La libreria Paravia e gli sconti sui libri

Leggo della chiusura della libreria torinese Paravia, e il mio primo commento è “ma non l’avevano già chiusa anni fa?” A mia parziale discolpa, ero passato due anni fa per via Garibaldi e non l’avevo più vista: non sapevo che si era spostata dietro piazza Arbarello, un posto che in effetti pur essendo in pieno centro è lontano dai flussi normali di transito. Motivo della chiusura? Il calo dei lettori, colpa di «Amazon che prima ha attirato i clienti solo con sconti esagerati, poiché in Italia manca una legge che tuteli i librai, e poi li ha abituati ad avere i prodotti a casa in tempi rapidissimi e con un assortimento incredibile» secondo le proprietarie della libreria, cosa ribadita in maniera un po’ più lirica da Paolo di Paolo che scrive «Perché mettere piede in una libreria non significa solo avere il libro che si cerca (come con un clic) ma trovare un libro che non stavamo cercando. E imparare a non fidarsi solo di sé stessi.»

Parlando al solito in prima persona, ecco un mio ricordo del 2011, subito prima della legge Levi (Levi che tra l’alro ora è presidente dell’AIE, l’associazione degli editori). Stava uscendo il mio primo libro Matematica in relax e volevo comprarmi alcune copie da regalare agli amici. Mi è stato più comodo prenderle da Amazon, che mi offriva lo stesso sconto del 40% che avrei avuto come autore. (E il 40% era un buono sconto autore, ci sono editori che ti fanno di meno). Diciamo che prima del 2011 c’erano indubbiamente delle storture a favore dell’e-commerce. Ma adesso non è che uno sconto del 15% sia così importante, pur essendo interessante, nella tipologia del mercato; e sono ragionevolmente certo che i lettori forti frequentatori di librerie ce l’hanno comunque (quando c’era la Celid e io vivevo a Torino gli sconti li avevo). E lasciamo poi perdere gli sconti surrettizi che spesso fa Amazon: certo, non puoi comprare altri libri perché sarebbero fuori legge; ma tutto il resto sì.

Il punto è per me un altro, e lo si vede anche in trasparenza nelle parole delle due librarie. Per quanto mi riguarda, mi sta benissimo vietare tutti gli sconti nei primi sei mesi di uscita di un libro; questi sì che drogano il mercato (e abbassano il guadagno dei librai). Dopo quella data, l’acquisto di un libro è spesso abbastanza ponderato; non è tanto il 15% di sconto né la disponibilità (quasi) immediata che fanno la differenza, quanto il sapere della sua esistenza. Ma in un mercato come quello italiano che ha superato i 70000 titoli annui l’unica possibilità per una libreria è specializzarsi in un qualche settore di non-novità. Il libraio non può più sapere tutto, anche se si mettesse a leggere le schede inviate dagli editori; ma un libraio che non sappia suggerire non dà nessun valore aggiunto. Io posso tranquillamente aspettare una settimana perché mi arrivi un libro, tanto poi finisce nel metro lineare di roba cartacea che devo ancora leggere. (Quella elettronica non la conto nemmeno) Però se tanto sono io che devo fare tutto il lavoro a questo punto lo faccio online.

Il guaio è che so benissimo che è facile dire “il libraio dovrebbe specializzarsi”, ma all’atto pratico non saprei assolutamente come fare. Nella fighetta Milano si tende ormai alla libreria-dove-si-mangia-e-beve; spero che i margini migliori aiutino, ma non sono così sicuro che sia quella la vera risposta. Ma magari quella dei libri è una battaglia persa in partenza, e dobbiamo farcene una ragione.

Ah, pare che Levi abbia detto che «tutti gli studi dimostrano che la lettura è connessa al Pil». Quindici anni fa si diceva che l’acquisto di libri (occhei, cosa diversa dalla lettura) era anticiclico, quindi cresceva al calare del Pil (occhei, sempre connessione è, anche se con correlazione negativa). Decidetevi.

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