A quanto pare, tale Roberta Chiroli, ai tempi laureanda in antropologia, è stata condannata a due mesi di prigione con la condizionale per avere partecipato “moralmente” agli scontri no-Tav. Non è ancora dato sapere il motivo della condanna (che sarà pubblicato tra trenta giorni), mentre un’altra dottoranda pure presente è stata assolta: secondo il suo avvocato, esso potrebbe essere «la cifra stilistica usata nei due lavori accademici: una si è espressa in terza persona, l’altra ha usato la prima plurale».
I reati di opinione sono sempre difficili da comprendere, e spesso sono arbitrari: a questo punto spero che i motivi della differenza siano altri e più corposi. Quello che però non capisco è l’uso del “noi partecipativo” in una tesi di antropologia. Checché ne dicano qui (“nella ricerca etnografica il posizionamento del ricercatore rispetto all’oggetto della ricerca è una scelta soggettiva che fa parte di ciò che si chiama storytelling”) ero convinto che un bravo antropologo, pur facendo in modo di non essere un corpo estraneo, dovesse però rimanere separato dalla popolazione che studia, proprio per non perdere l’oggettività. Mi incuriosisce sapere che voto di laurea ha preso.
Ultimo aggiornamento: 2016-06-22 13:07


