_La scienza delle serie tv_ (libro)
Le serie tv sono molto mutate nei decenni. Siamo partiti dagli episodi autoconclusi di un tempo, poco più di una serie di sketch su un canovaccio, e ora abbiamo una trama coerente che si dipana da episodio in episodio, sempre che non decidiamo di fare una scorpacciata (il binge watch) e non ci spariamo tutte le puntate di fila. Andrea Gentile ha scelto di unire la passione per le serie tv a quella per la divulgazione scientifica; in questo libro (Andrea Gentile, La scienza delle serie TV, Codice Edizioni 2016, pag. 175, € 18, ISBN 9788875785871) prende dieci serie tv, dal Doctor Who a Dr House, da Battlestar Galactica a The Big Bang Theory, e le usa come base per vedere quante delle cose raccontate sono non dico vere ma plausibili, raccontandoci nel contempo un po’ di aneddoti scientifici e televisivi. Certo, sappiamo tutti che quando guardiamo quegli episodi sospendiamo il nostro pensiero scientifico; il bello di Gentile è proprio partire da queste assunzioni e mostrare quello che si può davvero fare con la scienza, cosa che sarà poco televisiva ma secondo me è davvero interessante e soprattutto non si trova facilmente in giro. Ma non preoccupatevi: ogni capitolo termina con una decina di curiosità legate alla serie tv e non alla scienza, come ciambella di salvataggio dopo il tuffo nel mare magnum della scienza. Menzione particolare per i bei disegni di Marco Romano, che abbelliscono il testo.

Peter Seewald è stato l’interlocutore preferito da Joseph Ratzinger, e quindi non è poi così strano che abbia potuto intervistare il papa emerito anche in questi ultimi anni, dopo che ha lasciato il ministero petrino. Questo libro (Benedetto XVI, 
La matematica ricreativa è dannatamente seria. Magari non ci credete, ma è così: il suo punto di partenza è ovviamente diverso da quello per esempio della fisica matematica, ma una volta impostato il problema la sua risuluzione può essere semplice o complicata, o magari impossibile, esattamente allo stesso modo. Questo testo (Jennifer Beineke e Jason Rosenhouse (ed.),
Quasi mille pagine per parlare dei Beatles prima che diventassero i Beatles. Troppe? Beh, per un vero fan no. Questo primo volume della Biografia Beatlesiana Definitiva (Mark Lewisohn,
Usare i personaggi carrolliani per un libro che fondamentalmente si può definire “matematica elementare da un punto di vista superiore” è una cattiveria. Il vero guaio però è che – almeno a mio giudizio – il risultato non è poi così ottimo. Il capitolo zero di questo libro (Andy Liu,
Che cosa ha a che fare una signorina poco vestita nella copertina di questo vecchio pamphlet (Giampaolo Dossena, Le contrappuntiste nelle aiuole, Comix-Vallardi 1994, pag. 32, ISBN 9788876863141), un emulo dei Millelire di Stampa Alternativa, che ho ritrovato facendo ordine in casa? Beh, Giampaolo Dossena era una persona serissima e proprio per questo capace di evocare immagini licenziose anche quando parla di giochi di parole da un punto di vista scientifico. In quel periodo Dossena aveva appena pubblicato il Dizionario dei giochi con le parole, e questo libretto poteva in un certo senso essere considerato un teaser: un modo per pubblicizzare l’altro prodotto, condensando un paio dei concetti del libro maggiore per incuriosire i potenziali acquirenti. Beh, garantisco che la cosa era venuta bene, nel senso che queste poche pagine rendono l’idea dello stile di Dossena. Una nota personale: quando Dossena prende posizione contro la terza scuola di pensiero, quella che se non trova una parola con una certa configurazione prova a generarne una, e scrive «Non è da escludere che entrino in uso ‘nettafilobus, semifactotum, compilarebus’», sta citando il sottoscritto che gli aveva mandato questi termini nel 1982, quando io ero uno studente liceale e lui teneva la rubrica di giochi di parole su Tuttolibri. No, regolapickup e soprattutto contracchewinggum non sono creazioni mie: io avevo anche caposervitù e videotabù, oltre a un regolagrisù che non ho più ritrovato. Anch’io ho un limite.
Tutti parliamo e sparliamo di privacy. Spesso però non abbiamo chiaro di che cosa stiamo parlando, perché sotto l’ombrello “privacy” si mettono per esempio il diritto a non essere fotografati in giro – diritto alla solitudine, potremmo chiamarlo – e quello a non volere che le informazioni su di noi siano conosciute da altri senza il nostro consenso preventivo – diciamo un diritto all’autodeterminazione. Questi campi si sovrappongono in parte ma non sono uguali, e trattarli come un unico blocco non è l’opzione ottimale. Il tema tra l’altro è in continuo divenire: questa versione del saggio di Raymond Wacks (Raymond Wacks,