Da una vita il limite di velocità su viale Cesare Battisti a Monza (quello che finisce in capo a Villa Reale) è di 70 Km/h. Ieri sera stavamo riportando a casa i settenni che erano stati per il weekend dai nonni, e mi accorgo che dopo l’incrocio della chiesa sulla destra c’è un cartello messo un po’ di sbieco con un limite a 50 all’ora; subito dopo mi accorgo di due lucine lampeggianti e noto un autovelox.
Sicuramente ieri sera non ho superato il limite inopinatamente abbassato: ma leggo che quell’autovelox è stato piazzato a giugno, e non so quante volte io ci sia passato ai 70. Per la precisione, a giugno è stata piazzata la colonnina: se l’articolo del Cittadino di Monza è corretto, il laser c’è solo ogni tanto, e quando c’è ci dovrebbe essere una pattuglia dei vigili.
Il punto è che abbassare il limite in quel pezzo di strada non ha senso, e se proprio vuoi farlo lo fai dall’inizio del viale. Posso provare a immaginare il motivo di quel nuovo limite malsegnalato?
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Vaxxed
Andrew Wakefield dev’essere la singola persona in campo medico che ha causato i maggiori danni: non ancora in termini di vite umane, ma purtroppo c’è sempre tempo per peggiorarsi. Pagato per scrivere un articolo dove indicava un’inesistente correlazione tra un certo vaccino e l’autismo (mentre – cosa che gli antivaxx non sanno – già che c’era aveva brevettato un vaccino diverso per sostituirlo…), una volta radiato dall’ordine dei medici ha pensato bene di rifarsi una vita e inventarsi documentarista. La sua opera, dall’eloquente titolo “Vaxxed”, dopo essere stata ritirata in tutta fretta dal festival di Tribeca, non era mai stata presentata in Europa: ma questa grave lacuna sarà colmata il prossimo 4 ottobre, in una sede peculiare: il Senato della Repubblica italiana. Chi poteva avere avuto una simile idea? Bartolomeo Pepe, di cui ho già parlato in queste Notiziole: uno che nemmeno M5S, che pure su questi temi è sempre in prima fila, si è voluto tenere.
Attenzione: sono della scuola che ritiene che la censura non sia la risposta giusta, in questi casi. Il problema insomma non è la visione del documentario. Il problema è il sostegno implicito, se non addirittura esplicito, che gli viene dato in questo modo. Il problema è che mi sa che Bartolomeo Pepe non lo faccia nemmeno per pubblicità, come un Razzi qualsiasi…
Aggiornamento: (17:30) A quanto leggo, dopo un pacato intervento del Presidente del Senato, «Gli organizzatori hanno revocato la richiesta per la proiezione del documentario». Peccato non avere avuto lo streaming della chiacchierata precedente alla revoca :-)
Ultimo aggiornamento: 2016-09-29 18:58
“a titolo gratuito”
Dopo il doppio #fail della campagna per il Fertility Day, la ministra Lorenzin insiste, e chiede un aiuto dai creativi, «Possibilmente a titolo gratuito». È abbastanza facile immaginare cosa è successo a questo punto: vorrei però far notare la differenza tra le risposte dei creativi.
Bee Free ha postato un’immagine su Facebook, dal testo “Non aiutiamo nessun ministro a titolo gratuito. La creatività non è gratis. Il nostro tempo non lo è. Gli studi che abbiamo fatto, tanto meno”. Mentre – pur non essendo io certo un creativo – concordo con il concetto dietro questo testo, trovo la forma assolutamente sbagliata. Il messaggio che passa, almeno a me, è politico. La parte più visibile parla infatti del ministro, e nasconde in un maiuscoletto di dimensione ridotta il fatto che fare il creativo è un lavoro, e deve essere retribuito come un lavoro. Si direbbe insomma che per altre persone (o chissà, per altri ministri…) ci si potrebbe anche pensare su.
Molto meglio il discorso di Vicky Gitto, presidente dell’Art Directors Club Italiano, che intervistato dalla Stampa dice più o meno “Il lavoro dei creativi si paga, punto. Però siamo disposti a trovarci intorno a un tavolo con Lorenzin per spiegarle cosa vuol dire fare una campagna promozionale”. Perché ci vogliono i soldi, ma ci vuole anche un’idea di cosa si vuole far fare con quei soldi. A parte le figuracce, io ho visto un mischione tra una campagna che ricordi che non si è fertili a vita e un tentativo di far fare figli alla patria. Non so quanto questo mischione fosse voluto, anche se temo di sì; ma se non lo fosse stato, forse è meglio che il ministro torni a studiare l’abc della comunicazione.
Ultimo aggiornamento: 2016-09-26 16:41
Piego di libri
Oggi, in pausa pranzo :-), ho spedito a due dei miei lettori alfa una copia di Matematica in pausa pranzo. Dovete sapere che PosteItaliane ha una tariffa speciale, “piego di libri”, che è davvero conveniente: spedire un libro costa 1,28 euro. La tariffa nasce per gli editori che se non ricordo male pagano persino un po’ di meno. Solo che oggidì tutti gli editori che conosco spediscono comunque per corriere, e quindi il piego di libri è un’opzione per amatori.
Naturalmente ai vantaggi corrispondono degli svantaggi. Più precisamente, nel piego di libri ci possono stare libri, e non missive. Una volta era ammesso un biglietto di presentazione del libro, forse lo è ancora adesso, ma direi che la cosa è irrilevante, visto che possiamo tranquillamente mandare il testo per email. Il punto è che questo significa che la busta deve poter essere “apribile per ispezione postale”, il che diventa un po’ meno semplice. Sono infatti riuscito a trovare delle buste con i buchetti per mettere i ganci apribili, ma non ho trovato i ganci. Alla fine ho usato delle fascette fermacavi, lasciate abbastanza lasche da permettere la visione del contenuto. Peccato però che io i libri li ho spediti da un ufficio postale, e quindi pensavo ingenuamente che fosse sufficiente che l’impiegato verificasse il contenuto, chiudesse e affrancasse con le macchinette dell’ufficio, che sono evidentemente diverse da quello che potrei fare io a casa o in un altro ufficio. D’accordo, non sono così ingenuo tanto che mi ero portato le fascette. Però mi chiedo a questo punto qual è il valore aggiunto dell’impiegato, anzi degli impiegati visto che chi mi ha preso le buste ha anche chiesto il parere del collega. Non facciamo più in fretta a mettere una bella macchinetta Send-O-Matic?
Ultimo aggiornamento: 2016-09-26 15:41
Commentatori
Oggi parlo di due episodi che sembrano slegati, ma dal mio punto di vista hanno parecchio in comune.
Domenica scorsa Gianni Morandi ha pubblicato la sua solita foto su Facebook: stavolta era fuori da un supermercato con la borsa della spesa. Apriti cielo: mi dicono che non so quante persone l’hanno virtualmente linciato perché non si può andare a fare la spesa la domenica e costringere così i lavoratori del commercio a non santificare le feste. (Poi c’è stato il rimbalzo di chi sta a dire “e tutti quelli che hanno sempre lavorato la domenica?” Inutile dire che vista la mia Filter Bubble sulla mia bacheca Facebook sono arrivati solo questi ultimi)
Tra i collaboratori del nuovo quotidiano di Maurizio Belpietro c’è anche “il Disinformatico / trovabufale” Paolo Attivissimo. Lui ha spiegato il perché nel suo blog: fondamentalmente vuole raggiungere un pubblico più abituato alla carta che alla rete, e gli hanno promesso che non toccheranno i suoi testi e presumo lo pagheranno anche. Apriti cielo: leggendo i commenti al post scopriamo che Attivissimo ha perso credibilità a mettersi insieme a cotanta congrega.
Quello che vedo io di comune tra i due casi è il ruolo che i commentatori si sono ormai ritagliati. Non è che si entri nel merito della questione, se il considerare cosa normale fare la spesa a qualunque ora di qualunque giorno è un bene o un male, oppure se un autore ha degli obblighi morali. No, il Commentatore ha la sua idea insindacabile, e non si perita di annunciarla al popolo. A volte, si parva licet, può capitare di vedere le stesse dinamiche qui su queste notiziole: ma naturalmente l’effetto è molto diverso perché io non sono famoso. La mia impressione è infatti che il Commentatore sia passato a uno stadio successivo a quello in cui si sentiva realizzato perché il VIP l’aveva omaggiato di un like o un retweet; ora ritiene di avere lo stesso diritto di rendere note le sue opinioni al riguardo di tutto, soprattutto quando sono in contrasto a quelle del VIP, tralasciando il particolare che i lettori sono interessati a quest’ultimo e non certo al Commentatore. Vabbè, basta sapere che da certe parti i commenti sono da leggere solo ogni tanto per ricordarsi di come è fatto il paese reale.
(Ah, un’ultima noticina. Ammiro sempre più Morandi che continua a rispondere. Io ormai – a meno che non abbia scritto qualcosa di sbagliato, nel qual caso ringrazio – tendo a lasciare l’ultima parola al commentatore. Tanto non cambierebbe nulla)
Ultimo aggiornamento: 2016-09-21 12:28
solita truffa telefonica
Sabato mattina, mentre stiamo per uscire, Anna riceve una telefonata dal numero 0683802835. Risponde, e le viene detto che la chiamavano da A2A e che avevano bisogno del numero dell’ultima bolletta. Anna naturalmente non è una stupida, chiede per prima cosa se davvero chiamano (di sabato…) da A2A, poi mi passa la chiamata. A me dicono di chiamare da un operatore mai sentito, e alla mia richiesta di come hanno avuto quel numero di telefonino buttano giù la linea.
Nulla di strano. (Nel caso uno si chiedesse come fanno a sapere il nostro fornitore di energia, la risposta è semplice: tirano a indovinare). Quello che non riesco a capire è come mai non sembri possibile denunciare questa gente, e come mai – nonostante precchi siti affermino che l’Autorità per l’energia elettrica pubblichi una black list di operatori “cattivi” – tutto quello che ho trovato è una lista di operatori “buoni” che accolgono i reclami.
Razzismo
Un operaio è stato investito e ucciso da un tir stanotte a Piacenza. Non entro nelle dinamiche del fatto (c’era un picchetto? la vittima si è lanciata senza che l’autista se ne accorgesse? l’autista era stato incitato a partire?). Mi limito a notare che sappiamo che chi è morto era di nazionalità egiziana, mentre resta ignota la nazionalità dell’autista. Magari era bosniaco o rumeno?
Ultimo aggiornamento: 2016-09-15 13:20
cerchiobottismo
Leggo che il ministro dei Beni Culturali Franceschini avrebbe detto «Due piccole fiere in un mercato del libro già fragile? Così rischiamo una colossale figuraccia internazionale. Il solo modo per uscirne è creare un unico grande Salone, da tenersi contemporaneamente a Milano e Torino. E chi dirà di no, senza avanzare proposte alternative, se ne assumerà la responsabilità».
Ora, lasciamo stare la carota del «Se si optasse per questa soluzione, i due ministeri potrebbero parteciparvi anche con un impegno finanziario più forte», e veniamo al nocciolo del contendere. Una cosa simile alla proposta da Franceschini è capitata con Settembre Musica: iniziativa torinese che Milano ha cercato di scippare per arrivare alla fine all’attuale MITO Settembre Musica che presenta concerti nelle due città. Ma dovrebbe essere chiaro a tutti che le affinità finiscono qui. I concerti possono essere tranquillamente distribuiti, gli stand non possono essere duplicati per banali ragioni di costi vivi. D’altra parte non si può nemmeno pensare a un’ipotesi “grande editoria a Milano, piccola e media a Torino”, per la banale ragione che buona parte del pubblico, tranne naturalmente me e i miei ventun lettori, al Salone ci è sempre andato per vedere l’offerta dei piccoli, visto che per i grandi basta andare in una qualsiasi grande libreria: quindi il pubblico pagante andrà a pagare a Milano e non ci saranno soldi per Torino. Non una bella idea. Ma magari mi sbaglio e Franceschini istituirà il teletrasporto per spostare da una città all’altra i visitatori?
Ultimo aggiornamento: 2016-09-13 16:29