_La ludoteca di Babele_ (libro)
Dopo Il falò delle vanità, nel quale aveva distrutto le poche certezze che io avevo a riguardo della creatività, Stafano Bartezzaghi pubblica nuovamente per Utet; (Stefano Bartezzaghi, La ludoteca di Babele, Utet 2016, pag. 210, € 14, ISBN 978-88-511-3858-5) stavolta si dedica al concetto di gioco, partendo dalla semplice considerazione che non era convinto delle tantissime definizioni diverse che aveva raccolto nei decenni. Il risultato però non mi pare del tutto convincente. Ci sono delle classificazioni interessanti e condivisibili, come la distinzione tra paidia anarchica e ludus irreggimentato, ripresa poi da Eco su play e game, oppure la tetractomia di Roger Caillois tra l’agon competitivo, l’alea contro il destino, la mimicry che si dedica all’illusione e l’ilinx vertiginoso. Però avrei sperato di trovare una tassonomia più completa,che invece sfugge alla lettura. In definitiva, il succo è che il gioco può essere una cosa seria oppure no, e tutto dipende da noi.
(P.S.: ricordo che Utet ha l’ottima usanza di regalare l’ebook a chi compra l’edizione cartacea del libro. Se vi chiedete a che diavolo serve, rispondo “volete mettere la semplicità di fare una ricerca nel testo senza doversi scorrere tutto il libro?”)

Il rumore che dà il titolo a questo ebook (Antonio Pavolini,
Che cos’è un algoritmo? Oramai la metafora classica è ben nota: una ricetta, dove però non si trovano quelle indicazioni “un pizzico”, “q.b.” e simili che fanno imbestialire chi come me non capisce perché i dati nonpossano essere specificate una volta per tutte. In questo libro (Carlo Toffalori,
Cosa vuol dire tradurre? La domanda è meno peregrina di quanto appaia. Se ci fosse una risposta precisa, non ci sarebbe alcun problema almeno in linea di principio ad avere una traduzione automatica o perlomeno una teoria della traduzione: ma entrambe le cose non esistono. In passato, anche Umberto Eco si era cimentato nel raccontare la sua idea di traduzione, come vista dal punto di vista un po’ di sbieco dato dalla semiotica; in questo libro (Umberto Eco,
Tutti ci riempiamo la bocca con il darwinismo e l’evoluzione, ma spesso non abbiamo ben chiaro ciò che stiamo dicendo. In questo libro (Marco Ferrari,
Questo vecchio libro di Raymond Smullyan, come dice il titolo (Raymond Smullyan, The Chess Mysteries of Sherlock Holmes, Random House 1979, pag. 171, ISBN 9780394737577), parla di problemi di scacchi. Ma questi problemi sono peculiari, perché le partite giocate sono tutto fuorché serie, pur rimanendo legali. I problemi sono infatti definiti di “analisi retrogada”: partendo dalla posizione mostrata occorre scoprire cosa è successo in passato, se per esempio si può fare un arrocco, oppure capire in quale di due caselle adiacenti bisogna posizionare un pedone, o così via. Essendo necessarie grandi doti di logica, è solo naturale che il protagonista sia Sherlock Holmes con il fidato dottor Watson. Secondo me dopo i primi esempi ci si stanca un po’, ma ci sono chicche tipo il matto che si può solo ottenere con la promozione di un pedone in un pezzo del colore opposto (fino a duecento anni fa non era vietato…) che vale la pena leggere.
Come si può insegnare la matematica ai bambini dei primi anni delle elementari? Andrew Day lo fa da un punto di vista peculiare, dato che lui non è matematico ma filosofo. D’altra parte, non è che occorra spiegare loro chissà quali teoremi! Questo libro (Andrew Day,