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La censura oggi

Ieri mattina Google, nella Sua Infinita Sapienza, mi ha inviato una mail dal titolo «Notice of European data protection law removal from Google Search» che dice

To: Owner of https://xmau.com/,

Due to a request under data protection law in Europe, Google can no longer show one or more pages from your site in Google Search results. This only affects responses to some search queries for names or other personal identifiers that might appear on your pages. Only results on versions of Google’s search results for countries applying European data protection law are affected. No action is required from you.

Poi il testo si dilunga a spiegare che non è che le pagine non siano indicizzate, ma che per alcune ricerche specifiche quelle pagine non vengono ritornate (dalla UE: e soprattutto che «We aren’t disclosing which queries have been affected. In addition, to comply with developments in European law, which seek to prevent the identification of the requester, we are no longer disclosing the affected URLs.»

Non so che cosa io possa avere scritto di così terribile da far sì che qualcuno abbia chiesto il diritto all’oblio. Non penso sia qualcosa legato alla diffamazione, perché sto sempre molto attento a come scrivo le cose. Quello che però noto sono due cose. La prima è che non serve nemmeno più minacciare di citare a giudizio per nascondere le cose (vere) che non si vogliono far sapere: basta fare una richiesta a Google e si scompare senza lasciare traccia. La seconda è che c’è una censura ancora più subdola e benedetta dall’UE: d’accordo non indicare quali sono le URL affette, perché altrimenti un sito malintenzionato potrebbe modificarle leggermente: ma non sapere nemmeno chi ha chiesto la rimozione mi pare davvero troppo.

Detto tutto questo, ho fatto una prova con questa stringa di ricerca. Arrivano alcuni risultati dalle categorie del blog, ma questa pagina non appare. Eppure se uso la stessa stringa di ricerca su DuckDuckgo quello è l’unico risultato che ritorna. Chissà se ci ho azzeccato oppure questo è un risultato bloccato da anni… (se qualcuno ha una VPN americana o comunque non UE e provasse la stessa ricerca per controprova gliene sarei grato)

Amazon l’ha esplicitato (almeno in US)

kindle in US - licenza kindle in Italia - occorre leggere i termini di utilizzoMitì Vigliero segnala un post di The Ebook Reader, che mostra una modifica in quanto scritto su Amazon.com quando si “compra” un ebook. Adesso è scritto che comprando l’ebook si acquista una licenza per il contenuto.
Se guardate cosa succede acquistando un libro Kindle in Italia, parrebbe che le cose non siano così: ma non è vero. I termini di utilizzo del Kindle Store sono sempre gli stessi:

Amazon ti concede il diritto non esclusivo di vedere, usare e visualizzare tale Contenuto Kindle […] esclusivamente tramite il Software Kindle, oppure con le diverse modalità autorizzate per il tipo di Servizio, sui Dispositivi Supportati specificati nella sezione Gestisci i tuoi Contenuti e Dispositivi all’interno del tuo Account […] Il Contenuto Kindle ti viene concesso in licenza d’uso e non è venduto da Amazon.

Non credo di aver mai visto in vita mia un ebook venduto davvero. (Al limite regalato, come un paio di miei librini che hanno una licenza CC-BY-NC 4.0: ma tecnicamente nemmeno quelli si comprano, appunto). E allora perché Bezos ha dovuto cambiare il testo del messaggio quando si acquista un ebook negli USA? Pare che ci sia una nuova legge californiana che afferma che gli acquirenti devono visibilmente sapere che stanno solo acquistando una licenza d’uso: ma Kobo continua a linkare solo i termini di utilizzo. In definitiva, circolare, circolare: non è successo nulla!

Aggiornamento: (h 11:15) questa è la pagina di copyright di un ebook Mondadori (che ho preso da MLOL). Come vedete, non si parla mai di acquisto dell’ebook, anche se in effetti viene lasciata in principio la possibilità…

Ultimo aggiornamento: 2025-03-10 11:21

Amazon blocca il salvataggio via USB

l'avviso di Amazon Chi non ha mai preso un ebook su Amazon? Anche chi come me non ha un Kindle l’ha fatto spesso. Ho controllato: nella mia biblioteca Kindle ho 103 titoli. Fino ad ora non c’erano molti problemi: uno si scaricava il libro, se lo convertiva in epub e se lo leggeva sul suo device.

Era illegale? Sì. Gli ebook non sono acquistati ma presi in licenza, e chi te li licenzia può farci di tutto, compreso cancellarteli (si spera restituendo i soldi) o aggiornandoli automaticamente (magari con le versioni bowdlerizzate, come nel caso dei libri di Roald Dahl); tu invece non puoi usare un programma per togliere il DRM, il blocco digitale dei contenuti. Ma è anche vero che almeno nell’Unione Europea abbiamo il diritto di farci una copia di backup (che poi non puoi craccare, d’accordo). Non sto nemmeno parlando del meme di Internet “If buying isn’t owning, piracy isn’t stealing”. Parlo di libri pagati e tenuti per sé, magari perché Amazon ha un’esclusiva e non permette di mettere in vendita altrove un certo testo.

Bene: avete ancora pochi giorni per scaricarvi i vostri-ma-non-davvero-vostri libri: dal 26 febbraio Amazon eliminerà questa possibilità. Potrete solo inviare i libri al vostro Kindle (o si spera all’app Kindle sul vostro PC: la cosa non mi è chiarissima, anche se leggendo qui direi di sì, ma so che se non sarà possibile Anna passerà a IBS). Per non sapere né leggere né scrivere ho scaricato i 383 libri che ha comprato Anna, adesso devo partire con i miei…

Ultimo aggiornamento: 2025-02-20 08:58

Caratteri Unicode a portata di mano

$ \mathfrak{Volete\; scrivere\; in\; questo\; modo?}$ (se non lo leggeste: “Volete scrivere in questo modo?” in fraktur) Potete usare questo sito dove trovate tutti i caratteri Unicode, e più precisamente questa pagina in cui potete inserire il testo e scegliere come rappresentarlo.
In realtà sto barando: il blog non lo permette e ho usato MathJax per mostrarlo. Ma in Facebook o Twitter funziona perfettamente.

Perché andarsene da Twitter?

Sembra che ci sia una nuova sfilza di nomi importanti che lasciano Twitter (se preferite, X). Io non lo faccio perché tanto per quello che lo guardo (e per chi mi guarda) non succede assolutamente nulla; ma capisco che un media importante rischia molto a essere in mezzo a complottisti di tutti i tipi.

Però mi fa ridere quando il Post scrive

La scelta non è semplice, soprattutto considerata la grande quantità di persone che ancora utilizzano il social network. Un giornale che decida di rinunciare a una presenza su X evita che i propri contenuti siano affiancati ad altri dannosi o fuorvianti, ma riduce anche la presenza di contenuti affidabili per contrastare la diffusione di notizie false.

Diciamocelo: sono decenni che si sa che anche nei social network moneta cattiva scaccia moneta buona. Perché allora pensare che qualcuno leggendo i nostri tweet possa vedere la luce? Siete davvero così ottimisti sull’umanità? Io no, ed è per questo probabilmente che ho solo ventun lettori… Insomma, se volete lasciare Twitter fate pure, senza pensare a chissà che cosa perderete. E se volete rimanere, non pensate di fare la differenza. Il mio unico consiglio è di non andare sul tab “Per te”: è lì che Elonio mette tutto quello che vuole farvi vedere.

Piracy Shield: che potrebbe mai andare male?

la pagina di AGCOM La serie A di calcio si lamenta da una vita perché tanti guardano le partite da link pirata e non pagano il giusto a chi ha i diritti, e quindi non possono chiedere più soldi a chi ha i diritti. Vabbè. A quanto pare (io e il calcio non andiamo molto d’accordo, lo dovreste ormai sapere) i siti che mandano queste partite cambiano nome più velocemente di quanto noi cambiamo le mutande, e quindi non si riesce a bloccarli alla radice. Può darsi sia così, anche se mi sembra strano che non si possa usare il buon vecchio metodo “follow the money”: ma magari chi manda in rete gli streaming illegali non si fa nemmeno pagare. Ve l’ho detto, non ho nessuna idea di come funzioni questo meracato. Quello che so è che la serie A di calcio è riuscita a convincere l’Autorità Garante delle Comunicazioni a mettere in piedi un sistema che “consente una gestione automatizzata delle segnalazioni successive all’ordine cautelare emanato dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ai sensi dell’art. 9-bis, comma 4-bis del Regolamento” [sulla tutela del diritto d’autore on line], che è stato opportunamente modificato perché “il blocco degli FQDN e degli indirizzi IP, univocamente destinati alla diffusione illecita dei contenuti protetti, avvenga entro trenta minuti dalla segnalazione del titolare”, per mezzo appunto di Piracy Shield. Sì, avete capito bene: prima si spara e poi si chiede “altolà, chi va là!”, perché altrimenti non si potrebbe fare abbastanza in fretta a bloccare. Quindi nessun controllo indipendente: il titolare dei diritti fa bloccare e il provider blocca. Poi se c’è stato un errore si vedrà con calma.

Che è successo sabato? Quello che tutti noi ci aspettavamo. Nella foga di bloccare qualche sito, l’omino di turno ha bloccato un FQDN (il nome a dominio, tipo xmau.com) dei kattivoni. Peccato che quel nome a dominio fosse drive.usercontent.google.com. Potete verificare anche voi, visto che per trasparenza i blocchi sono indicati: andate sul sito di Piracy Shield, cercate l’FQDN drive.usercontent.google.com, e vedete il blocco. Risultato pratico? finché qualcuno non si è accorto del casino commesso, non era possibile scaricare file da Google Drive, come spiega Wired Italia. Robetta da nulla, insomma. E la cosa peggiore è che non essendo stato bloccato semplicemente l’indirizzo IP nemmeno Google avrebbe potuto fare qualcosa.

Che succederà ora? Nulla. Aggiungeranno altri nomi a dominio alla segretissima lista dei buoni e si andrà avanti così fino al prossimo blocco sbajato. Ma non preoccupatevi, siamo in una botte di ferro!

Ultimo aggiornamento: 2024-10-24 12:17

Internet Archive se la vede brutta

logo internet archive Anche la corte d’appello americana ha dato torto a Internet Archive sulla sua policy di prestito libri. L’unico punto su cui la sentenza è stata cambiata è che è stato escluso il fine di lucro da parte di archive.org.
Se non ho letto male la sentenza, il punto di scontro è che se io prendo in prestito un libro digitale da una biblioteca gli editori ricevono un micropagamento, e quindi non è vero che il Controlled Digital Lending dei libri sia “un fair use di trasformazione che opera come una biblioteca tradizionale e quindi non viola la legge sul copyright”. O almeno questo è quanto appare… a meno che la frase “IA was threatening to ‘destroy the value of [their] exclusive right to prepare derivative works'” non intenda qualcos’altro, che però non mi è chiaro. I libri presi in prestito da IA sono protetti da Adobe Digital Edition esattamente come quelli presi da un altro negozio; gli editori non possono ammettere che i testi possono essere craccati, e quindi hanno cercato una strada diversa per non dire che la vera differenza è che da IA è più facile recuperare un testo.
Poi io mi accontenterei di poter “prendere in prestito per un’ora” un testo, con l’unica possibilità di leggerlo online con il triste browser di archive.org, il che sarebbe in effetti equivalente a quello che mi è capitato di fare in biblioteca quando cercavo una citazione…

Ultimo aggiornamento: 2024-09-16 10:10

Guterres, quanto hai pagato LinkedIn?

LinkedIn mi propone di seguire Guterres Io non uso praticamente LinkedIn. Scelta mia. Però ogni settimana o giù di lì il signor LinkedIn mi invita a seguire il segretario generale ONU, cosa della quale non mi può importare di meno. Non che io segua altri politici, del resto. E allora perché dovrei seguire lui?