È l’ultima promessa di Berlusconi. Vuole tornare al suo primo amore.
_Re Lear_ (teatro)
Quest’anno in cartellone al Piccolo ci sono due allestimenti del Re Lear. Quello della sezione Festival nel prossimo maggio sarà di una compagnia di San Pietroburgo e la rappresentazione sarà appunto in russo con sovratitoli in italiano; nulla contro di loro, ma all’idea di tre ore di spettacolo in una lingua incomprensibile abbiamo pensato bene di scegliere la versione nella nostra lingua, che resterà in scena fino al 20 novembre.
Il Re Lear è secondo me una tragedia fuori da ogni contesto storico: la si potrebbe tranquillamente riproporre ambientata al giorno d’oggi senza toccare praticamente nulla. Antonio Calenda e la compagnia del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia hanno scelto una strada molto minimalista. La scenografia è praticamente nulla, con alcune basse pedane e due scranni messi e tolti più volte nel primo atto; nel secondo non ci sono nemmeno questi accessori, ma sullo sfondo rimane l’enorme tronco già visto alla fine del primo atto, che serve anche da capanna. Anche i costumi, dopo un po’ di colore all’inizio, tendono sempre più a un grigio uniforme, come per dare più forza al testo, eliminando le sirene visive per fare riflettere sul gioco di specchi tra la pazzia simulata e quella reale, e tra la verità che si nasconde e la menzogna che si alimenta di sé stessa.
Roberto Herlitzka ha un’interpretazione forse persino un filino sopra le righe: sarò io ad essere un po’ troppo pretenzioso, ma non mi ha convinto troppo la differenza tra il lessico “alto” degli altri attori – con l’eccezione del conte di Glouchester – e il suo continuo cambiare di registro. Ultima nota di colore: ieri sera eravamo in prima fila – si vede davvero tutto! – e mi trovavo unico maschio in una compagnia di sei persone. Le altre hanno espresso un notevole apprezzamento per la bellezza degli interpreti minori, tanto da scherzare chiedendosi se non si poteva ripristinare la vecchia usanza di andare nei camerini dopo lo spettacolo…
Watching the English (libro)
Occhei, gli inglesi sono indubbiamente gente strana, Lo sappiamo tutti. Però che un’antropologa albionica decida di fare ricerche sul campo per scoprire “le regole nascoste del comportamento inglese” (come da sottotitolo) sembra un po’ esagerato. Eppure è quanto Kate Fox ha fatto in questo libro (Kate Fox, Watching the English, – Hoder 2004, pag. 424, Lst. 7.99, ISBN 0-340-75212-2). Probabilmente è colpa di un’infanzia passata dietro il padre, anch’egli antropologo ma più mainstream, e della scarsa voglia di andarsene chissà dove a cercare le tribù più sperdute, ammesso che ne esistano alcune. Parte così una ricerca che cerca di spiegare i comportamenti degli inglesi a partire da un piccolo numero di caratteristiche, al centro delle quali si trova la “dis-ease”, un gioco di parole tra “malattia” e “incapacità di sentirsi a proprio agio”. La Fox è ovviamente inglese anche lei, e quindi non può esimersi dal riempire il libro con il British humour (con la u: mica è americano!) e la necessità di giocare con le parole, oltre che fare notare in tutti i campi da lei trattati l’onnipresente presenza del concetto di classe. Forse un po’ troppo lungo, ma certamente godibile, ad ogni modo. Il guaio è che a leggere il libro mi sono sentito molto, molto britannico. Non so se sia un bene o un male.
scioperare contro chi?
In questi giorni c’è l’ennesimo sciopero di 48 ore dei giornalisti, il cui contratto di lavoro è scaduto da più di un anno – insomma, battono noi poveri telecomunicazionisti. Il mio pippone non è contro lo sciopero, ma contro chi sciopera, e per la precisione contro i giornalisti di Radio Popolare. Loro fanno parte di una cooperativa, quindi scioperano in un certo senso contro sé stessi. A questo punto cos’è che ha più senso: la solidarietà con i colleghi o il bisogno di controbilanciare la “stampa di destra” che tanto comunque va nelle edicole? Non per niente il Manifesto ha deciso – a quanto ho capito – di solidarizzare ma non scioperare. Molto meglio a mio parere applicare magari un taglio più dimesso ai notiziari, oltre che naturalmente reiterare il testo del comunicato sindacale.
Firenze
Ah sì, non ho parlato dei due giorni fiorentini. Beh, a parte il piacere di rivedere Fabio, Giuliano e Barbara :-) posso aggiungere un paio di cose.
Trenitalia fa schifo come sempre – ah, mi devo ricordare di chiedere il bonus per l’andata. Al ritorno c’erano “solo” venti minuti di ritardo, ma venerdì siamo arrivati con quasi un’ora di ritardo, fermandoci tra l’altro per venti minuti a Pianoro per non meglio identificabile “guasto nel sistema di segnalazione” (unito a binario unico: a un certo punto, quando ci siamo finalmente mossi, abbiamo incrociato un altro Eurostar fermo mentre noi passavamo sul binario destro)
Gli Uffizi sono incasinati anche al venerdì, data la quantità di giapponesi che si aggira imperturbabile. Ho notato comunque un aumento notevole di spagnoli, si vede che il mondo ormai è cambiato. La caffetteria ha ovviamente prezzi assurdi, ma uno se lo può anche aspettare; i bagni in compenso sono davvero orrendi.
Palazzo Pitti ha deciso che Boboli non lo si può vedere da solo, ma con un biglietto per le raccolte meno interessanti (rispetto alla Galleria Palatina). Se la cosa è comprensibile per il Museo delle Porcellane che è all’interno del parco, il Museo degli Argenti non c’entra nulla. Sarà forse per fare in modo che il biglietto, che secondo loro dovrebbe costare 4 euro, è stato portato a 7 con la scusa di una mostra là? In compenso, ti permettono anche di andare a un altro giardino sopra Boboli, di cui non mi ricordo il nome né sono riuscito a trovarlo in rete, che stanno aprendo al pubblico adesso: c’è una bella vista sulla città, ma al momento il percorso sembra essere “di guerra”, visto che almeno i due terzi del parco è chiuso.
Però le mucche che sono sparse qua e là per la città sono davvero carine.
Si va e si viene
Dopo che il modello One Company ci aveva inaspettatamente posto sotto l’ombrello “Innovation and Engineering Services” con i miei ex-colleghi Tilab, sembra che il capo del mio capo non fosse stato contento della cosa, e tanto ha fatto per tornare sotto il suo ex-capo. Così adesso sono tornato sotto “Network Service Operations” – sì, sono anni che tutti i nomi delle funzioni sono in inglese… – il cui mandato è “la responsabilità di assicurare la gestione per i servizi a valore aggiunto basati su piattaforme di rete”. Questo andrà sicuramente bene per quelli di noi che facevano esercizio: ma noi sviluppatori siamo tornati in un limbo. Speriamo in bene: magari saremo gli “Extended N.S.O”, così completiamo i punti cardinali.
benedizione informatica
Ho già detto che il mio notebook non funziona, e che in generale mi sa tanto che non funzioni nemmeno il wifi a casa. Ma fosse tutto qua…
Stamattina avrebbero dovuto sostituirmi il pc in ufficio. Vado a pranzo, ritorno e vedo che i due tecnici sono indaffarati. Mi sposto per farli lavorare, ma mi fanno “te l’ha detta Mauro la buona notizia? Il tuo PC nuovo non parte in collaudo, ti rimettiamo il vecchio” (notare che il pc vecchio è così vecchio che viene buttato via: tenevano giusto l’hard disk che veniva aggiunto al PC nuovo perché tanto male non fa).
Vabbè, penso io, non succede nulla di così grave. Il pc riparte, ma si blocca quasi subito; a un certo punto si mette a suonare, e non riesco a spegnerlo se non staccando la spina. Lo riaccendo: nessun segno di vita. Controllo di avere messo la spina bene: nessun segno di vita. Chiamo i tecnici che erano ancora là: guardano un po’ e dicono “mah, l’alimentatore si è cimito”.
In questo momento mi hanno recuperato un altro dei PC da buttare, mettendoci il mio vecchio hard disk. Quello che mi domando è “qual è l’equivalente informatico di Lourdes?”
misteri di proxy
Dall’ufficio mi connetto a Internet con un proxy. Come molti sanno, chi gestisce il proxy può fare tante belle cose, come bloccare – o magari rallentare molto – l’accesso a una serie di siti. In genere, questo capita con il porno; da noi, a quanto sembra, sotto la scure è caduto Mutts (sul porno non saprei dire).