coda di paglia a cinque stelle

Se oggi provate a cercare sul sito M5S questo post di cinque anni fa non lo trovate più. Dopo il crollo del ponte Morandi i gestori del sito si sono affrettati a eliminarlo, scordandosi che la memoria di Internet è spesso molto migliore della nostra, e soprattutto che per quanto tu possa essere veloce c’è qualcuno più veloce di te (il post è stato salvato oggi prima dei casuali problemi tecnici del sito stesso)

Ma quello che è peggio è che non c’era bisogno di cercare di riscrivere la storia. Lì si parlava del movimento no-Gronda (il passante che dovrebbe eliminare la necessità di attraversare Genova) e il riferimento al ponte era marginale, citando l’oste… pardon, Autostrade per l’Italia, che assicurava la solidità dell’infrastruttura. Né si può dare colpa al governo pentaleghista di non avere fatto nulla al riguardo.

Ecco. Vi rendete conto che siamo governati da gente che ha paura della propria ombra? (no, non è vero: siamo governati da Salvini)

Israele è uno stato unicamente ebraico

Per capire esattamente cosa dicesse la legge approvata ieri sull’ebraicità di Israele, ho pensato bene di andare su Haaretz, che è fonte un po’ più diretta pur essendo contro il governo Netanyahu. In effetti c’è scritto «The draft bill the Knesset voted on is fundamentally different form the version the coalition had sought to advance in the past decade. Its main clauses were moderated following pressure within the coalition ranks and beyond.» Certo che ci sono punti piuttosto pesanti. Non tanto che Gerusalemme è capitale unica e indivisibile, perché credo sia semplicemente la ripetizione di quanto Israele afferma da una vita (Tra l’altro, quanta parte di Gerusalemme est è qualcosa tipo Nova Gorica, nata dopo la divisione del 1948?); oppure la definizione dello Shabbat come giorno festivo. Quello che mi preoccupa di più è l’ebraicizzazione forzata, togliendo l’arabo come lingua ufficiale e “dando un valore nazionale allo sviluppo delle colonie”. Risulta sempre più lontano il sogno del 1948 🙁

barconi d’antan

italiani più ripuliti La strategia politica di Matteo Salvini è più o meno la stessa che Silvio Berlusconi aveva ai suoi tempi: campagna elettorale permanente, considerando irrilevante il fatto di essere al governo – anzi, essere il governo, visto che pare occuparsi di tutto. Le maggiori differenze sono due: l’usare molto di più i social media, sfruttando il fatto che i media tradizionali seguono (leggi, “copiano”) a ruota, e la scelta di nemici esterni all’Italia anziché i “comunisti”, anche perché a definire comunisti quelli del PD non ci riesce più nessuno. (Nota: che le campagne siano sue o del suo Social Media Manager è irrilevante. Gli SMM nascono per essere invisibili, e non è un caso che da quando Rocco Casalino ha più spazio la comunicazione M5S sia peggiorata di brutto)

Ecco dunque che anche i mondiali di calcio diventano un pretesto per scagliarsi contro il nemico, in questo caso i Cattivi Francesi, e twittare Forza Croazia alla vigilia della finale. Vince poi la Francia? Nema problema: siamo pronti con il nuovo tweet che dice che “i veri campioni” sono quelli della staffetta 4×400 maschile che ha vinto ai mondiali U20 a Tampere e che ha anche avuto il buongusto di non inserire nessun nero in squadra a differenza delle omologhe ragazze ai Giochi del Mediterraneo. Certo che uno che si chiama Klaudio Gjetja è quasi certamente di etnia albanese e i suoi genitori sono probabilmente sbarcati con i barconi, ma ormai è tutto passato in prescrizione; e soprattutto, volete mica che qualcuno se ne accorga?

Come volevasi dimostrare

Mentre scrivevo il post precedente non sapevo che Matteo Salvini era già pronto a darmi ragione. Ripercorriamo cosa è successo. Ieri ai Giochi del Mediterraneo (competizione che non si fila mai nessuno, nonostante l’Italia agonistica la prenda sempre seriamente e stravinca nel medagliere davanti a Francia e Spagna) la staffetta 4×400 femminile vince l’oro. Piccolo particolare: nessuna delle quattro donne è di Pura Razza Italica Fondamentalmente Bianca Ancorché Non Esattamente WASP. C’è chi posta nei social qualche foto del quartetto, foto che diventano rapidamente virali con gli immancabili commenti da una parte e dall’altra. Stamattina il silenzio assordante dell’italica stampa viene rotto da Repubblica: non che siano interessati all’atletica leggera, ma al pullulare di condivisioni sui social network e soprattutto alle immagini antisalviniane. Solo a questo punto il leader della Lega si sveglia e posta un tweet, di nuovo non tanto per congratularsi con le vincitrici quanto per prendersela con «qualche “benpensante” e rosicone di sinistra». Il tutto scritto con un bello slogan: lui o il suo staff sono molto bravi, e questo non lo si sa da adesso.

Leggiamo però bene il suo testo. Se «il problema è la presenza di centinaia di migliaia di immigrati clandestini che non scappano da nessuna guerra e la guerra ce la portano in casa» se ne deduce che (a) siamo in stato di guerra – ha scritto guerra, non violenza o altro; (b) gli unici immigrati “buoni” sono quelli che sposano un Vero Rappresentante della Pura Razza Italica ecc. ecc. come Grenot o il padre di Chigbolu, oppure figli di operosi lavoratori che hanno accettato di unirsi alla Pura Razza Italica ecc. ecc. come i genitori di Lukudo e Folorunso. Perfetto. L’unica risposta da dare è insomma “cosa sta facendo il governo di cui Matteo Salvini è vicepresidente e ministro dell’Interno per permettere agli operosi lavoratori stranieri di venire a lavorare regolarmente in Italia?” Non cambierà nulla e l’interlocutore rimarrà della sua idea, ma almeno gli resterà il retropensiero che Salvini dice anche cose a cui non crede affatto.

“non leggo da tre anni”

Nella mia bolla Facebook è comparsa questa notizia riguardo alla sottosegretaria ai beni culturali Lucia Borgonzoni, con tutte le battute del caso. Tutto questo non è solo inutile, ma anche deleterio.

Siamo una nazione in cui tre italiani adulti su cinque non leggono libri. Leggere non è visto come un valore: nel migliore dei casi viene considerato un passatempo come un altro, nel peggiore una perdita di tempo. Non è un caso che poi continui con “Ora che mi dedicherò alla cultura magari andrò più al cinema e a teatro”, attività che richiedono sì tempo e denaro ma possono sembrare più interessanti per l’elettorato cui la sottosegretaria si rivolge. D’altro canto, leggere non è un fine ma un mezzo: più che farsi a vicenda l’occhiolino dicendo quanto si è bravi, è più utile sfruttare le proprie letture per imparare a controbattere agli slogan con altri slogan. (Di nuovo, entrare nel merito in genere non serve a nulla se c’è un rifiuto aprioristico dall’altra parte) Lo so, sto peccando anch’io con questo post, ma a mia discolpa sono certo che i miei ventun lettori abbiano le competenze necessarie per capire quello che scrivo: il bello di avere un blog di nicchia è questo.

Un’ultima nota: la mia sensazione è che se putacaso la maggioranza degli italiani fossse stata a favore degli sbarchi dei migranti allora Salvini sarebbe il primo a tuonare contro i cattivoni dei libici. Certe frasi sono studiate apposta per guadagnare voti, e mandarle in giro fa solo il loro gioco.

Link tax e controllo copyright

Quando ieri durante l’Internet Day 2018 Luigi Di Maio ha parlato di voler proporre il diritto ad Internet, con mezz’ora di connessione gratuita al giorno, è riuscito con rara maestria a rendere irrilevante l’altra sua affermazione, quella che era davvero importante e che riguarda un tema caldo di cui in Italia si parla ancora poco: la possibile introduzione della cosiddetta link tax e del controllo preventivo degli upload.

Facciamo un passo indietro. La scorsa settimana la Commissione giuridica del Parlamento Europeo ha esaminato una serie di modifiche al testo della direttiva Digital Single Market che ora andrà al voto dell’Europarlamento. In questo frangente è stato scelto di approvare alcuni emendamenti – in linguaggio burocratico, si è preparato un testo di compromesso rispetto a quanto le varie lobby hanno proposto per bocca dei parlamentari – che renderanno più difficile, anziché più semplice, condividere materiale. Gli articoli relativi sono l’11 e il 13. Nel primo, viene introdotto il divieto di aggregare piccole porzioni di testo relative alle notizie prodotte dai media – porzioni che naturalmente hanno un collegamento al testo completo nel sito originale – senza un previo pagamento al sito originario; il termine tecnico è “ancillary copyright”, ma tutti la chiamano Google tax. Il secondo articolo, invece, inverte invece l’onere della prova e obbliga i siti che ricevono materiale da parte degli utenti di verificare preventivamente che esso non sia sotto copyright, mentre ora sono solo tenuti a eliminarlo dietro notifica degli aventi diritto.

A prima vista forse non si direbbe che ci sia nulla di male, anzi si afferma un sacrosanto diritto. Guardiamo però più attentamente quali possono essere le conseguenze pratiche. Per la link tax si fa molto in fretta, perché essa è già stata implementata in due nazioni europee, Germania nel 2013 e Spagna nel 2014. Risultato? In Germania la tassa la pagano (forse) i piccoli provider ma i media più importanti hanno dato a Google una licenza gratuita; in Spagna Google aveva semplicemente deciso di eliminare la sezione news (anche se a onor del vero io le vedo, ma non so che succede da un computer posizionato in Spagna). Trovate qualcosa in più raccontato qui. Per il controllo preventivo del copyright, il testo attuale – che potete vedere espanso in questo “semplice” diagramma di flusso – ha una serie di clausole di salvaguardia, come quella per l’uso non commerciale e la “clausola Wikipedia” che fanno capire come il principio degli Online Content Sharing Service Provider non sia poi così limpido da capire al volo chi è il buono e chi il cattivo.

Per come la vedo io, l’ancillary copyright va contro il diritto di citazione. Se le notizie appaiono davvero interessanti, qualche riga non è sufficiente e il lettore è portato a cliccare e andare sul sito originale, che a questo punto potrà guadagnare accessi e pubblicità: quindi chi fa le cose bene non stava perdendo nulla, e ora rischierà un calo di accessi non eccezionale (valutabile tra l’1 e il 2%) ma comunque nemmeno trascurabile, anche perché per Google quello delle news non è certo il servizio da cui ricava più soldi. Sull’articolo 13 potete scegliere i vostri benchmark leggendo quanto scrivono i guru di Internet da un lato e il presidente dei discografici italiani dall’altra (ma abbiamo anche il presidente di Confindustria Cultura e quello dell’associazione editori citati nell’articolo di Repubblica su in cima). Nel mio piccolo noto una cosa: ogni settimana o giù di lì il mio alert di Google mi segnala la presenza di copie piratate dei miei libri, e non credo proprio che la promulgazione di questa direttiva cambierà le carte in tavola. In pratica, i piccoli creatori di contenuti continueranno a non essere tutelati mentre i grandi non dovranno nemmeno più fare la fatica di specificare esattamente le violazioni di copyright nei loro confronti, limitandosi a una segnalazione generica “tanto qualcosa lo trovate sicuramente”. Un risultato favoloso, come vedete: aggiungiamo il fatto che un’altra commissione UE aveva preparato da un anno un testo molto più equilibrato ma è stata allegramente bypassata da quella dei giuristi. Bel mondo, vero?

PS: leggere cosa scrive chi è favorevole alla formulazione è sempre molto istruttivo, perché dimostrano che la loro preoccupazione non è rispettare i diritti dei detentori di copyright – cosa su cui concordiamo tutti – ma ottenere più soldi a ogni costo.

ballottaggi

Il risultato dei ballottaggi è abbastanza chiaro. Lasciando da parte i posti dove il ballottaggio era solo una formalità, c’erano tre possibilità: centrosinistra-centrodestra, M5S-centrosinistra
centrodestra-M5S. Nel primo caso gli elettori M5S hanno votato centrodestra, nel secondo caso gli elettori del centrodestra hanno votato M5S, nel terzo caso gli elettori del centrosinistra non sono andati a votare.

Questo significa che il governo attuale (Lega con M5S a fianco come utile idiota) rappresenta effettivamente la volontà popolare e quindi è il migliore dei governi possibili.

Di Maio e Foodora

Magari avete letto l’intervista all’amministratore delegato di Foodora Italia che il Corsera ha pubblicato sabato scorso. Il trentunenne Gianluca Cocco afferma che se le anticipazioni del decreto che il ministro del lavoro Di Maio sta approntando fossero vere, a Foodora non resterebbe che lasciare l’Italia. Il tutto con tante belle parole.

Ora io ho una domanda niente affatto retorica: come fanno all’estero? Vi spiego perché la domanda non è retorica. Non avendo dati a disposizione, posso immaginare che all’estero Foodora funzioni effettivamente come dovrebbe essere in teoria: giovincelli che – si spera non troppo in spregio al codice della strada – si presentano ogni tanto per guadagnare un po’ di euro. La narrazione che invece arriva da noi è che molti rider lo fanno perché è l’unico lavoro che riescono a trovare. Vero? Falso? Non lo so. Quello che però mi pare fattibile è limitare il numero massimo di ore mensili per i rider, per riportare il servizio a quello che dovrebbe essere. Non che sia una soluzione, perché rischiamo che qualcuno faccia una settimana a Foodora, una a Deliveroo, una a Glovo; ma almeno sarebbe un passo avanti.

Qualcuno di voi ha letto le anticipazioni? Sa dirmi qualcosa in più?