_Le tribolazioni del filosofare_ (libro)

[copertina] Conosco da vent’anni Achille C. Varzi, e mi sono sempre divertito con i suoi libri, dal primo sulla teorie dei buchi (e di altre superficialità). Inutile dire che quando al Salone del Libro di Torino ho saputo che aveva appena pubblicato con Claudio Calosi una “Comedia metaphysica ne la quale si tratta de li errori & de le pene de l’Infero” (Achille C. Varzi e Claudio Calosi, Le tribolazioni del filosofare, Laterza 2014, pag. 269, € 19, ISBN 978-88-581-1089-8) mi sono fiondato allo stand di Laterza per comprarmelo, sapendo che non sarei rimasto deluso.

L’opera (“scoperta, redatta e commentata” dagli autori, come dice la copertina) è detta “Comedia” per l’ottima ragione che è scritta in terzine dantesche, e mimica la Divina Commedia dantesca. Parecchi versi sono presi verbatim o quasi da quest’ultima, e la struttura è modellata sull’Inferno dantesco, con una guida (Socrate) che porta il Poeta a scoprire quali pene i dannati soffrono. Naturalmente in questo caso non si parla di peccati, quanto piuttosto di errori filosofici, sempre più gravi man mano che si scende nell’Infero; oltre alle somiglianze vi sono anche molte differenze. Vi avviso subito che la lettura non è facile: non tanto per il testo poetico, quanto per tutto l’apparato di note che lo spiega, e che è del resto indispensabile per uno digiuno di filosofia come me. Nelle note vengono segnalate le analogie con molte altre opere, filosofiche e no, scritte nei secoli: il Poeta era davvero preveggente! Pensate che ci sono addirittura pensieri sulla quadridimensionalità spazio-temporale… Bisogna insomma centellinare il testo, ma vi assicuro che ne vale la pena! Per darvi un esempio, ecco alcuni versi che descrivono la Jungla de’ Lussuriosi, coloro che ritennero di poter risolvere i loro problemi filosofici arricchendo oltre misura il mondo nelle cose (IX, 68-75): “cotali apparizioni: un cavalero / che trassesi tirando ‘l suo capello; / un’arca ch’al suo dentro contenero / quell’arche che non si contengon loro; ed un fatal becchino, curvo e nero, / ch’iscava fosse a tutti e sol coloro / che la lor fossa non scavan da soli”. Avete indovinato a chi si riferisce il Poeta?
Un’ultima curiosità: il manoscritto non è completo, mancano infatti alcuni canti di cui si ha solo una sinossi. La cosa più divertente è che il numero complessivo di canti non è 34, come nell’inferno, ma 28: cioè un numero perfetto. Sarà una coincidenza?

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