Ritorno a casa (teatro)
Ritorno a casa è stato ideato da Harold Pinter nel 1965, quindi l’anno scorso ha compiuto 60 anni e Massimo Popolizio ha portando in scena lo spettacolo, che in queste settimane è al Piccolo Teatro Grassi (con tutto esaurito). Che posso dire? Come afferma il libretto di scena, la nuova traduzione a cura di Alessandra Serra aggiunge dei tratti più da commedia a quelli di un’opera che nasce per essere politica, anche se Pinter ai tempi lo negò espressamente: basti pensare al “ci ha fregato” con cui lo spettacolo si chiude.
Personalmente ho trovato la prima parte piuttosto pesante, con l’interazione tra Max e Lenny – ma anche quella tra Teddy e Ruth – piuttosto pesanti. la recitazione si risolleva a partire dall’incontro tra Ruth e Joey, dove si intravede dove si sta andando a parare: da lì in poi l’affiatamento è molto maggiore. Tenuto conto che Popolizio ha costruito la rappresentazione su sé stesso, essendo anche il regista, non ha molto senso parlare degli altri attori, se non per dire che i movimenti fatti fare a Lenny e Joey, soprattutto al primo (passi per il secondo, che fa il pugile dall’inizio alla fine…) sono piuttosto incongrui. Popolizio mantiene bene la scena, per fortuna. La parte di Sam serve soprattutto come contraltare, e il suo lavoro è fatto bene.

Questo libretto nasce da un progetto della SUPSI (trovate tutto, anche il fumetto,
Si ricomincia con i libri da leggere per verificare che mio figlio li legga davvero e sappia poi fare le verifiche a scuola. Questa opera seconda di Morosinotto è scritta molto bene, nel senso che la storia (potremmo quasi definirla un romanzo storico, visto che alcuni dei personaggi di contorno sono realmente esistiti) si costruisce man mano, dando uno spaccato della New York della fine degli anni ’20 del secolo scorso; il tutto inframezzato dalla storia di Bill Swan, schiavo finito con gli inglesi durante la guerra di indipendenza americana. Poi chiaramente è uno juvenile, e non potete aspettarvi una caratterizzazione introspettiva di chissà quale tipo, ma direi che non è certo quello il punto. A me personalmente le tavole all’inizio dei capitoli non dicono molto, anche se Morosinotto scrive nella postfazione che ci ha messo molta cura, ma a ciascuno il suo.
Guido Damini si autodefinisce “storico da bar” (ma è laureato con lode in storia moderna, non bara) e dovrebbe essere noto agli amanti dei podcast: io, che podcast non ne ascolto, l’ho però scoperto dalla
[Disclaimer: Ho ricevuto il libro grazie al programma Early Reviewer di LibraryThing]
Siamo proprio sicuri di sapere cosa sia il negazionismo scientifico? Luca Tambolo in questo libro ci fa vedere come ci siano molte diverse accezioni, e prese di posizione che spesso definiamo come negazionismo in realtà non lo sono. Peggio ancora, non è neppure possibile dare una definizione netta di cosa sia il negazionismo scientifico, perché c’è tutto uno spettro di posizioni. Il testo alterna sezioni in cui l’autore fa l’avvocato del diavolo e ci instilla dei dubbi con altre sezioni in cui si comporta come un negazionista alla rovescia, nel senso che usa qualche trucchetto retorico per portarci sulla sua posizione. Insomma, non pensate che il libro sia una lettura leggera: sarete costretti ad attivare i neuroni. Alla fine, però, avrete un’idea di come la scienza sia imperfetta ma a grandi linee funzioni e si evolva, mentre tipicamente il negazionista non si smuove di un millimetro e si fissi sulle eccezioni che per lui diventano regole. Niente fideismo, dunque, ma sano senso critico da mettere in pratica anche quando – come nella maggior parte dei casi – non possiamo certo verificare direttamente le posizioni opposte.
Questo racconto molto lungo (o romanzo parecchio breve, scegliete voi) parte da un assunto piuttosto difficile da credere: l’anno dopo avere conseguito la maturità classica, i compagni di classe si ritrovano a pranzo e decidono di fare una sorta di lotteria: ogni anno ciascuno di loro conferirà a una cassa comune una certa somma di denaro che verrà investita, e gli ultimi tre sopravvissuti la riceveranno. Quella che sembra inizialmente una trovata goliardica di quando si è giovani e si pensa di essere immortali diventa sempre più ingombrante, e le dinamiche all’interno della classe esplodono piuttosto rapidamente, anche se non posso spiegarle qui per evitare spoiler. Posso solo aggiungere che la storia parte nel passato e termina nel futuro, e che a mio parere il punto centrale è la morte di Gene Hackman, che scommetto essere stata l’idea da cui Mari è partito per scrivere la storia. È interessante vedere come il protagonista cambi man mano che si procede nella storia: in definitiva, se siete disposti ad accettare una suspension of disbelief, la lettura è indubbiamente piacevole.