I miei pensieri sul referendum sulla giustizia

Ho letto tanti commenti sul referendum costituzionale che si terrà domenica e lunedì prossimi. Molto spesso i concetti espressi mi facevano venir voglia di votare in modo contrario, qualunque fosse la fazione (termine scelto non a caso) di chi scriveva. A questo punto ho deciso di leggere il testo della legge costituzionale: non è nemmeno troppo lunga. Ho così scoperto un paio di cose.

– Separazione delle carriere. È una cosa su cui sono agnostico: ci sono democrazie e non democrazie dove la separazione c’è e democrazie e non democrazie dove non c’è. Bene: la separazione delle carriere è trattata in una singola parola della legge, “distinte” nell’articolo 2. Tutto il resto si può applicare anche senza separazione delle carriere.
– Sorteggio dei due nuovi CSM e dell’Alta Corte. Io non ho nulla di male contro il sorteggio. Ricordo che è una pratica che era già presente nell’antica Grecia. Aggiungiamo il fatto che non è che io possa venire sorteggiato, perché ci sono dei vincoli di esperienza per far parte degl elenchi da cui verrebbero scelti i nomi. Dai, non ci lamentiamo delle giurie popolari nelle corti d’assise, dove è molto più facile spingere le preferenze, e non andrebbe bene qui? C’è solo un piccolo particolare: i membri della magistratura (requirente e giudicante) sarebbero estratti a sorte tra tutti quelli che rispettano i criteri, mentre quelli parlamentari sarebbero estratti a sorte da un elenco votato dal parlamento di professori e avvocati che rispettano i criteri. La legge costituzionale non indica nessuna maggioranza richiesta per votare, quindi potrebbe bastare anche quella semplice.

Diciamo che non mi pare bello che buona parte del dibattito sia stato su temi tutto sommato secondari (la separazione delle carriere) o che non hanno nulla a che fare con la legge (i tempi della giustizia e le malesentenze, che non sono ovviamente toccati da questa legge, né avrebbero potuto esserlo, salvo forse abolendo l’obbligatorietà dell’azione penale). C’è poi un altro punto, che ho sentito spiegare durante un incontro organizzato dalla Cisl milanese. Alla fine dell’incontro il costituzionalista che presentava il dibattito ha detto una cosa interessante: Valerio Onida aveva affermato che forse sarebbe più opportuno modificare l’articolo 138 della Costituzione, quello delle leggi costituzionali, eliminando direttamente la possibilità di un referendum. O c’è una maggioranza dei due terzi, e quindi un ampio consenso parlamentare, oppure non ha senso chiedere alla cittadinanza un voto su materie tecniche che diventa automaticamente partigiano. Ho commesso questo errore nel primo referendum costituzionale del 2001, quello sul federalismo all’italiana, ma non lo faccio più: ormai per default voto NO a ogni referendum costituzionale, chiunque lo proponga. E vado a votare, anche se ovviamente il mio voto è una goccia nel mare, proprio per ribadire che se il Parlamento non riesce ad accordarsi su queste materie è meglio non toccare nulla. Mi dà molto fastidio la compagnia con cui mi troverò a votare NO, ma purtroppo non ci posso fare nulla.

PS: il fatto che in caso di vittoria dei SÌ non si sappia che succederà è ovviamente un falso problema. Le norme attuative si possono sempre modificare, la Costituzione, anche nella seconda parte che è più procedurale, indica solo i principi fondamentali.

8 pensieri su “I miei pensieri sul referendum sulla giustizia

  1. Lele

    Dai, non ci lamentiamo delle giurie popolari nelle corti d’assise, dove è molto più facile spingere le preferenze
    Cosa intendi con “spingere le preferenze”?

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    1. .mau. Autore articolo

      intendo dire che se io e te fossimo giudici popolari non avremmo ovviamente una competenza giuridica elevata, e quindi presidente e giudice a latere potrebbero aver buon gioco a mostrarci come la loro idea sia corretta.

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  2. un cattolico

    “le malesentenze, che non sono ovviamente toccati da questa legge”

    Non sono toccate direttamente, ma se cambia il valutatore delle malasentenze e le conseguenze per chi le ha emesse quelle malasentenze, la legge tocca anche le malasentenze.

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    1. .mau. Autore articolo

      Non cambia così tanto. Il sorteggio dei magistrati non tocca la parte “di casta”: la differenza è al più che la parte laica, a differenza di adesso, sarà più vicina alla maggioranza di governo, visto che c’è un sorteggio guidato.
      È anche vero che i dati di questi ultimi anni mostrano che è più facile che siano sanzionati i magistrati quando l’azione è richiesta da loro e non dal ministro.

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        1. .mau. Autore articolo

          non lo dico io, lo dice la legge. Per magistrati requirenti e giudicanti si sorteggia su tutti quelli che hanno almeno 15 anni di carriera, per i laici si sorteggia tra avvocati con almeno 15 anni e professori di giurisprudenza scelti da un elenco votato dal parlamento a camere riunite. Nota che non è indicata quale maggioranza occorre per entrare nell’elenco. Fosse stato scritto che la maggioranza è del 2/3 (come capita adesso per il CSM) sarebbe stato un conto; così posso immaginarmi una maggioranza semplice, e quindi un’espressione della coalizione vincente (qualunque essa sia).

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          1. un cattolico

            Per i magistrati requirenti e giudicanti leggo: “per due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge“, la condizione dei 15 anni di carriera dove è riportata?

            “la parte laica, a differenza di adesso, sarà più vicina alla maggioranza di governo, visto che c’è un sorteggio guidato”

            La situazione attuale non è che vengono eletti dal Parlamento in seduta comune? Ossia non essendoci alcuna componente casuale (sorteggio), rispetto a quella prevista dalla riforma, non è più vicina alla compagine di Governo (anche se a scegliere è il Parlamento, ma sarà così anche dopo) con le condizioni attuali che non con quelle (forse) future?

          2. .mau. Autore articolo

            sono 20, non 15. (Quello che conta è l’Alta Corte, non i due CSM)

            L’Alta Corte e’ composta da quindici giudici tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di universita’ in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio e tre estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione, nonche’ da sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimita’.

            Adesso i membri laici sono votati con maggioranza dei due terzi, e quindi maggioranza e opposizione devono trovarsi d’accordo (e infatti spesso ci vogliono mesi per riuscire a votare qualcuno)

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