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Saddam

Io sono già in genere contrario alla pena di morte: è molto peggio un ergastolo in carcere duro.
Ma l’impiccagione di Saddam Hussein, anche dal punto di vista di un giustizialista, lascia l’amaro in bocca. È stato infatti condannato per una serie per così dire “minore” di omicidi di cui è stato il mandante: il vero grande processo che lo vedeva imputato, quello sul genocidio dei curdi, finisce così che se l’è sfangato, come direbbe Paolo Guzzanti. D’altra parte era tutto scritto fin dal principio: non avrebbero mai consegnato Saddam al Tribunale Internazionale, visto che (a) gli USA non lo riconoscono – e sappiamo che anche se formalmente è il governo iracheno ad averlo giudicato e condannato, nella migliore delle ipotesi l’hanno fatto per captatio benevolentiae – e soprattutto che (b) l’Aia non dà pene di morte.
Non so se Saddam diventerà un martire: penso comunque di no. Ma non penso nemmeno che si possa dire “giustizia è fatta”.

Ultimo aggiornamento: 2006-12-30 17:46

pensioni

Sfruttando i riflessi più lenti degli italiani dovuti ai cenoni del periodo natalizio, si torna a parlare di riforma delle pensioni. La storia ormai si trascina direi dal 1994, quando il governo Berlusconi I cadde soprattutto per questa ragione e Dini l’anno dopo fece una riforma praticamente identica. Essendo Silvio una persona che sa imparare dai propri errori, nella scorsa legislatura inventò lo “scalone” (di colpo ci sarebbero voluti tre anni in più per andare in pensione di anzianità), ma molto opportunamente lo fece partire nel 2008, per la serie “nascondiamo la polvere sotto il tappeto”. Un’altra piccola dimenticanza del precedente governo è stata l’attuazione della legge Dini: nel 2005 si sarebbero dovuti ricalcolare i coefficienti della pensione, per adeguarli all’attuale speranza di vita.
Prima del pippone vero e proprio, ecco un bignamino per non perdervi:
pensione di anzianità: è quella che si ha quando si è raggiunto un certo numero di anni di contributi. Una volta era indipendente dall’età anagrafica, ora bisogna comunque avere una certa età.
pensione di vecchiaia: è quella che si ha quando si raggiunge l’età pensionabile: attualmente 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, tranne in casi particolari.
metodo retributivo: il calcolo della pensione viene fatto considerando una percentuale fissa per ogni anno lavorato, e calcolata sulla media dello stipendio degli ultimi 10 anni per i lavoratori dipendenti e 15 per gli autonomi (una volta era l’ultimo anno). Vale solo per chi a fine 1995 aveva già 18 anni di contributi.
metodo contributivo: la pensione si calcola a partire dai contributi pagati negli anni e rivalutati secondo il prodotto lordo, e dall’aspettativa di vita che si ha quando si va in pensione. Vale per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995.
metodo misto: vale per tutti gli altri. Per i contributi fino al 1995, si applica il metodo retributivo; per i successivi, il contributico.
Bene. Ora si può partire.
Innanzitutto faccio notare come le riforme del sistema pensionistico siano sempre state osteggiate, per una ragione molto banale: si paga oggi per qualcosa che forse avremo tra un bel po’ di anni. Questo porta appunto all’impossibilità pratica di avere una vera riforma organica, sostituita da una serie di aggiustamenti che alla fine rendono la gente ancora più ostile. Guardando la cosa da fuori, è chiaro che il metodo retributivo può funzionare solamente se il numero di lavoratori aumenta esponenzialmente, oppure se i contributi pagati crescono enormemente rispetto allo stipendio: due condizioni ovviamente irrealizzabili. Di per sé, sarebbe stato più corretto che con la riforma Dini tutti i lavoratori, anche quelli con più di 18 anni di contributi, avessero il metodo pensionistico misto: si sarebbero mantenuti i diritti del passato facendo una vera svolta. Naturalmente questo non è stato fatto, per evitare rivoluzioni di piazza (gli iscritti al sindacato, quando non sono pensionati, sono lavoratori di una certa anzianità…) Lo stesso per i contributi agli autonomi, le cui percentuali crescono molto lentamente: voglio vedere cosa succederà quando loro andranno in pensione, il che capiterà probabilmente quando ci andrò anche io.
Assodato che il metodo contributivo è il più corretto, resta il problema di quando uno può andare in pensione, e con quanti soldi. Come ho scritto prima, se i conti si fanno calcolando statisticamente l’aspettativa di vita, uno dovrebbe potere andare in pensione quando vuole: più è giovane e meno prenderà, a parità di contributi versati. Però se l’aspettativa di vita si allunga in generale, è logico che la pensione si abbassi, oppure si debba lavorare di più. Non che questo valga per chi andrà in pensione in questi anni, però: sono tutti con metodo retributivo.
Resta infine il terzo punto: se è corretto che tutti si vada in pensione alla stessa età. Sono perfettamente d’accordo che un operaio che fa i turni fa molta più fatica di me, e quindi sarebbe giusto che andasse in pensione prima. Basta però che le cose si dicano chiaramente: esattamente come esistono le pensioni sociali, cioè soldi che lo Stato prende dalle tasse di tutti per darli a chi per una ragione o per l’altra non ha dato contributi, si può stabilire che lo Stato (cioè noi, ripeto ancora una volta) metta dei contributi figurativi a chi fa certi lavori, in modo che il montante su cui si calcola la pensione aumenti rispetto a quanto effettivamente pagato. A questo punto, uno può andare in pensione prima perché avrebbe comunque una pensione più alta. Peccato che – tanto per cambiare – nessuno avrà mai il coraggio di dire esplicitamente questa cosa, e nella migliore delle ipotesi si nasconderà tutto dentro il calderone INPS, senza fare alcuna distinzione tra i soldi messi dai lavoratori per la propria pensione e quelli dello Stato.
Bon, per il momento basta pippone. Potrei fare come Marcorè/Gasparri: “l’hai letto tutto? sì? allora me lo spieghi un po’?”

Ultimo aggiornamento: 2006-12-28 15:57

e la polizia dov’è?

A Opera (ridente cittadina a sud di Milano, nota soprattutto perché nel suo territorio c’è un carcere) dovrebbe sorgere un campo nomadi. I Rom sono spostati da Milano, per il famoso sistema “polvere sotto il tappeto”. L’altra settimana, le tende che erano state poste sono state bruciate; in teoria sono state ricomprate e domani dovrebbero essere rimontate. Però adesso ho sentito a Radiopop che il tutto è rimandato sine die, e soprattutto che continuano ad esserci ronde di legaioli e teste rasate.
E dire che ero sicuro che la polizia abbia l’expertise nell’eliminare le adunate sediziose… Ma forse siamo sotto Natale e anche loro sono più buoni.

Ultimo aggiornamento: 2006-12-27 19:39

La vertenza dei giornalisti

Siamo quasi a metà del più lungo periodo di mancanza di quotidiani che io mi ricordi: tre giorni di sciopero che si attaccheranno ai consueti due giorni di riposo natalizio, per un totale di cinque giorni consecutivi senza giornali. Beh, Il Giornale e Libero ad esempio sono regolarmente in edicola; Il Manifesto ha fatto solo un giorno di sciopero; stamattina ePolis me lo sono trovato regolarmente in giro. È un po’ di tempo che Ugo mi chiede di spiegare le ragioni per lo sciopero: il guaio è che non sono poi così addentro alla cosa; quindi invece che una sfrucugliata vi trovate un molto più modesto pippone, e non garantisco nulla sulla correttezza di quanto scriverò.
Beh, su una cosa a dire il vero editori e giornalisti sono d’accordo: il contratto di settore è scaduto da quasi due anni. Già sui motivi per cui le trattative non partono ci si trova però muro contro muro. Un mese fa, gli editori hanno pubblicato una lettera aperta (chissà perché in PowerPoint) dove dicono che la pubblicità cala perché l’informazione ormai arriva da altre fonti che attraggono di più gli investitori: inoltre nemmeno i gadget allegati ai giornali ormai tirano più. Però affermano anche che non è poi davvero un problema di soldi: aumenti di contratto se ne possono fare, se contestualmente si tagliano gli scatti automatici e si inserisce una maggiore flessibilità, mentre secondo loro la controparte vuole “limitare gli editori al ruolo di pagatori”.
Passando ai giornalisti, mi sono stupito di non essere riuscito a trovare né un link alla piattaforma di rinnovo contrattuale né una trattazione in maniera semplice e non in politichese delle loro richieste. Lo stupore è perché sono giornalisti, e quindi dovrebbero ben sapere come dire le cose: le piattaforme del contratto telecomunicazioni so trovarle perché sono “roba mia” ma non è che siano così comprensibili. Ad ogni modo, nell’ultimo loro comunicato ribattono affermando che gli editori stanno aumentando gli utili, e che tutto quello che vogliono in realtà è ridurre ancora di più gli stipendi, e soprattutto svilire il lavoro del giornalista e cercare sempre più di prendere al loro posto degli avventizi / tirapiedi e via discorrendo (con il sottinteso che tanto noi siamo un popolo di giornalisti incompresi). Tra le righe si capisce che si sono pentiti delle concessioni che hanno accettato negli ultimi due contratti, e che secondo loro gli editori non vogliono sedersi al tavolo delle trattative perché la situazione per loro va bene cosi.
Che penso io di tutto questo? Beh, mi chiedo se l’avere una corporazione come l’Ordine dei Giornalisti sia un vantaggio oppure uno svantaggio per la categoria. In questi anni sono spuntate svariate “scuole di giornalismo” che dovrebbero essere in teoria la strada maestra per intraprendere la professione, ma che stanno solamente creando una serie di sottoccupati; e a tutti i giornalisti che si vede che non solo sono appassionati del loro mestiere, ma cercano anche di svolgerlo al meglio si contrappongono i marchettari che preparano i pezzi a cottimo senza nemmeno sapere di che cosa stanno parlando… e non sono necessariamente precari. Così a pelle mi sembra che le preoccupazioni dei giornalisti siano reali e importanti, ma vorrei anche essere certo che le soluzioni da loro proposte non cerchino di perpetuare la loro setta, prima di schierarmi dalla loro parte.

Ultimo aggiornamento: 2006-12-23 21:29

I funerali di Welby

Come potete leggere ad esempio qua, i funerali di Piergiorgio Welby non saranno tenuti in chiesa. È vero che ePolis ha scritto che non è che Welby “abbia acconsentito” che gli si facesse un funerale cattolico, e che avrebbe semplicemente detto “fate come vi pare” (il che è anche più coerente, di per sé). È anche vero che se mai la scelta di Eminence Ruini fosse stata di segno opposto, sarebbero subito saltati su tutti a dire che il Vaticano si voleva appropriare di Welby anche da morto. Ma la cosa che mi disturba è un’altra.
Siamo tutti d’accordo che «era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita» e quindi da un punto di vista formale la decisione del Vicariato di Roma sia ineccepibile. Ma è anche vero che nessuno può essere certo che in punto di morte lui non avesse cambiato idea. Non è un caso che, a differenza dei secoli scorsi in cui i suicidi venivano addirittura sepolti in terra sconsacrata, ormai generalmente si fa loro un funerale cattolico. Insomma, questa è stata una decisione politica, proprio una di quelle cose che a me non piace per nulla. Chissà se qualche prete, fuori dai riflettori, darà almeno una benedizione.

Ultimo aggiornamento: 2006-12-23 16:54

Vaticano Football Club

Uno non vorrebbe crederci. Guarda il calendario, e cerca di capire se per caso sia il primo di aprile da qualche parte nel mondo. E invece no: il segretario di stato vaticano, Tarcisio Bertone, l’ha detto davvero. Vuole fare una squadra di calcio che partecipi al campionato italiano di serie A. Non rompete le scatole con il fatto che il Vaticano non è l’Italia: avete presente il Monaco che si è anche vinto cinque campionati francesi? È tutto il resto che non ha senso, a partire dal banale fatto che voglio vedere sotto quale dispensa papale i calciatori potranno evitare di santificare le feste, e soprattutto cosa succederà se a un attaccante messo brutalmente a terra scapperà una bestemmia :-)
Aggiornamento (19 dicembre): non è così strana la smentita di Bertone, che tanto era chiaro che erano tutte chiacchiere in libertà. Ma com’è che i redattori di Rep. copiano i miei titoli?

Ultimo aggiornamento: 2006-12-18 14:44

Palestina oggi

Non è così strano che ci sia questa guerra civile palestinese tra Fatah e Hamas. Non credete a chi vi dice “ma come? sono tutti mantenuti sotto pressione da Israele, non sarebbe più logico che si alleassero?”: le cose nel mondo reale non vanno così. La parte più interessante di tutta la storia è però indubbiamente questa: il primo ministro palestinese Ismail Haniyeh fermato dagli israeliani al valico di frontiera di Ramah mentre cercava di portare a Gaza i soldi che aveva recuperato in un giro tra i paesi arabi fratelli. I soldi erano 35 milioni di dollari, in varie valigie. Sì, tutti in contanti, che non si sa mai. Alla fine Haniyeh ha dovuto versarli in un conto in banca (araba, non israeliana) ed è potuto rientrare in patria. Ok, c’è il peccato originale del fatto che la frontiera egiziano-palestinese sia controllata da una terza parte. Ma com’è che i soldi dovevano entrare così in nero? Forse che anche Hamas vuole avere una voce in gioco sulla corruzione che pervade Fatah?

Ultimo aggiornamento: 2006-12-16 17:17

predicare bene e razzolare male

Mentre cercavo i link per la notiziola precedente, ho scoperto che il Codacons ha un numero di soccorso per i consumatori. Peccato che sia un 892: costo della chiamata chiamata da rete fissa un euro e mezzo al minuto più dieci centesimi di scatto alla risposta. Tutto più IVA. Probabilmente devono capire bene il meccanismo perverso di queste numerazioni…

Ultimo aggiornamento: 2006-12-14 11:13