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Tim Curry

Ok, di Dolly Parton non sapevo molto, ma di Tim Curry sì. Ovviamente la sua parte di Frank-N-Furter nel Rocky Horror Picture Show (che gli ha probabilmente rovinato la fama… tutti pensano sempre e solo a quello) ma anche per esempio la parte di Long John Silver in I Muppet nell’isola del tesoro, più tutta la sua carriera teatrale, come potete per esempio leggere sull’Independent. E soprattutto sapevo del suo ictus del 2012, che lo costrinse su una sedia a rotelle oltre a dargli enormi problemi di salute. Sono certo che saremo in tanti a piangere anche lui.

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Dolly Parton

Io sapevo che Dolly Parton era una famosissima cantante country. Sapevo anche che qualche anno fa aveva fatto un album “rock”, tra cui una versione di Let It Be con guest star Paul e Ringo. (Mi stupisco che non ci sia mai stato un duetto con Ringo, noto amante del country&western, tipo quello con Buck Owens). Fine.

Oggi vedo la parte americana della mia bolla Twitter piangerla in modo bipartisan, cosa assolutamente incredibile in questo momento storico (un sondaggio dava un suo apprezzamento netto del 65%, contro il 14% di Barack Obama, il 3% di Taylor Swift’s, il meno 19% di Donald Trump e il -18% di Joe Biden’s), e scopro che Dolly Parton è stata una filantropa: tra le altre cose la sua Imagination Library forniva ai bambini da 0 a 5 anni un libro al mese. E nonostante le sue affermazioni a favore dei matrimoni omosessuali e delle persone trans, si è sempre tenuta lontana dalla politica, rifiutando la Medal of Freedom sia da Trump che da Biden. Un suo commento: “Mi vedo più come una diplomatica, una di quelle persone che ti dicono di andare all’inferno in un modo da non farvi vedere l’ora di intraprendere il viaggio.” E ci sono tutte le altre belle cose che vengono a galla solo ora. Una persona davvero eccezionale.

Ultimo aggiornamento: 2026-08-26 12:04

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Albert Werbrouck

Albert Werbrouck, morto qualche giorno fa, lo conoscevo. Dopo la laurea in matematica, mentre già lavoravo in Cselt mi sono iscritto a informatica, visto che con sei esami mi sarei potuto prendere una seconda laurea. Uno degli esami che volevo seguire era quello con Werbrouck, che teneva sia il corso di TNA (Tecniche numeriche e analogiche) che quello di TIT (Teoria del’informazione e della trasmissione). Io preferivo fare il secondo, lui spingeva per il primo, e alla fine ci siamo accordati per un programma mezzo e mezzo. Già questo non era banale, ma c’è di più. Lavorando, non mi era banalissimo arrivare negli orari di ricevimento: mi ha così dato appuntamento  in pausa pranzo e una volta alle 8 e mezzo del mattino in dipartimento, mentre era in sala macchine a cercare di capire cosa non stava funzionando in un mainframe. L’esame si è tenuto alle 18 di un venerdì a fisica: comincio a parlare, a un certo punto ho citato un teorema sugli autovalori, di cui nel testo non c’era dimostrazione, lui mi ferma e mi fa “visto che lei ha fatto matematica, non è che si ricorda la dimostrazione di questo teorema?” Io rispondo di no, ma che ci potevo provare, e ci siamo messi lì in due a cercare una dimostrazione – alla fine avevamo qualcosa di solo quasi corretto, mi sa.

Werbrouck non era solo un bravo professore: non ho mai trovato nessuno disponibile come lui, e di professori ne ho conosciuti tanti.

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Francesco Guccini

Non posso dire di essere mai stato un fan di Guccini. Per dire, saprei cantare Dio è morto oppure Il vecchio e il bambino, ma non La locomotiva, e non parliamo dei brani dei decenni successivi, o dei suoi libri. Però ammiravo la sua cultura e il suo modo di porsi, con idee nette ma non urlate. Qualche giorno fa avevo sognato di ascoltare un servizio su un necrologio, ma avendo acceso la radio dopo l’inizio non ero riuscito subito a capire di chi si trattasse. Solo dopo un po’ mi ero accorto che parlavano di Guccini… Credo sia la prima volta che mi è successa una cosa del genere.

Ultimo aggiornamento: 2026-08-06 15:12

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Alex Zanardi

Io posso capire le battute di Zanardi su sé stesso, come quella “sono talmente emozionato che mi tremano le gambe” in una delle sue prime apparizioni dopo la loro amputazione: magari gli servivano per esorcizzare la perdita. Lo stesso vale per aver voluto tornare a gareggiare nell’automobilismo dopo l’incidente. Ma quello che mi ha sempre lasciato basito è la sua tigna che l’ha portato a diventare un campione di handbike, tanto da vincere due medaglie d’oro paralimpiche (a 50 anni!) Quello non è stato semplicemente un modo per non lasciarsi andare, ma una vera e propria sfida al mondo. E il destino gli è stato doppiamente crudele, con l’incidente del 2020 in allenamento che gli ha fatto passare gli ultimi anni in un modo che non augurerei a nessuno. Forse la morte è stata la fine delle sue sofferenze, ma è comunque un momento di tristezza pensando a quanto ha fatto e quanto avrebbe potuto fare.

Ultimo aggiornamento: 2026-05-02 16:43

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Pete Dello

Era il 1997. Fare una ricerca su Internet era persino più difficile di adesso: ora abbiamo l’enshittification e le allucinazioni prese per buone dai motori di ricerca, allora non c’era semplicemente materiale. Un giorno scoprii che la canzone Un angelo blu dell’Equipe ’84 era una cover (e fin qua nulla di strano) di un brano britannico, I Can’t Let Maggie Go, di una band di cui non avevo mai sentito parlare. Scrissi su Usenet un post con il testo che ero riuscito a capire della canzone (lo si trova ancora in rete), scrivendo nel titolo “Honeybus(?)”, e dopo qualche giorno ricevetti un’email dall’autore del brano, Pete Dello, che mi segnalò un errore (nel ritornello cantava “I see, I sigh”, non “I see, I say”), confermò che la band esisteva davvero, e che l’aveva lasciata subito dopo che quel brano era entrato in classifica, perché si sentiva troppo pressato e preferiva insegnare musica. (Leggo sull’obituary del Telegraph che passò a insegnare filosofia platonica).

Gli Honeybus ebbero vita breve e sfortunata: il singolo precedente, [Do I Figure] In Your Life, non entrò nemmeno in classifica. Oggettivamente non riesco a capire il motivo: il “pop barocco” suonato da loro era musicalmente molto interessante: come si può anche sentire nel brano She Sold Blackpool Rock, scritta dal compagno di band Ray Cane e di cui esiste anche una versione cantata in italiano. Ma la cosa più importante almeno per me è che Dello vide una citazione e pensò di scrivere a uno sconosciuto quale io ero un’email: non per lamentarsi che non conoscessi gli Honeybus ma per raccontarmi un po’ la loro storia. Non è facile trovare gente così, che non è interessata a restare sotto i riflettori, tanto che anche la sua morte è passata praticamente inosservata: è morto il 21 febbraio e l’ho scoperto per puro caso l’altro giorno.

(ho perso quella mail come tutte quelle fino al 2004 per colpa di un PC kaputt e di un CD-ROM illeggibile…)

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Scott Adams

Lo so, de mortuis nisi bonum: ma è difficile dire qualcosa di buono su Scott Adams, morto oggi per un timore tUmore alla prostata, come persona. Quello che negli anni ’90, leggendo la sua newsletter, pareva essere un modo per prendere in giro i lettori si è poi visto essere una vera immagine del suo razzismo. (Avevo smesso dopo qualche numero di leggere la newsletter: lui così si divertiva, io no).

Purtroppo però Dilbert era un modello troppo perfetto della realtà aziendale per poterlo eliminare del tutto. Non ero un lettore assiduo, ma se mi capitava di vedere una serie di strisce mi ritrovavo perfettamente in quelle situazioni. Non si leggeva Dilbert per ridere, anche se amaramente; lo si faceva perché Adams riusciva a vedere, e quindi a far vedere a noi, l’insanità delle dinamiche aziendali che altrimenti sarebbero rimaste sottotraccia anche quando toccavano direttamente noi. Alla fine è meglio riuscire a ricavare qualcosa di buono dal male che non ottenere nulla.

Ultimo aggiornamento: 2026-01-14 21:41

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Sandra Biondo

Se mi leggete spesso, saprete che io frequento un socialino di nicchia dove saremo in meno di cento a scrivere. Come potete immaginare, ci si conosce più o meno tutti, e con molti ci si è anche visti di persona. Potete immaginare come mi sono sentito quando domenica ho saputo che Sandra Biondo era improvvisamente morta.
Come scriveva lei stessa Sandra era bolognese, ma aveva vissuto a lungo in Brasile, come collaboratrice in una missione salesiana. Nella sua vita ha fatto la traduttrice dal portoghese e l’insegnante sempre di portoghese: il Brasile le era infatti sempre rimasto nel cuore, ed è tornata molto spesso, oltre che parlarne in un suo blog. Ma Sandra ha sempre voluto aiutare i ragazzi: alcuni anni fa è stata affidataria di un diciassettenne albanese, una di quelle cose che non fanno certo tutti. Ma quella di aiutare la gente in generale è stata sempre la sua caratteristica: negli ultimi anni aveva lavorato in un CAAF, e finalmente aveva avuto un contratto a tempo indeterminato che la aveva fatta sentire più tranquilla.
Quando raccontava delle persone che incontrava al CAAF si capiva bene la sua capacità di vedere le cose positive in chiunque incontrasse: una dote rarissima che fa sentire ancora di più la sua mancanza.

Ultimo aggiornamento: 2025-09-30 16:05

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