Occhei, gli inglesi sono indubbiamente gente strana, Lo sappiamo tutti. Però che un’antropologa albionica decida di fare ricerche sul campo per scoprire “le regole nascoste del comportamento inglese” (come da sottotitolo) sembra un po’ esagerato. Eppure è quanto Kate Fox ha fatto in questo libro (Kate Fox, Watching the English, – Hoder 2004, pag. 424, Lst. 7.99, ISBN 0-340-75212-2). Probabilmente è colpa di un’infanzia passata dietro il padre, anch’egli antropologo ma più mainstream, e della scarsa voglia di andarsene chissà dove a cercare le tribù più sperdute, ammesso che ne esistano alcune. Parte così una ricerca che cerca di spiegare i comportamenti degli inglesi a partire da un piccolo numero di caratteristiche, al centro delle quali si trova la “dis-ease”, un gioco di parole tra “malattia” e “incapacità di sentirsi a proprio agio”. La Fox è ovviamente inglese anche lei, e quindi non può esimersi dal riempire il libro con il British humour (con la u: mica è americano!) e la necessità di giocare con le parole, oltre che fare notare in tutti i campi da lei trattati l’onnipresente presenza del concetto di classe. Forse un po’ troppo lungo, ma certamente godibile, ad ogni modo. Il guaio è che a leggere il libro mi sono sentito molto, molto britannico. Non so se sia un bene o un male.
scioperare contro chi?
In questi giorni c’è l’ennesimo sciopero di 48 ore dei giornalisti, il cui contratto di lavoro è scaduto da più di un anno – insomma, battono noi poveri telecomunicazionisti. Il mio pippone non è contro lo sciopero, ma contro chi sciopera, e per la precisione contro i giornalisti di Radio Popolare. Loro fanno parte di una cooperativa, quindi scioperano in un certo senso contro sé stessi. A questo punto cos’è che ha più senso: la solidarietà con i colleghi o il bisogno di controbilanciare la “stampa di destra” che tanto comunque va nelle edicole? Non per niente il Manifesto ha deciso – a quanto ho capito – di solidarizzare ma non scioperare. Molto meglio a mio parere applicare magari un taglio più dimesso ai notiziari, oltre che naturalmente reiterare il testo del comunicato sindacale.
Firenze
Ah sì, non ho parlato dei due giorni fiorentini. Beh, a parte il piacere di rivedere Fabio, Giuliano e Barbara :-) posso aggiungere un paio di cose.
Trenitalia fa schifo come sempre – ah, mi devo ricordare di chiedere il bonus per l’andata. Al ritorno c’erano “solo” venti minuti di ritardo, ma venerdì siamo arrivati con quasi un’ora di ritardo, fermandoci tra l’altro per venti minuti a Pianoro per non meglio identificabile “guasto nel sistema di segnalazione” (unito a binario unico: a un certo punto, quando ci siamo finalmente mossi, abbiamo incrociato un altro Eurostar fermo mentre noi passavamo sul binario destro)
Gli Uffizi sono incasinati anche al venerdì, data la quantità di giapponesi che si aggira imperturbabile. Ho notato comunque un aumento notevole di spagnoli, si vede che il mondo ormai è cambiato. La caffetteria ha ovviamente prezzi assurdi, ma uno se lo può anche aspettare; i bagni in compenso sono davvero orrendi.
Palazzo Pitti ha deciso che Boboli non lo si può vedere da solo, ma con un biglietto per le raccolte meno interessanti (rispetto alla Galleria Palatina). Se la cosa è comprensibile per il Museo delle Porcellane che è all’interno del parco, il Museo degli Argenti non c’entra nulla. Sarà forse per fare in modo che il biglietto, che secondo loro dovrebbe costare 4 euro, è stato portato a 7 con la scusa di una mostra là? In compenso, ti permettono anche di andare a un altro giardino sopra Boboli, di cui non mi ricordo il nome né sono riuscito a trovarlo in rete, che stanno aprendo al pubblico adesso: c’è una bella vista sulla città, ma al momento il percorso sembra essere “di guerra”, visto che almeno i due terzi del parco è chiuso.
Però le mucche che sono sparse qua e là per la città sono davvero carine.
Si va e si viene
Dopo che il modello One Company ci aveva inaspettatamente posto sotto l’ombrello “Innovation and Engineering Services” con i miei ex-colleghi Tilab, sembra che il capo del mio capo non fosse stato contento della cosa, e tanto ha fatto per tornare sotto il suo ex-capo. Così adesso sono tornato sotto “Network Service Operations” – sì, sono anni che tutti i nomi delle funzioni sono in inglese… – il cui mandato è “la responsabilità di assicurare la gestione per i servizi a valore aggiunto basati su piattaforme di rete”. Questo andrà sicuramente bene per quelli di noi che facevano esercizio: ma noi sviluppatori siamo tornati in un limbo. Speriamo in bene: magari saremo gli “Extended N.S.O”, così completiamo i punti cardinali.
benedizione informatica
Ho già detto che il mio notebook non funziona, e che in generale mi sa tanto che non funzioni nemmeno il wifi a casa. Ma fosse tutto qua…
Stamattina avrebbero dovuto sostituirmi il pc in ufficio. Vado a pranzo, ritorno e vedo che i due tecnici sono indaffarati. Mi sposto per farli lavorare, ma mi fanno “te l’ha detta Mauro la buona notizia? Il tuo PC nuovo non parte in collaudo, ti rimettiamo il vecchio” (notare che il pc vecchio è così vecchio che viene buttato via: tenevano giusto l’hard disk che veniva aggiunto al PC nuovo perché tanto male non fa).
Vabbè, penso io, non succede nulla di così grave. Il pc riparte, ma si blocca quasi subito; a un certo punto si mette a suonare, e non riesco a spegnerlo se non staccando la spina. Lo riaccendo: nessun segno di vita. Controllo di avere messo la spina bene: nessun segno di vita. Chiamo i tecnici che erano ancora là: guardano un po’ e dicono “mah, l’alimentatore si è cimito”.
In questo momento mi hanno recuperato un altro dei PC da buttare, mettendoci il mio vecchio hard disk. Quello che mi domando è “qual è l’equivalente informatico di Lourdes?”
misteri di proxy
Dall’ufficio mi connetto a Internet con un proxy. Come molti sanno, chi gestisce il proxy può fare tante belle cose, come bloccare – o magari rallentare molto – l’accesso a una serie di siti. In genere, questo capita con il porno; da noi, a quanto sembra, sotto la scure è caduto Mutts (sul porno non saprei dire).
c'è nebbia e nebbia
Dizinformatsija
Ieri sera, mentre stavo leggendo, senticchiavo il TG regionale. A un certo punto la speaker, tutta contenta, ha affermato che le piogge di questi ultimi giorni avevano abbassato la concentrazione di inquinanti, e che a Milano i valori avevano superato di poco la soglia solamente in due centraline. Sono sobbalzato.
Il guaio non è tanto che uno si sarebbe aspettato un abbattimento ben superiore: siamo diventati tutti pessimisti. Il fatto è che a Milano le centraline che misurano il PM10 sono esattamente due: quella al Verziere e quella in via Juvara. Quindi in realtà i limiti sono stati superati in tutte le centraline.
È vero che non è molto facile scoprire la cosa: se si va sul sito dell’ARPA, occorre mettersi con calma a spulciare le varie richieste possibili. Tra l’altro, i dati non sono visualizzabili: occorre indicare un indirizzo email, forse per scoprire chi diavolo vuole scoprire cose di cui non dovrebbe curarsi. Una volta si poteva arrivare alle informazioni dal sito del Comune; però oggi né da lì né dal sito AMA (che nella miglior tradizione milanese, vedi ATM, non è nell’albero geografico ma con un “-mi” attaccato: “www.ama.mi.it” sarebbe sembrato un dominio di serie B) si può raggiungere il server (di Fastweb e indicato solo con l’indirizzo IP 81.208.25.93: fortuna che hanno inventato il DNS). Simpatico, no?
PS: anche Metro di oggi afferma che «le zone in cui le centraline dell’Arpa hanno registrato, l’altra notte, i valori maggiori di polveri sottili sono via Juvara e al Verziere». Questo mi fa pensare che la fonte di questo “casuale” misunderstanding non sia la redazione lombarda del TG3.