Fatta la direttiva, trovato l’inganno

Con il D.Lgs. 7 maggio 2026, n. 96 l’Italia ha recepito la Direttiva 2023/970 UE sulla trasparenza retributiva. No, non vuol dire che puoi sapere lo stipendio del tuo vicino di scrivania, ma puoi sapere come sono gli stipendi medi e soprattutto verificare che non ci siano distorsioni di genere negli stipendi erogati da un’azienda. Però c’è qualcosa che non va.

La direttiva e la legge italiana definiscono la retribuzione come «il salario o lo stipendio normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente, in contanti o in natura, dal datore di lavoro al lavoratore (componenti complementari o variabili) a motivo dell’impiego di quest’ultimo». Ma quando si passa al livello retributivo, che è quello di cui si possono chiedere informazioni ancorché aggregate, c’è una differenza: nella direttiva si parla di «la retribuzione lorda annua e la corrispondente retribuzione oraria lorda» mentre in Italia si è scritto «la retribuzione lorda annua e la
corrispondente retribuzione oraria lorda, da intendersi come la totalità degli elementi retributivi continuativi e fissi, ad esclusione dei trattamenti economici individuali non strutturali quali componenti retributive riconosciute su base personale, discrezionale o temporanea non generalizzate all’interno della medesima categoria di lavoratori e fondate su criteri oggettivi individuali». (grassetto mio)

Comprendo che gli incentivi sui risultati (cioè le componenti discrezionali temporanee) possano essere difficili da valutare e quindi possano essere tralasciati quando si fanno i conti. Ma non considerare i superminimi individuali rende assolutamente inutile chiedere informazioni sugli stipendi medi: basta prendere il contratto collettivo di lavoro e quello di secondo livello. È insomma probabile che l’UE aprirà una procedura di infrazione contro l’Italia… ma intanto passeranno un po’ di anni.

Ultimo aggiornamento: 2026-07-08 11:20

Ultimo aggiornamento:: 2026-07-08

3 commenti su “Fatta la direttiva, trovato l’inganno”

  1. Quando avevo letto la versione che abbiamo voluto applicare in Italia, non sono rimasta troppo sorpresa. Immaginavo potessero escogitare qualcosa contro la sostanza e scopo della direttiva. (Comunque è la stessa definizione cui in pratica si è appellata la mia azienda per pagarmi i contributi nel periodo di esodo, cosa per cui ci ho smenato e ci smenerò in termini di pensione).

    1. Sicura che nel tuo caso non sia semplicemente stato “l’assegno è pagato dal fondo di settore e quindi non entra nello stipendio”?

  2. No, no. (A parte che non ho capito.)È proprio una voce che avevo, io con altri colleghi, sulla quale non ci pagano i contributi nel periodo di permanenza nel fondo. (Il bello è che uno di noi, indeciso sulla scelta di aderire per vari motivi, aveva chiesto al referente del personale se quella voce fosse inclusa e questo, dopo aver approfondito al suo interno, aveva risposto di sì. Io anche avevo chiesto e me l’avevano confermato. Qualche mese dopo abbiamo scoperto che così non era. Abbiamo anche le registrazioni e altro, ma non ci siamo messi a fare causa. Amen)

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