classi ponte
Non bastavano gli otto miliardi di euro di tagli alla scuola proposti dalla Maria Stella Gelmini (anche se a dire il vero il corteo per la manifestazione di ieri al Trotter è passato sotto il mio ufficio, e ci saranno sì e no state duecento persone, giusto per dare un ordine di grandezza). La Lega, già che ha visto l’opportunità, ha pensato bene di far votare una mozione per creare “classi ponte” dove mettere i bambini che non parlano italiano (leggasi gli stranieri). Persino da destra si sono levate voci contrarie: magari perché si corre il rischio di non riuscire ad approvare il decreto Gelmini prima che scada. Anche i blogh e i bloggher ne parlano, immagino con maggior cognizione di causa del sottoscritto che non ha figli e non sa come sia la classe di scuola di suo nipote a Torino. Però non evito comunque di sparare le mie idee.
Innanzitutto, già vent’anni fa per bocciare un bambino nella scuola elementare dove insegnava la mia mamma occorreva che fossero d’accordo il maestro, il direttore della scuola, lo psicologo e i genitori del bambino: giusto per capire che il problema non è dei bambini extracomunitari, che al tempo non c’erano almeno nella scuola vicino a casa mia. Possiamo discutere se sia meglio avere una classe con bambini dello stesso sviluppo fisico o una classe con bambini dello stesso sviluppo cognitivo, ma è appunto una discussione diversa.
La risposta più logica (beh, a dire il vero è anche quella dei legaioli) è “è meglio avere una classe con bambini dello stesso sviluppo fisico e dello stesso sviluppo cognitivo”. D’accordo, in linea di principio. Però in questo caso sarebbe più logico avere un percorso aggiuntivo, dove chi non sa l’italiano a sufficienza e quindi ha difficoltà a seguire le lezioni abbia corsi suppletivi di italiano al pomeriggio che lo aiutino a raggiungere il livello sufficiente. Altrimenti è ovvio che separando le classi otterrai bambini di serie A e bambini di serie B-C1-C2…
Oops. Dite che è appunto così?
