Quest’anno in cartellone al Piccolo ci sono due allestimenti del Re Lear. Quello della sezione Festival nel prossimo maggio sarà di una compagnia di San Pietroburgo e la rappresentazione sarà appunto in russo con sovratitoli in italiano; nulla contro di loro, ma all’idea di tre ore di spettacolo in una lingua incomprensibile abbiamo pensato bene di scegliere la versione nella nostra lingua, che resterà in scena fino al 20 novembre.
Il Re Lear è secondo me una tragedia fuori da ogni contesto storico: la si potrebbe tranquillamente riproporre ambientata al giorno d’oggi senza toccare praticamente nulla. Antonio Calenda e la compagnia del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia hanno scelto una strada molto minimalista. La scenografia è praticamente nulla, con alcune basse pedane e due scranni messi e tolti più volte nel primo atto; nel secondo non ci sono nemmeno questi accessori, ma sullo sfondo rimane l’enorme tronco già visto alla fine del primo atto, che serve anche da capanna. Anche i costumi, dopo un po’ di colore all’inizio, tendono sempre più a un grigio uniforme, come per dare più forza al testo, eliminando le sirene visive per fare riflettere sul gioco di specchi tra la pazzia simulata e quella reale, e tra la verità che si nasconde e la menzogna che si alimenta di sé stessa.
Roberto Herlitzka ha un’interpretazione forse persino un filino sopra le righe: sarò io ad essere un po’ troppo pretenzioso, ma non mi ha convinto troppo la differenza tra il lessico “alto” degli altri attori – con l’eccezione del conte di Glouchester – e il suo continuo cambiare di registro. Ultima nota di colore: ieri sera eravamo in prima fila – si vede davvero tutto! – e mi trovavo unico maschio in una compagnia di sei persone. Le altre hanno espresso un notevole apprezzamento per la bellezza degli interpreti minori, tanto da scherzare chiedendosi se non si poteva ripristinare la vecchia usanza di andare nei camerini dopo lo spettacolo…
Ultimo aggiornamento: 2005-11-11 11:33