riciclare è sempre più difficile!

Quella che vedete qui a fianco è una confezione di gel per lavastoviglie. Packaging in italiano e neogreco, “una razza, una fazza”. La scritta verticale sul fianco dice che quando si butta via il flacone occorre strappare prima l’etichetta e poi buttare tutto insieme nella plastica.

La cosa ha un suo senso; come si intravede, flacone, tappo ed etichetta sono tre tipi di plastica diversi e quindi presumibilmente devono essere trattati in maniera diversa. Anzi, mi stupisce che non ci sia scritto anche di togliere il tappo. Quello che mi chiedo, e di cui però mi sa che non voglio sapere la risposta, è un’altra cosa. Se suggeriscono di separare l’etichetta dal flacone è perché in questo modo i processi di riciclo della plastica funzionano meglio. Ma se lo si scrive, significa che normalmente c’è della plastica che non è riciclabile ma al più può essere usata come combustibile sperando di trattenere diossina e cose simili. Dunque, qual è la vera percentuale di plastica mandata al riciclo ed effettivamente riciclata?

7 comments

  1. “Se suggeriscono di separare l’etichetta dal flacone è perché in questo modo i processi di riciclo della plastica funzionano meglio.”

    Certo, è ovvio. Se vuoi utilizzare la plastica, cerchi la plastica, non l’etichetta od altro. Meglio cmq è la parola giusta: chi recupera la plastica in un modo o nell’altro elimina l’etichetta.

    “Ma se lo si scrive, significa che normalmente c’è della plastica che non è riciclabile ma al più può essere usata come combustibile sperando di trattenere diossina e cose simili.”

    Qui c’è dell’incomprensione di fondo. Partiamo dalla parola riciclo intesa come processo industriale: da questo punto di vista non esiste plastica non riciclabile se si intende un riciclo aperto (alias che porta a prodotti diversi da quelli utilizzati in origine). Chi in Italia ricicla la plastica, dato che si buttano via bottiglie, flaconi, bicchieri e posate di tale materiale, è per definizione impossibile fare diversamente dato che sono materie plastiche di tipo differente per usi diversi, e purtroppo oggi come oggi il prodotto finale di chi ricicla la plastica sono le panchine per i parchi pubblici, i separatori alle casse e poco altro. Questo è un effetto collaterale del fatto che la plastica che si butta è di tipo eterogeneo: se riciclassimo solo le bottiglie sarebbe molto meglio da questo punto di vista.

    A questo si aggiunge il fatto che la Cina non prende più la robaccia, e quindi i costi di riciclo sono saliti alle stelle, rendendo di fatto l’uso come combustibile (e relativo recupero di energia) l’impiego di gran lunga più conveniente.

    Aggiungo da ex-chimico che se l’impianto è fatto bene, di diossine non ne rilasci. Certo, io delle ditte pubbliche mi fido poco o niente, ma questo è un altro discorso.

    • (a) anche l’etichetta è “plastica” in un senso abbastanza ampio del termine (è PET 1, mentre il flacone è Polietilene ad alta densità e il tappo Polipropilene)
      (b) è ovvio che plastiche diverse si trattano in modo diverso. Ma se tu scrivi di separare fisicamente plastica-A da plastica-B e poi fai mettere insieme plastica-A e plastica-B, significa che credi (o vuoi far credere…) che negli impianti di riciclo riescano poi a dividere queste due plastiche. Io personalmente ho dei dubbi, ma non ho fonti né a conferma né a negazione.
      (c) lo so che un impianto fatto bene non rilascia diossina :-)

      • a) la maggior parte delle confezioni in commercio utilizzano una dozzina di tipi plastiche diverse (parlo della roba dei supermercati, al di fuori è una giungla di centinaia di tipi diversi)
        b) no, assolutamente no, le plastiche al riciclo NON vengono divise per tipo
        c) buon per te

        • > b) no, assolutamente no, le plastiche al riciclo NON vengono divise per tipo

          Sì, assolutamente sì. Da almeno venti anni ci sono macchinari per la separazione delle plastiche ed ogni centro di media dimensione li ha.

          Ad oggi è normalissimo avere macchinari che separano _almeno_ PP, PE, PET, PS, PVC.

          E questa è la normalità. Poi c’è il top della gamma Steinert che prima trincia tutto in pallini da 2 mm, poi separa a velocità da capogiro sulla base di analisi spettrografiche.

  2. Dimenticavo: la percentuale di plastica più o meno riciclata vs quella bruciata varia da comune a comune, dato che ognuno si organizza come vuole.

  3. Dati aggiornati sul riciclo si trovano da CONAI.
    Però mettendo insieme il post accanto… è tempo che propongo di usare i big data per vedere quanti tumori da diossine ci sono nell’area dell’inceneritore e in aree campione con altri tipi di eco-green-greta-business. Però mai nessuno vuole provare, ci sono solo studi arpa e antitumori che servono a dire che la generazione precedente di inceneritori era poco salutare, ma quella nuova è meglio degli incensini.

  4. Per quanto mi riguarda sono il tipo che si pone pure il problema di come riciclare le buste imbottite… ma quanta gente è così scrupolosa da rispettare le indicazioni per il riciclo riportate sulle confezioni? In ufficio abbiamo svariati bidoni per la differenziata, tra cui uno di indifferenziato apposta per i DPI, ma taluni miei colleghi se ne fregano.