Sempre sulle pensioni

Su lavoce.info, Tito Boeri torna sulle pensioni e sulla loro riforma. Io resto dell’idea che il metodo misto dovrebbe essere applicato a tutti, anche ai “vecchi”, fin da oggi; che i coefficienti di trasformazione (tradotto in italiano: il calcolo statistico che ti farà avere in media i soldi che hai dato come contributi più la loro rivalutazione) debbano essere ricalcolati, magari anche più spesso che ogni 10 anni come dice la legge (disattesa); e che a questo punto uno può andare in pensione quando vuole sapendo che prima andrà meno prenderà, dato che gli stessi soldi bisogna spalmarglieli in più anni. Però, anche se sono un matematico, so bene che nessun governo avrà il coraggio di fare queste cose.

pensioni

Sfruttando i riflessi più lenti degli italiani dovuti ai cenoni del periodo natalizio, si torna a parlare di riforma delle pensioni. La storia ormai si trascina direi dal 1994, quando il governo Berlusconi I cadde soprattutto per questa ragione e Dini l’anno dopo fece una riforma praticamente identica. Essendo Silvio una persona che sa imparare dai propri errori, nella scorsa legislatura inventò lo “scalone” (di colpo ci sarebbero voluti tre anni in più per andare in pensione di anzianità), ma molto opportunamente lo fece partire nel 2008, per la serie “nascondiamo la polvere sotto il tappeto”. Un’altra piccola dimenticanza del precedente governo è stata l’attuazione della legge Dini: nel 2005 si sarebbero dovuti ricalcolare i coefficienti della pensione, per adeguarli all’attuale speranza di vita.
Prima del pippone vero e proprio, ecco un bignamino per non perdervi:
pensione di anzianità: è quella che si ha quando si è raggiunto un certo numero di anni di contributi. Una volta era indipendente dall’età anagrafica, ora bisogna comunque avere una certa età.
pensione di vecchiaia: è quella che si ha quando si raggiunge l’età pensionabile: attualmente 65 anni per gli uomini e 60 per le donne, tranne in casi particolari.
metodo retributivo: il calcolo della pensione viene fatto considerando una percentuale fissa per ogni anno lavorato, e calcolata sulla media dello stipendio degli ultimi 10 anni per i lavoratori dipendenti e 15 per gli autonomi (una volta era l’ultimo anno). Vale solo per chi a fine 1995 aveva già 18 anni di contributi.
metodo contributivo: la pensione si calcola a partire dai contributi pagati negli anni e rivalutati secondo il prodotto lordo, e dall’aspettativa di vita che si ha quando si va in pensione. Vale per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995.
metodo misto: vale per tutti gli altri. Per i contributi fino al 1995, si applica il metodo retributivo; per i successivi, il contributico.
Bene. Ora si può partire.
Innanzitutto faccio notare come le riforme del sistema pensionistico siano sempre state osteggiate, per una ragione molto banale: si paga oggi per qualcosa che forse avremo tra un bel po’ di anni. Questo porta appunto all’impossibilità pratica di avere una vera riforma organica, sostituita da una serie di aggiustamenti che alla fine rendono la gente ancora più ostile. Guardando la cosa da fuori, è chiaro che il metodo retributivo può funzionare solamente se il numero di lavoratori aumenta esponenzialmente, oppure se i contributi pagati crescono enormemente rispetto allo stipendio: due condizioni ovviamente irrealizzabili. Di per sé, sarebbe stato più corretto che con la riforma Dini tutti i lavoratori, anche quelli con più di 18 anni di contributi, avessero il metodo pensionistico misto: si sarebbero mantenuti i diritti del passato facendo una vera svolta. Naturalmente questo non è stato fatto, per evitare rivoluzioni di piazza (gli iscritti al sindacato, quando non sono pensionati, sono lavoratori di una certa anzianità…) Lo stesso per i contributi agli autonomi, le cui percentuali crescono molto lentamente: voglio vedere cosa succederà quando loro andranno in pensione, il che capiterà probabilmente quando ci andrò anche io.
Assodato che il metodo contributivo è il più corretto, resta il problema di quando uno può andare in pensione, e con quanti soldi. Come ho scritto prima, se i conti si fanno calcolando statisticamente l’aspettativa di vita, uno dovrebbe potere andare in pensione quando vuole: più è giovane e meno prenderà, a parità di contributi versati. Però se l’aspettativa di vita si allunga in generale, è logico che la pensione si abbassi, oppure si debba lavorare di più. Non che questo valga per chi andrà in pensione in questi anni, però: sono tutti con metodo retributivo.
Resta infine il terzo punto: se è corretto che tutti si vada in pensione alla stessa età. Sono perfettamente d’accordo che un operaio che fa i turni fa molta più fatica di me, e quindi sarebbe giusto che andasse in pensione prima. Basta però che le cose si dicano chiaramente: esattamente come esistono le pensioni sociali, cioè soldi che lo Stato prende dalle tasse di tutti per darli a chi per una ragione o per l’altra non ha dato contributi, si può stabilire che lo Stato (cioè noi, ripeto ancora una volta) metta dei contributi figurativi a chi fa certi lavori, in modo che il montante su cui si calcola la pensione aumenti rispetto a quanto effettivamente pagato. A questo punto, uno può andare in pensione prima perché avrebbe comunque una pensione più alta. Peccato che – tanto per cambiare – nessuno avrà mai il coraggio di dire esplicitamente questa cosa, e nella migliore delle ipotesi si nasconderà tutto dentro il calderone INPS, senza fare alcuna distinzione tra i soldi messi dai lavoratori per la propria pensione e quelli dello Stato.
Bon, per il momento basta pippone. Potrei fare come Marcorè/Gasparri: “l’hai letto tutto? sì? allora me lo spieghi un po’?”