pipponi

“sentinelle dell’Illinois”

Io non sono affatto d’accordo sul motivo per cui le sedicenti [*] Sentinelle manifestano. Però ritengo che abbiano pieno diritto di manifestare in quel modo, cioè silenziosamente e in modo non violento. Parallelamente però ritengo anche che il “nazista dell’Illinois” Giampietro Belotti avesse lo stesso diritto di contromanifestare come ha fatto, vestito da Grande Dittatore. (Ecco: non avrei usato il Mein Kampf, però. Non serviva a caratterizzare la protesta). Il punto è sempre il solito: spesso i diritti sono in conflitto tra di loro, e bisogna fare una scelta. Posso essere contrario ai matrimoni tra persone dello stesso sesso [**], ma devo avere il diritto di esprimere questa mia convinzione in maniera civile. Posso essere contrario alle Sentinelle in piedi, ma devo avere il diritto di esprimere questa mia convinzione in maniera civile.

[*] nel senso etimologico del termine
[**] per la cronaca io sono contrario al fatto che un matrimonio cattolico abbia automaticamente effetti civili. Per quanto riguarda i matrimoni civili, per me possono essere tra un numero qualunque di persone di qualunque sesso. Se volete, non chiamiamolo più “matrimonio”, così tagliamo la testa al toro.

io

Era lunedì mattina

Ieri mi hanno probabilmente fregato il ciclocomputer. Dico “probabilmente” perché ho un pallido ricordo di averlo tolto prima di entrare in pizzeria, ma non l’ho più trovato. Vabbè, mi sono detto, tanto ne ho uno uguale di scorta, sempre made in Lidl. Ieri sera lo cerco nell’ordine che regna sovrano a casa mia dove Anna non ha accesso e stamattina lo attacco al posto del vecchio. Peccato che non si accenda. Ma come, penso: è identico all’altro, si infila alla perfezione e non va?

Arrivo in ufficio e ne parlo col mio esperto di fiducia che subito mi fa: ma c’è la pila? Il bello è che avevo anche provato ad accenderlo prima di inserirlo, e non mi era mica venuto in mente che c’era qualcosa che non andava…

recensioni

_Breve storia della filosofia_ (libro)

[copertina]Di filosofia nel mondo occidentale se n’è fatta tanta, nei due millenni e mezzo abbondanti nei quali ci siamo occupati di tramandarla. Questo significa che una storia della filosofia è un’opera improba, a meno che non si scelga di avere un’enciclopedia oppure fare una cernita molto pesante. A questo punto il discorso passa su um altro tema: in che modo fare la cernita. Nigel Warburton, uno dei più noti “filosofi divulgativi” (esisterà il concetto?) britannici, ha pensato di fare pillole di filosofia: in questo libro (Nigel Warburton, Breve storia della filosofia [A Little History of Philosophy], Salani 2013 [2011], pag. 267, € 14,90, ISBN 9788867151103, trad. Laura De Tomasi) ciascun filosofo viene trattato in quattro o cinque pagine, un po’ come dire in un post un po’ più lungo della media. (L’unica eccezione è Kant che otttiene ben due capitoli; inoltre spesso più che di un autore si parla di una scuola, e quindi i filosofi nel capitolo sono più di uno). La seconda caratteristica del libro è che nasce come una collana, nel senso di successione logica: alla fine di ogni capitolo Walburton si inventa un modo per tirare fuori il nome del filosofo del capitolo successivo. (e l’ultimo capitolo ci riporta a Platone con cui si apre l’opera…) Diciamo che non gli riesce sempre così bene…
Il testo è naturalmente molto semplicistico, e tende a evidenziare un singolo punto nel pensiero di ciascun filosofo, lasciando spesso in sottofondo le relazioni tra i vari pensieri. C’è però di buono che tardo Ottocento e Novecento sono trattati molto ampiamente, il che è utile per quelli come me che hanno una formazione scolastica e si sono fermati più o meno a Hegel. La traduzione di Laura De Tomasi mantiene lo stile leggero che contraddistingue l’opera, ma non posso perdonarle di avere usato il genere maschile per George Eliot e subito dopo aver massacrato un limerick (che chiaramente non è stato definito come tale)…

varie

Google e i giornali (tedeschi)

Leggo sul Post (sono andato anche sul blog tedesco di Google, ma ammetto che è stato troppo difficile per me e non mi sono fidato di usare un traduttore automatico) che dalla prossima settimana Google.de non mostrerà più le anteprime delle notizie di vari giornali tedeschi, a partire da Bild. Motivo di tutto questo? Una recente legge tedesca che afferma che titolo e link sono liberamente utilizzabili, mentre per anteprime e ritagli occorre chiedere il permesso e acquisire i diritti dalle società editrici. Google ha detto “Bene: o mi date gratuitamente il diritto, oppure vi scordate che io vi dia dei soldi. Nel secondo caso mi limiterò a mettere titolo e link, come mi è permesso senza dover chiedere nulla”.

Chi ha ragione in tutto questo? Boh. Diciamo che se Google non avesse messo neppure titolo e link alle notizie allora avrebbe sicuramente avuto torto, ma sono stati abbastanza furbi da non farlo. Tra l’altro non so neppure cosa succederà con gli altri motori di ricerca: se per esempio Axel Springer decidesse di permettere a Bing di inserire gli snippet a Bild senza pagare, o pagando una cifra simbolica, Google avrebbe il diritto di ricorrere in tribunale per discriminazione? Vedendo le cose da un altro punto di vista, qual è la quantità di informazione che risulta sufficiente per un lettore, e quindi non lo invita a cliccare effettivamente sul link e andare sul sito del giornale – che a questo punto può guadagnare qualcosa con la pubblicità sul proprio sito? Certo, esistono giornali che ormai non hanno titoli ma click-bait, come raccontavo qualche mese fa: una rapida occhiata a Bild mi ha fatto capire che in Germania non siamo ancora a questo livello ma non si sa mai cosa potrà capitare tra poco. Per quanto mi riguarda, credo che ci sia una bella differenza tra venire a sapere una notizia e leggere un articolo, e non capisco perché io debba fare un clic in più nei molti casi in cui quello che mi importa è solo la prima cosa; ma magari è colpa mia, che voglio tutto e subito. Voi che ne pensate?

IA e informatica, old

Non sono così originale

Dopo non so quanti anni, Telecom mi ha assegnato un bel furbofono: il Sony Xperia Z2 (“la piastrella”). Sto ancora cercando di abituarmi all’interfaccia Android, che in un paio d’anni è incredibilmente migliorata; ma quello che mi ha davvero stupito è l’autocompletion.
Sul vecchio tablet (“il racchettone”) funzionava sì e no, più no che sì; qui mi indovina la parola dopo tre o quattro lettere, senza che io abbia ancora scritto chissà cosa.
Insomma, mi sa che la mia prosa non sia così frizzante come pensavo…

(però postare da furbofono come sto facendo ora è sempre una mezza chiavica, intendiamoci)

io

mi hanno sbagliato il nome :(

Innanzitutto, dovete sapere che giovedì 16 ottobre alle 15 sarò a Settimo Torinese – Biblioteca Archimede, sala Levi – per fare una chiacchierata matematica nell’ambito della seconda edizione del Festival dell’Innovazione e della Scienza.

Detto questo, sappiate che nonostante quanto scritto nella brochure non mi sono mai chiamato Paolo. (Ovviamente me ne sono accorto solo ora, mica faccio ricerche di ego surfing con un altro nome!)

recensioni

_L’uomo che credeva di essere Riemann_ (libro)

[copertina] Intorno a pagina trenta di questo libro (Stefania Piazzino, L’uomo che credeva di essere Riemann, E/O 2014, pag. 134, € 15, ISBN 978-8866324386) stavo per esercitare uno dei diritti del lettore e lasciarlo perdere. Poi mi sono detto che in fin dei conti non era troppo lungo e potevo fare uno sforzo; per fortuna è un po’ migliorato, anche se non mi sentirei proprio di parlare di capolavoro. L’idea di base del libro, mescolare psicanalisi e matematica con il protagonista che deve curare il genio matematico che crede di essere diventato Bernhard Riemann alll’apprendere la falsa notizia che la congettura di quest’ultimo era stata dimostrata, è interessante: ma tutta la parte iniziale dove il professore pensa di essere Riemann adolescente è piuttosto stucchevole e la parte di spy story completamente fuori bersaglio (anche se la congettura fosse verificata non succederebbe in realtà nulla agli algoritmi di crittografia a chiave pubblica che usiamo: avremmo solo dimostrato che la struttura dei numeri primi è la più uniforme possibile nella sua non uniformità). In compenso le chiacchiere nella seconda metà del libro sono piacevoli, così come gli scorci di Milano, tra Villa Necchi Campiglio e il vecchio psicanalista (avrei detto fosse Cesare Musatti, ma mi sa che era già morto nell’anno non meglio identificato in cui il libro è ambientato). Per quanto riguarda la parte psicoanalistica non posso dare alcun giudizio, non sapendone nulla. Il risultato finale? un mah.

io

dinamiche da giardinetti

Davanti all’asilo dei miei bimbi ci sono dei giardinetti. Niente di che, tre giochi in croce e qualche panchina, poi fuori dal recinto un campo di basket, una specie di gazebo dove ogni tanto ci sono dei sudamericani che si allenano a fare coreografie di danza, e una microcollinetta che copre il parcheggio sotterraneo gestito da ATM. Ogni tanto viene fatta una raccolta di firme per avere una macchina dei vigili a stazionare la mattina per mandare via un po’ di gentaglia; al pomeriggio generalmente trovi solo mamme nonne e bimbi di varie nazionalità.

Oggi pomeriggio come al solito c’eravamo anche noi, nel senso di io e i cinquenni; loro a giocare con i compagni di scuola, io a chiacchierare. A un certo punto arriva Jacopo e mi dice “non c’è più il mio monopattino!” Io do un’occhiata in giro e non vedo il monopattino. Ricontrollo più attentamente tutta la parte recintata: niente da fare. A questo punto esco e comincio a cercare in giro. A un certo punto vedo, ben lontano e verso la parte della collinetta, un bimbo su un monopattino. Vado a vedere più da vicino: il bimbo intanto se ne sta salendo sulla rampa della collinetta. Arrivo sotto la rampa e verifico che il monopattino è quello di Jacopo. Dico al bimbo “Di chi è quel monopattino?”: e lui “È mio”. Io replico “No, non è tuo, perché è quello di mio figlio” e me lo prendo. (Non preoccupatevi: il bimbo in questione era in piedi vicino al monopattino: non l’ho toccato né si è dovuto spostare).

A quel punto la madre del bambino, che era a qualche metro di distanza, inveisce contro di me perché non si fa così, che quello era un bambino di tre anni e mica mi stava rubando il monopattino; dopo che le ho risposto dicendo che non ho dubbi su cosa diventerà il bambino con una madre simile ha continuato a prendersela con me, fiancheggiata poi dalle sue compagne che casualmente erano sedute vicino a dove mi ero fermato io.

Ora, io ho un bambino che è un esperto nel prendere roba altrui, da anni. Il punto è che mi ricordo perfettamente che quando lui aveva tre anni faceva la posta alle biciclette degli altri bambini, e appena le posavano davanti ai loro genitori quello lì si piantava davanti e chiedeva “Signora? Posso?” (E comunque se ne stava nella zona recintata). Se Jacopo avesse fatto quello che ha fatto l’altro bambino, per prima cosa mi sarei scusato con l’altro genitore e per seconda cosa l’avrei sgridato perché le cose non si prendono senza chiedere.

Inutile specificare la nazionalità della signora in questione.

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