setaccioli. Ok, chiamarlo tweet è riduttivo, con la spunta blu puoi scrivere quanto vuoi e lui ha buttato giù l’equivalente di tre o quattro miei post. Ad ogni modo Setaccioli fa tutta la storia postbellica della Crimea e di cosa è successo, affermando che la Crimea era stata spostata sotto l’Ucraina perché dipendente dall’acqua del Dnipro che veniva portta . Solo che io sono sempre scettico, e visto che lui si dichiara esplicitamente attivista pro-Ucraina ho voluto vedere se era tutto fontato. La risposta è fondamentalmente affermativa.
Tutto parte dal trasferimento forzato dei tatari via dalla Crimea, voluto da Stalin con l’accusa di essere stati filonazisti. Pare che in realtà i tatari arruolati nell’Armata rossa fossero più del doppio di quelli nella Wermacht, e che la ragione principale fosse la volontà di rimuovere le minoranze turcofone dai confini dell’URSS. Il risultato fu la russificazione della Crimea (e questo è un fatto indubbio) ma anche una crisi agricola, perché i tatari erano in grado di coltivare la terra con la poca acqua nativa della penisola, mentre i russi non ci riuscivano. Si pensò allora di costruire il Canale Nord-Crimeano che portasse l’acqua dal Dnipro, ma i governi delle repubbliche russa e ucraina non si mettevano d’accordo; a questo punto Kruscëv, con la scusa dei trecento anni del Trattato di Perejaslav, spostò d’imperio la penisola e sbloccò il tutto. Gli storici ritengono che la ragione principale è stata economica, anche se dal punto di vista di Kruscëv l’assegnazione era puramente formale perché tanto l’URSS sarebbe durata per sempre, e comunque la cosa lo favoriva nella lotta interna di potere contro Malenkov e rafforzava la presa russa sull’Ucraina.

Ovviamente sia le occupazioni del 2014 che quelle del 2022 servivano pertanto per avere un corridoio di sicurezza verso la Crimea anche dal punto di vista logistico e non solo di comunicazione. Resta da chiedersi è perché mai i russi per bloccare la controffensiva ucraina del 2023 abbiano fatto crollare la diga di Kakhovka, tagliandosi i rifornimenti idrici…

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Permalosità

Leggo che Trump ha fatto mettere ai suoi amichetti una barca di soldi alle primarie repubblicane dello stato dell’Indiana per far passare i candidati amici suoi, o più correttamente per fare fuori gli incumbent che hanno osato votare contro il gerrymandering dei distretti. Avere chi ti fa dei favori è sempre utile: mi chiedo solo cosa succederà alle elezioni.

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Nicole Minetti e irritualità

testata del Fatto Quotidiano Premessa: chi ha tirato fuori il titolo qui a sinistra è una merdaccia. Ma non è di questo che volevo parlare, bensì della richiesta del Quirinale «di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa».
Premessa: non credo che Mattarella (e il suo staff) firmino le richieste di grazia presentate dal Guardasigilli senza vedere cosa c’è scritto. Il polverone che c’è stato in questi giorni deve però essere stato tale da portare a questa richiesta assolutamente irrituale. I casi sono due: la documentazione aggiuntiva richiesta confermerà i motivi per cui Nordio e il procuratore generale di Milano Francesca Nanni hanno pensato di poter graziare Nicole Minetti, e allora il Fatto Quotidiano sarà vieppiù sputtanato – e in effetti questa è l’ipotesi più caritatevole – oppure a essere sputtanato sarà soprattutto Nordio. La grazia non può venire revocata, ma come fa un ministro della Repubblica a restare in sella dopo che si è dimostrato che ha detto il falso?

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Donnyland

Il fatto che il pezzetto di Donbass che non è stato (ancora) conquistato dai russi potrebbe essere rinominato Donnyland parrebbe uno scherzo, se la notizia non fosse apparsa anche sul NYTimes. Una mossa che non sarebbe mai venuta in mente nel ventesimo secolo (in passato ovviamente sì). È noto a tutti che l’unico modo per sperare di ingraziarsi Trump è solleticarlo sulla sua vanità, e cosa c’è di meglio di dargli il nome a un territorio? Sì, siamo arrivati a un livello che ricorda gli imperatori dell’antichità, e nessuno pare preoccuparsi più di tanto della cosa.

Peccato che non credo che la cosa potrebbe funzionare, per una serie di ragioni. Innanzitutto il nome, che immagino scelto perché ricorda il Donbass, non è abbastanza chiaro: Trumpstan (o Trumpazemlja) darebbe qualche vantaggio in più. Ma quello che è peggio, almeno per gli ucraini, è che in pratica danno per perso tutto il Donbass: non solo quello occupato dai russi tra il 2014 e il 2022 ma anche la piccola fascia rimasta sotto il controllo di Kiev (sono anzyano, continuo a usare il nome traslitterato dal russo), tanto che possono pensare di cambiarle il nome. E a questo punto perché Donaldo dovrebbe apprezzare un’intestazione che è una polpetta avvelenata? Occhei, magari non se ne accorge, ma non si può mai essere certi.

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Hybris e dura realtà

Le dimissioni a catena di questi ultimi giorni nel centrodestra sarebbero dovute avvenire molto più sparpagliate negli anni. Perché non è stato così? Perché Meloni riusciva a nascondere le solite crepe dietro di sé e la sua immagine pubblica. Peccato che ELLA si sia convinta di essere ormai invincibile e abbia imposto una riforma costituzionale blindata, cosa che evidentemente non è piaciuta all’elettorato. A questo punto tutto il castello è cascato, e i nodi sono venuti al pettine.
A parte queste rese dei conti interne (non solo a Fratelli d’Italia, anche Forza Italia è pesantemente coinvolta; la Lega qui era più defilata, ma la calendarizzazione immediata di una proposta di legge elettorale che la punirebbe è un brutto colpo) non penso che succederà molto. Non tanto perché non mi pare che l’accozzaglia il campo largo possa approfittarne, quanto perché secondo me il voto non è poi stato così tanto politico quanto qualcuno vuol far credere. Insomma, non penso a elezioni anticipate né a un piccolo cabotaggio, ma mi aspetto che ELLA sarà molto più cattiva (ahò!).

(Nota: mi è passato sull’ex Twitter un post dove una fan delle norme ora cassate se l’è presa con il 15% di persone – quorum ego – che «ha votato no contro Meloni e la maggioranza democraticamente eletta, e basta.». La domanda che sorge spontanea è “e allora perché secondo te è prevista la possibilità di votare, possibilità del resto richiesta inizialmente proprio da Meloni & friends?”. Ma non valeva la pena di scriverlo lì)

Ultimo aggiornamento: 2026-03-26 18:18

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E così questo referendum…

Vi dirò, ero convinto avrebbe vinto il SÌ, e invece ha prevalso il NO. Potreste pensare che io sia felice della cosa, visto il mio voto: e invece no.

Come scrivevo appunto martedì scorso, non capisco perché dover cercare il consenso popolare su una proposta che è ovviamente di parte (altrimenti avrebbe raggiunto la maggioranza qualificata) ed è su un tema molto tecnico, nonostante le semplificazioni (generalmente errate) che i due schieramenti hanno gettato nella lotta sul fang… ehm, volevo dire sui vari media e social. Abbiamo perso insomma un mese della nostra vita in rete, e l’avremmo perso anche se avesse vinto il sì. Né ci sarenno conseguenze sul governo, non ce la vedo ELLA a dimettersi: ma del resto anche Giuseppi ed Elly hanno poco da gioire, visto che quello che è successo è che il paese è come sempre spaccato in due.

Quasi scontato il fatto che i capoluoghi di provincia abbiano votato in massa per il no, e che quello è stato un voto contro il governo (e di nuovo non sul merito del referendum); mi stupisco invece che le regioni con una (anche forte) maggioranza di sì siano solo le (ex) leghiste Lombardia, Veneto e FVG, mentre il sud ha votato in massa no. Chissà come me lo spiegheranno i politologi, quelli veri.

P.S.: sull’ex Twitter è piano di gente che era per il sì e versa fiumi di bile. Non ho dubbi che se avesse vinto il sì sarebbe stato pieno di gente che avrebbe previsto piaghe inenarrabili prossime venture. Continuo a pensare che questo referendum non s’aveva da fare.

Ultimo aggiornamento: 2026-03-29 16:39

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