MEI (museo)
Il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, nato provvisoriamente a Genova, è dall’anno scorso situato nella sede della Commenda di San Giovanni di Prè a Genova (sette minuti a piedi da Piazza Principe, insomma raggiungibile senza problemi).
Quando nelle vacanze di Natale siamo passati a vederlo era praticamente vuoto, e quindi ce lo siamo potuti godere con calma. Ho dei dubbi su alcune scelte: non tanto l’idea di un museo multimediale, che ci può anche stare, quanto l’obbligo pratico di usare un orologino NFC per attivare i vari tabelloni nel percorso, cosa di cui non vedo l’utilità se non nel fare statistiche su quali sono più visti. (Ma a questo punto manda anche un file di riepilogo al visitatore, no?). Anche i video con gli attori che facevano rivivere quanto accaduto in passato, dal procacciatore di emigranti alle mogli di guerra, erano forse un po’ troppo stucchevoli. L’altra cosa che non mi è chiara è la logica del biglietto famiglie per due adulti e un solo ragazzo. D’accordo la denatalità, ma così fa un po’ ridere. Detto questo, mi affretto ad aggiungere che il museo in sé è molto interessante: non credo che farà comprendere a molta gente che una volta i migranti eravamo noi, però i video degli anni ’50 e ’60 mostrano per esempio come riuscivamo a farci strada. I ragazzi sono stati estasiati soprattutto dallo scivolo usato per scendere dalla parte più alta, dove si poteva provare a “dare le risposte giuste” quando uno andava all’estero a cercare lavoro (e ovviamente gli facevano il terzo grado nella loro lingua madre). Io e Anna invece siamo rimasti estasiati da come hanno restaurato la Commenda: vale la pena di andare al museo anche solo per questo :-)

[Disclaimer: Ho ricevuto il libro grazie al programma Early Reviewer di LibraryThing]
Vabbè, immagino che l’introduzione di Spielberg in cui ci ringrazia per aver visto il film al cinema sarà tolta quando finirà in TV oppure in streaming :-) Ma a parte questo devo dire che il film mi è sembrato troppo autocelebrativo. Posso capire la scelta di essere volutamente lento, ma se stai raccontando episodi della tua vita da ragazzo semplicemente cambiando i nomi ai protagonisti secondo me non lo fai mica per raccontare l’amore per il cinema, quanto per toglierti alcuni sassolini dalle scarpe: alcuni assolutamente condivisibili, come l’antiebraismo nella high school (ma in Oregon non ce n’era?), altri probabilmente troppo personali come il divorzio dei genitori.
Vabbè, nessuno pensa davvero che Ritorno al Futuro sia un film con una trama solida: la suspension of disbelief è massima… Ma Jeffrey Dean la pensa altrimenti, e ha scritto questo libro per mostrare al fan e al curioso quali sono gli errori marchiani ma anche come sia possibile cercare di far quadrare capra e cavoli (spolier: occorre la teoria del multiverso). Metà del libro è anche dedicata a un reboot della storia, secondo i suoi parametri.
La scorsa settimana Anna e io siamo andati a vedere
Si dice sempre che siamo frutto del caso. Ma quanto è davvero così? Secondo Sean Carroll lo è molto di più di quanto possiamo mai pensare. In questo libro racconta l’insieme di eventi che ci hanno portato ad esistere, a partire dal famoso asteroide che ha cancellato quasi tutta la vita sulla Terra e ha permesso ai mammiferi di uscire dalla propria nicchia per colonizzare il pianeta, per arrivare a una spiegazione di come mai possono esserci mutazioni – non ci crederete: una fluttuazione quantistica può modificare una base del DNA anche senza nessun errore di trascrizione da parte dell’RNA messaggero. Ci sono alcuni esempi di persone particolarmente fortunate o sfortunate, ma mi pare siano stati messi solo per colorire un po’ il testo. Carroll afferma chiaramente che è inutile ipotizzare l’esistenza di Dio, visto che il caso spiega tutto; nell’ultimo capitolo del libro costruisce un panel immaginario con vari umoristi e comici (più Camus e Monod, suoi idoli) sul tema “perché voi siete statisticamente meno legati al concetto di Dio” che mi è parso piuttosto fuori contesto. Buona la traduzione di Allegra Panini.
Io e la fisica non siamo mai andati molto d’accordo. All’università il mio “senso fisico” era un predittore abbastanza infallibile, purché lo considerassi come correlazione inversa, nel senso che se tra le possibilità A e B io ritenevo giusta A, allora dovevo usare B per arrivare alla soluzione corretta.
Credo che tutti noi abbiamo detto più e più volte che il famigerato paniere Istat è tarato per farci credere che l’inflazione sia molto minore di quello che vediamo davvero. Confesso di averlo pensato anch’io: ecco perché questo libro è importante. Barbieri e Giacché, che hanno lavorato a lungo in Istat, compongono una storia del paniere che si intreccia con quella dell’Italia e con quella di cinema, televisione e canzoni italiane, immagino per passione degli autori. Dalle spiegazioni dettagliate su come beni e percentuali relative sono cambiate negli anni vediamo una lenta ma continua evoluzione della nostra nazione. Non sono taciuti i problemi – tanto per dire, le rilevazioni non sono fatte in tutta Italia ma solo in alcuni capoluoghi di provincia – ma si spiega anche il duplice motivo per cui l’inflazione percepita è molto maggiore della reale. In pratica ci sono due ragioni: la prima è che noi tendiamo ad accorgerci più dei rincari che dei ribassi, che pure ci sono: si pensi al costo delle telecomunicazione. La seconda è che un prodotto entra nel paniere quando la spesa relativa per i consumi delle famiglie è uguale o superiore a un millesimo della spesa totale da esse sostenuta. Questo implica che i prodotti entrano quando sono ancora cari, e man mano che vengono adottati calano di prezzo. Consiglio vivamente la lettura anche e soprattutto a coloro che credono che la statistica sia solo un insieme di aridi numeri.