Raffaella Carrà

Raffaella Carrà me la ricordo da sempre alla tv, e aveva già cominciato a lavorare nel cinema prima che io nascessi. Quando ero bimbetto non è che potessi capire il Tuca-Tuca; ed essendo io notoriamente parecchio fuori del mondo, nemmeno da più grande trovavo poi qualcosa di scandaloso se cantava “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù”. Ecco, fossi stato a Bolzano magari mi sarei un po’ arrabbiato, ma non era il mio caso.

Quello che mi è sempre piaciuto di lei è stato il suo reinventarsi, andare in Sudamerica, poi fare la diva in Spagna, tornare in Italia a far contare fagioli: tutte cose che non è che a me siano mai interessate, ma che mostravano delle capacità fuori dal comune di farsi amare. D’altra parte se Gianfranco D’Angelo faceva la sua parodia con “le taumaturgiche lacrime” qualcosa sarà ben voluto dire, esattamente come il fatto che fosse un’icona LGBT decenni prima che la cosa potesse essere anche di moda, o che l’anno scorso il Guardian le avesse dedicato un lungo omaggio. (A proposito di omaggi, qui c’è quello di RaiPlay).

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