“non leggo da tre anni”

Nella mia bolla Facebook è comparsa questa notizia riguardo alla sottosegretaria ai beni culturali Lucia Borgonzoni, con tutte le battute del caso. Tutto questo non è solo inutile, ma anche deleterio.

Siamo una nazione in cui tre italiani adulti su cinque non leggono libri. Leggere non è visto come un valore: nel migliore dei casi viene considerato un passatempo come un altro, nel peggiore una perdita di tempo. Non è un caso che poi continui con “Ora che mi dedicherò alla cultura magari andrò più al cinema e a teatro”, attività che richiedono sì tempo e denaro ma possono sembrare più interessanti per l’elettorato cui la sottosegretaria si rivolge. D’altro canto, leggere non è un fine ma un mezzo: più che farsi a vicenda l’occhiolino dicendo quanto si è bravi, è più utile sfruttare le proprie letture per imparare a controbattere agli slogan con altri slogan. (Di nuovo, entrare nel merito in genere non serve a nulla se c’è un rifiuto aprioristico dall’altra parte) Lo so, sto peccando anch’io con questo post, ma a mia discolpa sono certo che i miei ventun lettori abbiano le competenze necessarie per capire quello che scrivo: il bello di avere un blog di nicchia è questo.

Un’ultima nota: la mia sensazione è che se putacaso la maggioranza degli italiani fossse stata a favore degli sbarchi dei migranti allora Salvini sarebbe il primo a tuonare contro i cattivoni dei libici. Certe frasi sono studiate apposta per guadagnare voti, e mandarle in giro fa solo il loro gioco.

Link tax e controllo copyright

Quando ieri durante l’Internet Day 2018 Luigi Di Maio ha parlato di voler proporre il diritto ad Internet, con mezz’ora di connessione gratuita al giorno, è riuscito con rara maestria a rendere irrilevante l’altra sua affermazione, quella che era davvero importante e che riguarda un tema caldo di cui in Italia si parla ancora poco: la possibile introduzione della cosiddetta link tax e del controllo preventivo degli upload.

Facciamo un passo indietro. La scorsa settimana la Commissione giuridica del Parlamento Europeo ha esaminato una serie di modifiche al testo della direttiva Digital Single Market che ora andrà al voto dell’Europarlamento. In questo frangente è stato scelto di approvare alcuni emendamenti – in linguaggio burocratico, si è preparato un testo di compromesso rispetto a quanto le varie lobby hanno proposto per bocca dei parlamentari – che renderanno più difficile, anziché più semplice, condividere materiale. Gli articoli relativi sono l’11 e il 13. Nel primo, viene introdotto il divieto di aggregare piccole porzioni di testo relative alle notizie prodotte dai media – porzioni che naturalmente hanno un collegamento al testo completo nel sito originale – senza un previo pagamento al sito originario; il termine tecnico è “ancillary copyright”, ma tutti la chiamano Google tax. Il secondo articolo, invece, inverte invece l’onere della prova e obbliga i siti che ricevono materiale da parte degli utenti di verificare preventivamente che esso non sia sotto copyright, mentre ora sono solo tenuti a eliminarlo dietro notifica degli aventi diritto.

A prima vista forse non si direbbe che ci sia nulla di male, anzi si afferma un sacrosanto diritto. Guardiamo però più attentamente quali possono essere le conseguenze pratiche. Per la link tax si fa molto in fretta, perché essa è già stata implementata in due nazioni europee, Germania nel 2013 e Spagna nel 2014. Risultato? In Germania la tassa la pagano (forse) i piccoli provider ma i media più importanti hanno dato a Google una licenza gratuita; in Spagna Google aveva semplicemente deciso di eliminare la sezione news (anche se a onor del vero io le vedo, ma non so che succede da un computer posizionato in Spagna). Trovate qualcosa in più raccontato qui. Per il controllo preventivo del copyright, il testo attuale – che potete vedere espanso in questo “semplice” diagramma di flusso – ha una serie di clausole di salvaguardia, come quella per l’uso non commerciale e la “clausola Wikipedia” che fanno capire come il principio degli Online Content Sharing Service Provider non sia poi così limpido da capire al volo chi è il buono e chi il cattivo.

Per come la vedo io, l’ancillary copyright va contro il diritto di citazione. Se le notizie appaiono davvero interessanti, qualche riga non è sufficiente e il lettore è portato a cliccare e andare sul sito originale, che a questo punto potrà guadagnare accessi e pubblicità: quindi chi fa le cose bene non stava perdendo nulla, e ora rischierà un calo di accessi non eccezionale (valutabile tra l’1 e il 2%) ma comunque nemmeno trascurabile, anche perché per Google quello delle news non è certo il servizio da cui ricava più soldi. Sull’articolo 13 potete scegliere i vostri benchmark leggendo quanto scrivono i guru di Internet da un lato e il presidente dei discografici italiani dall’altra (ma abbiamo anche il presidente di Confindustria Cultura e quello dell’associazione editori citati nell’articolo di Repubblica su in cima). Nel mio piccolo noto una cosa: ogni settimana o giù di lì il mio alert di Google mi segnala la presenza di copie piratate dei miei libri, e non credo proprio che la promulgazione di questa direttiva cambierà le carte in tavola. In pratica, i piccoli creatori di contenuti continueranno a non essere tutelati mentre i grandi non dovranno nemmeno più fare la fatica di specificare esattamente le violazioni di copyright nei loro confronti, limitandosi a una segnalazione generica “tanto qualcosa lo trovate sicuramente”. Un risultato favoloso, come vedete: aggiungiamo il fatto che un’altra commissione UE aveva preparato da un anno un testo molto più equilibrato ma è stata allegramente bypassata da quella dei giuristi. Bel mondo, vero?

PS: leggere cosa scrive chi è favorevole alla formulazione è sempre molto istruttivo, perché dimostrano che la loro preoccupazione non è rispettare i diritti dei detentori di copyright – cosa su cui concordiamo tutti – ma ottenere più soldi a ogni costo.

ballottaggi

Il risultato dei ballottaggi è abbastanza chiaro. Lasciando da parte i posti dove il ballottaggio era solo una formalità, c’erano tre possibilità: centrosinistra-centrodestra, M5S-centrosinistra
centrodestra-M5S. Nel primo caso gli elettori M5S hanno votato centrodestra, nel secondo caso gli elettori del centrodestra hanno votato M5S, nel terzo caso gli elettori del centrosinistra non sono andati a votare.

Questo significa che il governo attuale (Lega con M5S a fianco come utile idiota) rappresenta effettivamente la volontà popolare e quindi è il migliore dei governi possibili.

Di Maio e Foodora

Magari avete letto l’intervista all’amministratore delegato di Foodora Italia che il Corsera ha pubblicato sabato scorso. Il trentunenne Gianluca Cocco afferma che se le anticipazioni del decreto che il ministro del lavoro Di Maio sta approntando fossero vere, a Foodora non resterebbe che lasciare l’Italia. Il tutto con tante belle parole.

Ora io ho una domanda niente affatto retorica: come fanno all’estero? Vi spiego perché la domanda non è retorica. Non avendo dati a disposizione, posso immaginare che all’estero Foodora funzioni effettivamente come dovrebbe essere in teoria: giovincelli che – si spera non troppo in spregio al codice della strada – si presentano ogni tanto per guadagnare un po’ di euro. La narrazione che invece arriva da noi è che molti rider lo fanno perché è l’unico lavoro che riescono a trovare. Vero? Falso? Non lo so. Quello che però mi pare fattibile è limitare il numero massimo di ore mensili per i rider, per riportare il servizio a quello che dovrebbe essere. Non che sia una soluzione, perché rischiamo che qualcuno faccia una settimana a Foodora, una a Deliveroo, una a Glovo; ma almeno sarebbe un passo avanti.

Qualcuno di voi ha letto le anticipazioni? Sa dirmi qualcosa in più?

Salvini il reaganiano

Oggi Matteo Salvini non ha detto «È giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse». Ha detto «Se uno fattura di più e paga di più, è chiaro che risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più, e crea lavoro in più».

A dirla tutta, la frase effettivamente pronunciata fa un po’ acqua: abbassare le tasse ai ricchi li fa indubbiamente risparmiare di più ma non è detto che li faccia pagare di più se fatturano di più. Esempio pratico: se prima fatturavo 60.000 euro e pagavo il 30% di imposta, il totale era 18.000 euro; se ora fatturo 80.000 euro e pago il 20% di imposta il totale è 16.000 euro. Facciamo insomma finta che Salvini non abbia detto “e paga di più”, perché Salvini non direbbe mai volontariamente bugie. La frase ora diventa più logicamente coerente. Il problema è che è vecchia: l’avevano già usata Reagan e Thatcher, e i risultati si sono visti. Forse c’è più lavoro in più, ma se c’è è mal pagato e precario, perché l’operaio non viene assunto a tempo indeterminato e i macchinari arrivano sempre più spesso da fuori Italia (o forse parlava dell’ennesimo suv? Mannaggia al linguaggio poco preciso). Ma a parte questo c’è un errore di base: tutto questo potrebbe valere per abbassare le tasse alle imprese nel caso facciano investimenti e assunzioni. Altrimenti quei soldi forse muovono l’economia – se non si fa nulla in nero – ma sicuramente non creano lavoro.

Salvini non è stupido e queste cose le sa. I suoi elettori?

La finta quota 100

Eravate già pronti a pregustare la pensione, con il nuovo governo pronto ad abolire la legge Fornero e introdurre la famigerata quota 100? Rimettete pure a posto le pantofole.
Quota 100 significherebbe la somma degli anni di età e di contribuzione sufficiente per andare in pensione: chi ha cominciato a lavorare a 20 anni e non ha mai smesso avrebbe potuto quindi farcela a 60 anni. Ma casualmente un piccolo riquadro a pagina 2 del Corsera di ieri segnala che “saranno introdotti minimi per l’età anagrafica e i contributi, che potrebbero essere rispettivamente 64 e 38 anni”.
Non credo che una frase del genere sia stata inserita così per sbaglio, senza una soffiatina; e a parte questo, tutti tacciono sul particolare di quanto verrebbe decurtata la pensione andandosene prima (cosa che è prevista sin dalla legge Dini).
Dal mio punto di vista tutto questo è rassicurante, perché significa che al governo c’è comunque qualcuno che si rende conto dei conti pubblici: per chi questo governo l’ha votato, non saprei.

Il ministro jolly

Io capisco che Di Maio voglia a tutti i costi Paolo Savona nel governo, anche se non all’economia. Non può calare del tutto le braghe di fronte al diktat di Mattarella che non l’ha voluto nel governo. (A Salvini della cosa non gliene può fregare di meno, la sta usando come grimaldello per andare al voto e prendersi un po’ di voti M5S e FI). Quello che non capisco è cosa cambierebbe ad averlo chessò al MISE, per non parlare di ministeri dove ne saprebbe più o meno quanto ne saprei io. E soprattutto: cosa cambierebbe dal punto di vista di Bruxelles/Berlino se è al governo ma non all’Economia? Il segnale pratico è esattamente lo stesso, non sono certo i meeting faccia a faccia quelli che danno fastidio.

In tutto questo, onore al merito al soldato Cottarelli.

I diktat tedeschi

Vabbè, sappiamo tutti che ai tedeschi stiamo sulle palle, e non perdono occasione per dircelo. E sappiamo anche tutti che il tedesco non è esattamente una lingua nota per la gentilezza, già a partire dal suono.
Però mi sembrava strano che il commissario UE all’economia Günther Oettinger avesse detto “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”. (Ho preso Repubblica, ma mi pare in genere la traduzione sia quella) Sono così andato a cercare l’originale, sulla Deutsche Welle). Lì c’è scritto

Die Befürchtung, dass die populistischen Parteien bei möglichen Neuwahlen noch stärker werden könnten und dass es womöglich zu einem Austritt Italiens aus der Eurozone oder gar der EU selbst kommen könnte, teilt Oettinger nicht: Er erwarte vielmehr, dass die Märkte und die italienische Wirtschaftsentwicklung für die Wähler ein mögliches Signal seien, nicht Populisten von links und rechts zu wählen. Schon jetzt sei etwa die Entwicklung bei den Staatsanleihen negativ.

e potete tradurvelo direttamente con Google Translate. Oettinger non crede che un nuovo voto rafforzerà i populisti (“di destra e di sinistra”) ma si aspetta piuttosto che i mercati e lo stato dell’economia siano un possibile segnale di cosa potrebbe succedere. Tra l’altro, se ascoltate l’audio (dal minuto 0:53) prima di “meine Erwartung”, la mia aspettativa, dice “meine Sorge”, la mia preoccupazione. Siamo d’accordo: non è una bella frase, fa tanto italsplaining, ma non è quel diktat che è arrivato da noi. Comprendo che nelle redazioni delle nostre agenzie non ci siano così tanti germanofoni per ascoltare l’audio, ma mi aspetterei che qualcuno provasse per l’appunto a cercare l’articolo originale e tradurlo automaticamente per avere un’idea precisa. Invece a quanto si dice nella Stanzetta dei bottoni su Facebook è già tanto se qualcuno (un’agenzia, immagino io) ha preso una traduzione inglese imprecisa e ha ancora aggiunto imprecisioni, che poi sono state allegramente copiate ovunque.

Per la cronaca, non sono così complottista dal credere che la traduzione “personalizzata” sia stata fatta per intenti politici; molto più probabile che sia stato qualcuno che ha fatto un lavoro con i piedi, perché tanto nessuno perde mai tempo a verificare quello che legge. E poi vuoi mettere fare un titolo complottista?

Aggiornamento: mentre scrivevo, il Post ha pubblicato la storia di quanto successo. Continuo a chiedermi però perché tutti usino Twitter come la Bibbia e non passino direttamente alle fonti.