Quello della decrescita felice è un tema caro a molta gente. che ripete certe parole chiave quasi fossero un mantra. Luca Simonetti è un avvocato, il che significa che è abituato a cercare contraddizioni nelle affermazioni dei guru che sugli adepti ci marciano (e ci guadagnano). Ecco così che in questo libro (Luca Simonetti, Contro la decrescita, Longanesi 2014, pag. 272, € 9,99, ISBN 9788830441897) si è messo a spulciare e rintuzzare a uno a uno i falsi miti legati alla decrescita felice, a partire dalla disamina dei concetti di base che a una lettura appena un poco attenta si rivelano incoerenti prima ancora che fallaci. Simonetti se la prende per esempio con il PIL, o per meglio dire fa notare che non c’è scritto da nessuna parte che le transazioni non monetarie non debbano concorrere alla sua formazione, basta volerlo fare (e in effetti se ormai ci mettiamo anche la parte prodotta dalla criminalità non vedo perché non si possa aggiungere quella dell’equo scambio). Il tutto con una pletora di note e citazioni, tratte dalle opere dei maestri della decrescita felice e immediatamente seguiti da un controllo di realtà sul significato pratico delle loro affermazioni, oltreché sulla coerenza interna spesso mancante. Se posso fare un appunto, avrei asciugato un poco il testo, perché soprattutto la parte centrale ripete spesso argomentazioni simili, dato che sotto sotto i decrescenti hanno la stessa matrice. La conclusione, che mostra come i temi della decrescita felice hanno una specifica origine politica ma negli ultimi anni si è spostata, è davvero illuminante e secondo me vale da sola l’acquisto del libro.
Ultimo aggiornamento: 2017-02-07 13:03
La matematica ricreativa è dannatamente seria. Magari non ci credete, ma è così: il suo punto di partenza è ovviamente diverso da quello per esempio della fisica matematica, ma una volta impostato il problema la sua risuluzione può essere semplice o complicata, o magari impossibile, esattamente allo stesso modo. Questo testo (Jennifer Beineke e Jason Rosenhouse (ed.),
Quasi mille pagine per parlare dei Beatles prima che diventassero i Beatles. Troppe? Beh, per un vero fan no. Questo primo volume della Biografia Beatlesiana Definitiva (Mark Lewisohn,
Usare i personaggi carrolliani per un libro che fondamentalmente si può definire “matematica elementare da un punto di vista superiore” è una cattiveria. Il vero guaio però è che – almeno a mio giudizio – il risultato non è poi così ottimo. Il capitolo zero di questo libro (Andy Liu,
Che cosa ha a che fare una signorina poco vestita nella copertina di questo vecchio pamphlet (Giampaolo Dossena, Le contrappuntiste nelle aiuole, Comix-Vallardi 1994, pag. 32, ISBN 9788876863141), un emulo dei Millelire di Stampa Alternativa, che ho ritrovato facendo ordine in casa? Beh, Giampaolo Dossena era una persona serissima e proprio per questo capace di evocare immagini licenziose anche quando parla di giochi di parole da un punto di vista scientifico. In quel periodo Dossena aveva appena pubblicato il Dizionario dei giochi con le parole, e questo libretto poteva in un certo senso essere considerato un teaser: un modo per pubblicizzare l’altro prodotto, condensando un paio dei concetti del libro maggiore per incuriosire i potenziali acquirenti. Beh, garantisco che la cosa era venuta bene, nel senso che queste poche pagine rendono l’idea dello stile di Dossena. Una nota personale: quando Dossena prende posizione contro la terza scuola di pensiero, quella che se non trova una parola con una certa configurazione prova a generarne una, e scrive «Non è da escludere che entrino in uso ‘nettafilobus, semifactotum, compilarebus’», sta citando il sottoscritto che gli aveva mandato questi termini nel 1982, quando io ero uno studente liceale e lui teneva la rubrica di giochi di parole su Tuttolibri. No, regolapickup e soprattutto contracchewinggum non sono creazioni mie: io avevo anche caposervitù e videotabù, oltre a un regolagrisù che non ho più ritrovato. Anch’io ho un limite.
Tutti parliamo e sparliamo di privacy. Spesso però non abbiamo chiaro di che cosa stiamo parlando, perché sotto l’ombrello “privacy” si mettono per esempio il diritto a non essere fotografati in giro – diritto alla solitudine, potremmo chiamarlo – e quello a non volere che le informazioni su di noi siano conosciute da altri senza il nostro consenso preventivo – diciamo un diritto all’autodeterminazione. Questi campi si sovrappongono in parte ma non sono uguali, e trattarli come un unico blocco non è l’opzione ottimale. Il tema tra l’altro è in continuo divenire: questa versione del saggio di Raymond Wacks (Raymond Wacks,
Inutile fare giri di parole: non mi ha affatto convinto la tesi di Amir Aczel, che in questo suo libro (Amir D. Aczel,
Con un’insolita rapidità (e riuscendo a entrare in un UCIcinema dopo i titoli di testa…) abbiamo visto